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Tu chiamalo se vuoi addio.

Non ho idea di che tipo di addio possa essere, non ancora.

Rabbia? Sì, tanta. Verso una moltitudine di cose e persone.

Tristezza? Sì, tanta. Per la casa, per il sogno, per un progetto di vita concluso.

Amore? Sì, troppo. Come in tutte le cose che faccio. E questo si ricollega alla rabbia.

Speranza? Sì, senza fine.

Mentre giro le spalle a quella che credevo potesse essere la mia vita lontana da un posto in cui non mi sentivo di appartenere, apro la porta alla moltitudine di possibilità che mi si parano davanti.

In tutto questo, tutto è andato storto e tutto è andato meravigliosamente.

La nostra nuova vita è già ricominciata, e anche piuttosto bene direi. Come al solito poi riusciamo a raggiungere più di quello che crediamo di perdere, o che qualcuno pensa di averci potuto togliere. Noi non lasciamo indietro niente più di quello che vogliamo lasciare indietro, tutto il resto viene con noi.

Avanti.

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Cara Emma Luna, preparati ad arrivare in una famiglia di pazzi sognatori. Di persone che non si arrendono mai, di persone inquiete, passionali, difficili. E per questo preparati a volare alto, perchè non è vero che chi si accontenta gode. Non per noi.

Novembre di traversate, ricordi e ricoveri

Novembre non ha fatto in tempo ad iniziare che è già finito, non riesco a fissare nella mia mente tutto quello che vorrei: il tempo corre, mi sfugge, si succedono grandi cambiamenti e piccoli impedimenti, si cerca di incastrare tutto e in qualche modo ce la si fa. Ma che stanchezza nel mezzo!

Due settimane fa è arrivato Salvo, in furgoncino con il nostro amico muratore che ci ha aiutato con il trasloco (una manna dal cielo, un viaggio indimenticabile) e due giorni dopo, giusto il tempo di un colloquio in un’importante azienda (speriamo speriamo speriamo), siamo ritornati giù, a recuperare gatti e macchina e a chiudere casa, ancora invenduta.

Una settimana soli io e lui, evento che non si verificava dal giorno in cui è nata Noemi. Avrei voluto passare gli ultimi giorni al mare, in solitudine io e lui, ma parte del mio cuore è legato alle persone che negli ultimi anni sono entrate nella nostra vita come una seconda famiglia, che alcune di loro definirle amiche non rende proprio. Non è vero che me ne vado arrabbiata, la rabbia c’è stata ma io adesso ho il cuore gonfio di bei ricordi.

Abbiamo raccolto conchiglie sugli scogli e abbiamo portato il mare da Nicole, che non l’ha mai visto e mai lo vedrà.

Abbiamo riso e scherzato e ci siamo sentiti carichi e pronti a partire, tranne poi addormentarci come due bimbi sul furgoncino che per fortuna non guidavamo noi.

Ci siamo autoinvitati a ogni pranzo e ogni cena ma entrando in casa sapevamo di essere attesi.

Abbiamo salutato Lyla che adesso ha dei nuovi meravigliosi “genitori”.

Ho mangiato la mia ultima crepe a Modica bassa.

Ho aperto il cuore e risposto a domande sul mio passato alle uniche persone che in otto anni hanno avuto la curiosità di chiedere. E l’ho fatto volentieri, senza imbarazzo.

Al mio compleanno mi è stato regalato un mortaio fatto a mano, non me l’aspettavo e non mi aspettavo nemmeno di commuovermi una volta che i saluti sono finiti e la porta s’è chiusa alle nostre spalle.

Abbiamo attraversato l’Italia per l’ennesima volta, carichi di bagagli ma soprattutto di affetto.

Salvo ha fatto il secondo colloquio nell’azienda che nemmeno nei progetti migliori. Stiamo ancora aspettando una risposta (entro fine anno, hanno detto) ma osiamo sognare e in fondo non smetteremo nemmeno se dovesse andar male.

Noemi è stata ricoverata due giorni e non abbiamo capito la causa, se un virus o un’indigestione o una botta in testa che ha preso. Però s’è divertita e dice che ci vuole tornare. Viaggiava nel corridoio con la sua flebo e sembrava una piccola donna, non più una bambina. Niente le procurava disagio, tutto la incuriosiva.

Abbiamo ancora decine di scatoloni chiusi e probabilmente rimarranno chiusi per un po’. Abbiamo un nuovo letto a castello in camera e sempre meno spazio dove muoverci. Ma abbiamo una casa e non importa quanto sia piccola e quanto ci pesteremo i piedi.

Ora siamo davvero pronti a ricominciare.

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Adattamento

Uno si preoccupa tanto per i bimbi e poi alla fine sono quelli che in trenta secondi si sono già adattati. Abbiamo letteralmente attraversato l’Italia in macchina e loro buoni buoni hanno passato diciassette ore sui loro seggiolini, con solo due ore di pausa tra pranzo cena e soste caffè-pipì, che Nicolas ha viaggiato senza pannolino e bisogna fargli una standing ovation. Hanno dormicchiato, chiacchierato, cantato e giocato e devo essere sincera, da quel punto di vista il viaggio è stato splendido. Tra l’altro, bel tempo da Modica fino quasi a Firenze. Poi bombe d’acqua su tutto il tratto appenninico (e qui la standing ovation me la faccio da sola, che la serata si illuminava a giorno col temporale che abbiamo attraversato) e appena fuori Milano, per accoglierci come si deve e non lasciarci troppe illusioni.

