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Quei momenti in cui vorrei perdermi

Sono seduta davanti a questo mare.

mare a settembre

Che non è proprio questa spiaggia ma l’effetto oggi era identico. Perchè io vado al mare senza cellulare e senza tecnologia in genere, se no già lo so, invece di vivermelo tento di fotografarlo e tanto le foto non vengono mai come vorrei. Cambiano il ricordo, lo immobilizzano in un’immagine che poi non è mai quella che ho nel cuore.

Comunque.

Sono seduta davanti a questo mare. Noemi mi massaggia i piedi e Nicolas mi accarezza la schiena, dipingendo con la sabbia come se fossi un foglio bianco. Non c’è molta gente, gli stabilimenti non mandano musica a tutto volume. Non è tempo di divertimento, non è l’agosto sfrenato dei giochi e della confusione: è settembre. Il settembre del post-sbornia, il settembre del lento riprendere.

La spiaggia non è deserta ma ognuno ha il suo angolo di mare, anche noi. Sto lì, con una bambina davanti e un bambino dietro, con la pancia vuota e la consapevolezza che nemmeno questo mese si riempirà. Penso a un sogno che ho fatto stanotte, a lei che è tornata, per dirmi che non è vero che sono morta, sono qui e sono incinta di sette settimane e so che ho un tumore e che probabilmente non vedrò questo bimbo crescere ma mi sorride come se avesse tutta la vita davanti. Mi sorride di quel sorriso consapevole, che solo chi sa cos’è il dolore ha. Ed è un sorriso bellissimo.

E sto lì, con il solo rumore delle onde a farmi compagnia, con le manine dei miei figli che accarezzano la mia pelle, e mi ricordo di aver sognato anche lui ieri, ma non ho immagini nella mia mente. So solo che in qualche modo, per qualche breve attimo, l’altro giorno ho perso una lacrima dicendomi, ma allora è vero, non ci sei più.

I bimbi si spostano, Nicolas tra le ginocchia e Noemi più su, appoggiata al ventre vuoto, la stringo in un abbraccio e ci culliamo tutti e tre al ritmo delle onde. Passa un signore e mi dice, come una grande culla, è questo l’effetto che mi fate… sorride e passa via.

Mi cullo nei miei pensieri, mi cullo i miei bimbi che improvvisamente sono tranquilli e silenziosi, stanchi forse, o in profonda comunione coi miei stati d’animo.

Settembre non mi delude mai, penso.

Scoperchiare vasi di Pandora

Da un paio di anni ormai ho lasciato la mia vecchia digitale a mia figlia Noemi – all’epoca aveva due anni quindi si limitava a incastrare lo zoom spingendo forte con le dita ma ora inizia a capire il meccanismo. Anzi, scaricando le foto della scheda di memoria mi sembra di vedere che scatta foto da più di un anno ormai. Non le avevo mai riguardate in effetti e ce n’è persino un paio di me con Nicolas piccino piccino che mi stupisco siano state scattate da una duenne.

Ma questa mi ha un po’ lasciato senza fiato.

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E’ ovvio che non significa niente, ha fatto mezzo miliardo di foto a un po’ tutto quello che vedeva ma ecco, non ha fotografato nient’altro sulle pareti della loro cameretta, solo il cuore di Nicole.

Ormai non parlo spesso di lei, e il tatuaggio sulla caviglia è un po’ sbiadito. Nella vita sbiadisce tutto, persino il dolore. A volte devo un po’ sforzarmi per ricordare che mi è successo veramente. Noemi la sentivo legata alla sorella, Nicolas no. Nicolas è vita nuova. Che non è dimenticare ma è andare avanti. Comunque Nicole c’è stata, comunque Nicole mi ha cambiato la vita. Comunque Nicole mi ha costretto a cambiare anche il mio modo di pensare. Ed è lei che mi ha reso profondamente madre come sono oggi.

Il lutto però è finito.

Non so spiegarlo senza che sia frainteso ma è così. Lei c’è in un modo molto diverso e in un certo senso leggero. Lei c’è ma non è più una presenza ingombrante. Non ne parlo volentieri fuori dalla rete, quando mi trovo a dover raccontare mi limito a dire che ho perso una bimba al quinto mese. Il mondo non è pronto a capire quello che ho passato e io non ho voglia di sentirmi messa al rogo. Spesso mi chiedo mille cose, non sono mai del tutto sicura di aver fatto la cosa giusta, ma è qualcosa che deve rimanere fra me e la mia coscienza, perchè non c’è nessun altro in grado di rispondere ai miei dubbi.

C’è poi che ora che sono tornata qui ho anche troppo tempo per pensare. Ho capito molte cose, ho finalmente una piccola certezza interiore, ma non è facile venire a capo di tutto. Sono sola, e mi rendo conto di essere stata sola per sette lunghi anni. Già c’è il fatto che dopo i vent’anni è molto raro creare veri rapporti di amicizia, se poi ci metti in mezzo il Mediterraneo e un secolo di storia ciao. Io non sto qui a dire se sia meglio la mia mentalità o quella di questo posto, ma sicuramente sono incompatibili. In spiaggia mi metto nel punto più lontano da tutti, non ho voglia di distrarmi dai miei figli, ho voglia di vivermeli come non riesco a fare quando sono in casa. Tra queste quattro mura, per quanto circondate da campagna e infinito, mi sento assalire dall’ansia. L’ansia di continuare a non capire quale sia il mio posto nel mondo. L’ansia di dover riempire questo vuoto di persone, questo vuoto di cose da fare. Certo, l’idea di togliere il pannolino a Nicolas non è stata male, almeno sono sicura di avere un paio di mutande da lavare ogni cinque minuti, ma tolto questo a volte mi sento un po’ persa.

Quando sono in strada e viaggio verso il mare, mi guardo intorno e non capisco più dove sono. Tutto quello che mi risultava famigliare ora è ostico, tutto quello che amavo mi sembra arido deserto. Penso di aver resistito tanto solo per amore di Salvo, nella cieca convinzione che non potevo portarlo via di qui e che tanto a me Milano non piaceva nemmeno.

Capisco molte cose, ma siamo solo alla prima settimana quindi cercherò di ritrovare la quotidianità che avevo qui, con più mare e meno città possibile. Non sono ancora riuscita a entrare nel centro abitato, se devo essere sincera. Ieri ho comprato due cose all’Eurospin e già mi sembra di aver abbattutto un muro. Ho lasciato un euro a questo ragazzo che se ne stava quasi nascosto dietro ai carrelli senza chiedere niente a nessuno, e quando la moneta è caduta nelle sue mani ho visto negli occhi più paura di quanta ne vedo di solito. Perchè di solito quando sono lì ai carrelli sono ormai bravi a sorridere, a dirti grazie, ad attaccare bottone. No, lui come me se ne stava schivo, in un angolo. Mi ha fatto un inchino, incapace forse di dire grazie nella nostra lingua. Forse uno dei tanti sopravvissuti ai naufragi degli ultimi mesi. Dargli l’euro, che non è niente alla fine, mi ha fatto sentire un po’ meglio.

Forse ricomincio da qui.

O forse ricomincio dal mare e dalla gioia di essere madre che provo quando sono con i miei figli in spiaggia. Perchè purtroppo a casa ho troppi pensieri per essere una buona madre. Ho poca pazienza, avrei voglia di non sentirmi costretta dai loro ritmi, dai loro orari, dai loro bisogni. Avrei voglia di passare un intero pomeriggio a leggere o scrivere o dormire o inebetirmi davanti alla tv.

Non sono una buona madre in questi giorni. Non sono nemmeno una buona moglie. Sicuramente non sono una buona amica.

Ma sono me stessa e al momento non chiedetemi di più.

10 cose che mi piacciono della Sicilia

In passato mi sono ampliamente lamentata di Modica e della Sicilia, sin dai primi tempi in cui ho vissuto qui. Ho citato testi di letteratura, ho riflettuto sulle mie scelte, mi sono sentita disillusa, mi sono arrabbiata per i continui graffi sulla mia macchina, mi sono lamentata per l’acqua che non c’era, ho fotografato l’impossibilità di passeggiare in città con un bambino (peggio ancora con un disabile), sono stata vittima di abuso di potere da parte dei vigili urbani, ho sopportato il degrado sulla tomba di mia figlia, mi sono sfogatasfogatasfogata e ancora sfogata.