Qui è autunno.

Non lo ricordavo, l’autunno.

Bastano davvero otto anni lontani per dimenticare il clima del posto in cui sei nato e in cui hai vissuto più di vent’anni?

Sì.

A Modica era ancora stagione balneare, qui non abbiamo i giubbini ma non siamo nemmeno in maniche corte, e io ho tolto i sandali giusto il giorno del viaggio.

Non è stato facile, non è mai facile. Non sono più milanese, fatico a vivere nel cemento. Mi sono persino abituata alla guida siciliana, non mi arrabbio quasi per niente, è come se avessi fatto scuola di sopportazione per tutto il periodo in cui ho vissuto a Modica.

E sappiamo che è così.

Però nello stesso momento in cui ho spento il motore, ne ho sentito la mancanza.

I bimbi no.

Noemi è già tornata all’asilo, dove una sua compagnetta l’aspettava trepidante da settimane e ogni giorno mi guarda con ansia nell’attesa che io me ne vada per potersela portare via. Nicolas s’è tranquillizzato tantissimo, gioca per ore senza che io mi renda conto della sua presenza. Dopo i primi giorni di nottate allucinanti, in tre sul lettone (e no, niente, il cosleeping non funziona quando per figlio hai un toro impazzito), ora dormiamo piuttosto bene e anche se il sonno perso non si recupera io mi sento finalmente riposata.

Ho rivisto un paio di amiche, ho ricominciato a sentirmi parte del mondo, non più isolata e in solitaria per giorni interi. Parlo anche con persone adulte e quasi non me ne capacito.

Mi mancano i miei vicini di casa, l’idea che stavano costruendo un bellissimo rapporto e dobbiamo interromperlo. Mi mancano quelle poche persone che ci sono sempre state, anche quando non l’abbiamo chiesto. Mi manca la campagna e mi manca il mare. Mi manca naturalmente Salvo.

Ma guardo i miei figli di nuovo tranquilli e sereni, e non più capricciosi e irritanti come poche settimane fa, e mi rendo conto che sì, abbiamo fatto la scelta giusta.

Qui abbiamo molte più possibilità per loro.

E per noi.

 

Ci vuole coraggio per cambiare idea

Succede da quando ho memoria.

Quand’ero piccola (ma piccola piccola, che potevo avere sei o dieci anni) immaginavo che da grande sarei andata a vivere ad Andora, dove i nonni avevano la casa al mare, oppure a Bobbio, dove passavamo le vacanze con gli altri nonni e con i miei. Alle elementari già sapevo che avrei studiato lingue, al Gadda di Paderno. Alle medie ho lottato contro i consigli di tutti per rimanere su questa scelta, perchè ero brava, ero da classico o da scientifico, ma a me non me ne fregava niente. Io volevo imparare le lingue. Tutte, se possibile.

Alle medie ho iniziato a entrare in un vortice di consapevolezza, per cui attacchi di panico, paura di morire e religione non andavano più d’accordo. Ho iniziato a pensare che la vita fosse troppo breve per tutto quello che volevo fare. Anche se ancora non avevo esattamente deciso cosa diventare.

Alle superiori ho iniziato a pensare di volermene andare via. Non importava dove, io volevo scappare. Da me stessa, dai problemi, dagli altri. E’ sempre stata una questione di altri nella mia vita. Insomma, voglio dire, è facile dire che te ne freghi, che questa o quella cosa non ti far stare male, che questo o quel giudizio ti passano lisci come l’olio. Ma poi no, i giudizi, quelli cattivi, non passano mai lisci come l’olio.

E allora via, con l’idea degli Stati Uniti, ma poi no, sono troppo lontani, allora l’Inghilterra. Poi non importa dove l’importante è andare via.

Anche se significa passare sei mesi in una casa di cura a Vicenza.

Via. Basta che si vada via.

E poi tornare. E capire che non è cambiato niente. Trovare un lavoro tanto per passare il tempo, poi trovarne un altro perchè quello non va bene, ti distrugge tutto quello che in anni hai faticosamente creato. L’autostima.

Una vacanza in Sicilia, l’ultimo posto che avresti pensato. Anzi nemmeno l’ultimo: l’unico che non avresti mai nemmeno preso in considerazione.

Provare di nuovo con l’Università, non Mediazione, quella l’hai lasciata perchè non ti dava niente, provare con Psicologia e arrivare al giorno del test e per una serie di ritardi coincidenze, quando finalmente ti arrivano i fogli e sta per scattare l’orologio, ti alzi e consegni il tutto. Non lo voglio più fare. Signorina, guardi che non si torna indietro. Non lo voglio fare, non voglio tornare indietro.

E decidere di fare altro. Altro da tutto quello che si è sempre voluto. Lottare per affermare qualcosa che per gli altri è folle. Trasferirsi in Sicilia. Seguire un amore nato da pochi mesi, sposarlo, fare progetti, fare tre due figli, ristrutturare una casa e costruirne un’altra da zero.

Resistere sette anni.

E poi, cambiare idea.

Piacenza. Sì, la provincia di Piacenza non sarebbe male.

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