Ora con immenso sforzo ho deciso di raccogliere in un post quello che invece mi piace. Dieci piccole cose che in questi anni hanno fatto la differenza.

1. Il mare. La pace e la tranquillità delle spiagge a settembre.

2. La campagna. Le immense distese di campi incolti, verdi in inverno e gialli d’estate, fioriti in primavera, ricchi di germogli in autunno.

3. La possibilità di vivere senza temere (troppo) furti o delinquenza in generale.

4. Il cielo azzurro. Non bianco, azzurro. Le nuvole nere, precise, nette. Le nuvole bianche che sembrano disegnate.

5. Chiacchierare con le commesse nei negozi o al supermercato senza che nessuno ti gridi dica di sbrigarti.

6. I pannolini sempre in offerta. (O questa non vale?)

7. I muri a secco.

8. Il clima. Sono arrivata ad apprezzare anche il vento dalla disperazione.

9. L’immensa varietà di piccoli animali che non avevo mai visto in libertà: volpi, falchetti, bruchi colorati, picchi, civette, donnole, topolini di campagna, insetti strani. E animali che pascolano ovunque: mucche, cavalli, capre, pony, pecore.

10. Mio marito e i miei figli. Ultimi, ma non ultimi.

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Sto diventando sicilianofoba

C’è una cosa che molte persone non capiscono quando parlo della Sicilia.

Io amo la Sicilia intesa come paesaggi, natura, possibilità. Io non mi sono trasferita qui piena di pregiudizi e idee razziste, perchè non avrebbe avuto senso. Non mi sarei mossa, non mi conveniva nemmeno, se stiamo a guardare le cose da quel punto di vista. Avevo un lavoro che sarebbe presto diventato fisso, e lavoravo in Siemens, non in “vattelapesca &co.“. Avevo uno stipendio normale, e la possibilità negli anni di crearmi la mia indipendenza.

Ma amo Salvo sin dal primo momento che ci siamo rivisti e sapevo che lui, da buon siciliano, avrebbe sofferto a lasciare la sua isola. Io no. Che sofferenza potevo avere a lasciare Milano quando non mi sono mai nemmeno sentita milanese?

Non è una questione di superiorità, non è che io me la prendo con i siciliani (oh, ma mica tutti eh!) a prescindere. Io me la prendo con quello che vivo, che provo sulla mia pelle, e che non ha niente a che vedere con il pregiudizio o il razzismo.

Quando in preda alla rabbia grido “Questo posto di merda!” non è nè più nè meno quello che gridavo quando mi arrabbiavo a Milano. Quando vai in Comune e gli impiegati ti fanno aspettare le mezz’ore perchè stanno chiacchierando dei fatti loro, o non ci sono perchè stanno facendo la spesa; quando il vigile urbano ti vuole portare in caserma perchè hai chiesto di poter parcheggiare un metro oltre la transenna (strada chiusa per il funerale di un noto medico modicano – se morivo io col cazzo! – N.d.A.) per entrare dal veterinario, che poi saresti tornata indietro nel giro di due minuti perchè a casa hai un gatto che miagola come un dannato dal dolore; quando ti arrabbi perchè il tuo vicino di palazzo, manco di appartamento, ha la radio a tutto volume e ti risponde “Ma tu chi cazzo sei? Quant’è che vivi qui?” con il fare mafioso che troppo spesso tra i ragazzini sembra avere la meglio; quando ti svegli la domenica mattina terrorizzata dall’odore di gomma bruciata che hai in casa e ti accorgi un’ora dopo, passandoci davanti, che a un chilometro hanno dato fuoco a due cassonetti della spazzatura; quando dopo un mese non hanno ancora pulito i resti di quei cassonetti; quando la domenica mattina ti svegli e l’impiegato comunale s’è dimenticato di aprire il rubinetto dell’acquedotto per servire acqua (non caramelle, acqua!) al tuo quartiere; quando il vigile urbano fa due chiacchiere con il proprietario del macchinone in sosta vietata e invece di fargli la multa gli sorride e va via; quando chiami i carabinieri perchè è buio e qualcuno (si presume un cacciatore) ha prima illuminato casa tua e poi sparato nel tuo terreno e loro ti rispondono “ma noi non possiamo fare niente“… ma cosa dovrei dire io?

Ma certo che è un posto di merda se lo guardiamo da questo punto di vista! Lo dicevo di Milano e lo dico di qui, con la stessa onestà che mi ha sempre contraddistinto.

Se poi penso alle magnifiche spiagge (deturpate troppo spesso dai rifiuti, aggiungiamolo alla lista sopra), ai panorami che ho visto, alla bellezza della campagna, alla ricchezza della storia (lasciata cadere in rovina, altra cosa da aggiungere), alle splendide persone che ho conosciuto, al sogno in cui ho creduto, alla gente che a Palermo sfila contro la mafia, allora ok. Questo è un altro punto di vista, e c’è. Alla gente che a Pachino è scesa in mare ad aiutare i migranti a scendere dal barcone, allora ok.

Ma io non mi spavento a dire che non mi trovo bene qui. Che per una cosa positiva che sperimento ce n’è una che mi atterrisce. Anzi, che mi atterra proprio, se mi passate il termine.

E’ vero che ci sono siciliani arroganti e lascivi e siciliani che lottano per la loro terra, ma non venite a dire a me di lottare perchè sinceramente ho già lottato abbastanza per rimanere. La Sicilia può essere cambiata solo dai siciliani. Non dal Governo, non dai turisti, non da chi ci viene a vivere.

La Sicilia è dei siciliani. Se vi va bene così, non lamentatevi. Se non vi va bene, cambiatela.

Non è necessario partire dai grandi sistemi: un posto si cambia partendo dallo stereo a un volume tale che gli altri non siano obbligati a sentire la tua musica.

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E ripeto: io sono venuta qui con il massimo dell’entusiasmo. Il massimo. Non mi ha obbligata nessuno. Sono venuta io, con la voglia di trovare un posto migliore per me.

Purtroppo, non tutti i sogni rimangono tali al risveglio.

I had a dream.

Avevo un sogno.  Avevo un sogno ed era bello grande.

Ero seduta in veranda con i miei due figli intorno, ieri pomeriggio. Io ero seduta per terra a guardarli, mentre loro giocavano con lo stendino e le mollette – Noemi faceva un trenino colorato appendendo le mollette al cesto e Nicolas cercava di attaccare le mollette allo stendino, senza riuscirci.

Sono in campagna adesso. E’ tutto quello che ho voluto per anni.

Li stavo guardando e m’è venuta in mente la frase di Martin Luther King. I have a dream. E così ho pensato, anch’io avevo un sogno. Era un sogno bello e grande nella sua semplicità.

Era più o meno così:

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Niente di esagerato: un muro a secco, un po’ di verde, una casetta.

Ci abbiamo messo quattro anni a realizzarlo. Non poco, non troppo. Per la tempistica siciliana c’è andata anche bene.

Ma ieri mentro ero finalmente fuori con i bambini, con gli uccelli che ci volavano intorno, con la mucca che pascolava nel terreno accanto, mi sono chiesta, è così che lo immaginavi? E’ così che lo volevi?

No.

Il mio sogno era questo, ma è costato troppo.

Avevo un sogno, e ora non l’ho più.

La parte più grande della felicità è condividerla. A che serve essere felici se non si ha nessuno con cui esserlo?

Ci avete mai pensato?

Il settimo anno è quello della crisi

Già. Sono quasi sette anni che mi sono trasferita qui, in Sicilia. Prima dello scorso novembre non mi sono mai posta la semplice, banale, sprecata domanda chi me l’ha fatto fare?

Per sette lunghi anni ci ho provato. Ci ho provato a non pentirmi.

Sono arrivata qui con l’entusiasmo di chi sta finalmente cambiando vita, l’entusiasmo di chi sta chiudendo una porta dietro di sè, pronta a scoprire un nuovo modo di vivere, pronta a lasciarsi tutto alle spalle. Ho lasciato un posto (quasi) fisso, ho zittito chi mi diceva che ero pazza a venire nel Sud, peggio ancora in Sicilia, ho affrontato tutto con gioia ed emozione, tutto mi sembrava migliore. Migliore di Milano.

Ero giovane – ebbene sì, eccomi arrivata al fatidico momento del “ero giovane” – innamorata, entusiasta. Stavo chiudendo un orribile capitolo della mia vita e stavo finalmente andando via.

032.Marinai!!!

Ho trovato lavoro subito. Avevamo una casa disponibile.

Avevamo progetti e voglia di vivere.

E mese dopo mese, anno dopo anno, cara Sicilia mia vostra, mi hai tolto tutto. L’entusiasmo, i progetti, la voglia di continuare a provarci.

Primo anno. Il lavoro è stato un inferno. Sottopagato e sottovalutato. Non ho mai detto di essere un genio ma ho sempre imparato in fretta. Se qualcuno mi avesse insegnato. Se qualcuno mi avesse dimostrato di credere – almeno un po’ – nel fatto che se anche sono donna ho un cervello anch’io. Mi veniva la morte ogni volta che abbassavo la maniglia della porta per entrare. Ho passato pomeriggi a piangere di nascosto relegata in un ufficio nello scantinato. E nemmeno chi avevo seguito per amore riusciva a capire.

Tutti mi dicevano, è così, non si possono cambiare le cose (in Sicilia, aggiungo io).

Per chi mi conosce un minimo sa che per me tutto si può cambiare. Basta iniziare.

Secondo anno. Licenziata perchè mi stavo sposando (ovviamente non è quello che mi hanno detto ma basta fare due conti). Volevo un bambino e Salvo no. Finito quello del lavoro, è iniziato il calvario dei vicini maleducati di casa. Perchè mai abbassare il volume dello stereo se con un unico apparecchio si può tenere sveglio un intero quartiere?

Terzo anno. Salvo si convince, rimango incinta al primo mese di tentativi. Cinque mesi dopo mi diagnosticano una grave malformazione cardiaca della bimba. Devo abortire. Nel frattempo, giusto perchè non sono in pieno esaurimento nervoso, il solito vicino fa precipitare la situazione. Alla fine di una lotta estenuante si convince che forse è il caso di evitare che io ricorra agli avvocati. O forse è la madre che si convince che suo figlio è un po’ fuori controllo. Ma poi, in tutto questo, io ho perso mia figlia.

Quarto anno. Cerchiamo disperatamente una gravidanza che arriva soltanto dopo dieci mesi di estenuanti tentativi. Dieci mesi sono pochi per chi non ha vissuto il dramma di perdere un figlio. Ma sono un’eternità se vivi con l’unico scopo di riuscire a diventare madre di nuovo. Riusciamo intanto a comprare il terreno che avevamo visto il giorno prima di venire a conoscenza della malformazione della piccola. Pensiamo di aver raggiunto la felicità.

Ovviamente, ne siamo ben lontani.

Gli ultimi anni li riassumo brevemente: ho a che fare con l’arroganza e la maleducazione di molti, non riesco a creare rapporti d’amicizia come dico io, per costruire casa non basta essere in regola ma ci vuole un doppio fegato, abbiamo problemi con tutti gli enti a cui ci siamo rivolti, la gioventù moderna spara petardi a raffica sotto le mie finestre, la gente inizia a starmi sulle palle a priori (e questo purtroppo finisce per essere l’unico vero tasto dolente) e nonostante due gravidanze splendide e due figli che adoro, nonostante il rapporto con mio marito cresca e si rafforzi, nonostante la casa nuova e il trasloco, io arrivo e mi chiedo

perchè mai sono venuta a vivere qui?

Ora ditemi voi che si deve fare quando si arriva a questo punto. Quando non basta più niente a toglierti dalla testa il fatto che te ne vuoi andare, e prima è meglio è. Ovunque, tranne qui.

Non ci sono bimbi che tengano, non c’è amore che tenga. La testa ti tiene qui, l’anima è già altrove.

Ho un solo misero progetto per il mio futuro qui. Ma è un progetto su cui posso vendermi anche altrove.

Appunto.

Altrove.