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Aborto terapeutico

Sembrerà strano e stonato che io, che ho appena avuto una bimba, mi metta a parlare di quest’argomento così tabù che cercando in rete si trovano solo notizie risalenti al 2008 e prima.

Ne voglio parlare lo stesso. Ne voglio parlare perchè se anche il mio blog non è sicuramente il più letto, qualcuno forse passerà e leggerà. Non opinioni isteriche di cattolici e pseudo-amanti della vita, ma un’opinione di una persona che si è sempre detta contro l’aborto come “contraccettivo” ma pro-libertà di scelta, poichè ogni donna possa decidere per la propria vita, in base alla propria esperienza, al proprio vissuto, e alla propria condizione.

Cos’è l’aborto terapeutico?

Innanzitutto: non è eugenetica.

Ero al quinto mese quando mi hanno mostrato un cuore pressochè inesistente all’interno della cassa toracica di mia figlia Nicole. Nicole, avevà già un nome, un volto, un posto nella nostra vita. Cercata e voluta, amata sin dal primo istante.

Ma quel cuore, e quella sospetta diagnosi di trisomia (quale non abbiamo accertato), non le davano molte possibilità di vita.

All’ecografia di controllo, l’ecocardiografia per la precisione, il silenzio ci ha stretto nella sua morsa di morte. Le lacrime mi scendevano sulla faccia mentre sentivo il dottore (non il mio ginecologo: lo specialista) sussurrare “Eh sì… mi dispiace, signora”. Mentre sentivo il rumore sordo di mio marito accasciarsi sulla sedia lì vicino. Non riuscivo a parlare, a chiedere. In fondo per quel poco che ho studiato lo vedevo anch’io che quel cuore non funzionava.

Insomma, una decina di minuti dopo, il dottore chiama il mio ginecologo e gli spiega la situazione, sottolineando il fatto che si vedeva anche chiaramente il fatto che la bimba aveva anche qualche sindrome cromosica, per via della faccia vagamente triangolare. Quando ha messo giù il telefono, io ero vuota di pensieri. Qualche giorno prima ci avevo provato a immaginarmi con una figlia down. Io e mio marito avevamo 25 anni, un progetto di casa, un terreno lì lì per essere acquistato, un solo lavoro, uno stipendio sotto la media. Cosa avrebbe comportato una figlia down? Chi ci avrebbe aiutato? I miei sono a Milano, a più di mille chilometri da qui: io sono sola e lui lavora. Mi sono immaginata i vicini ipocriti e bastardi e mi sono sentita improvvisamente troppo piccola, ma soprattutto ho capito che i nostri sogni finivano lì. I soldi sarebbero serviti tutti per la bimba. Niente più casa, niente più viaggi, niente più giovinezza.

Poi il dottore mette giù il telefono.

Signora, le devo spiegare la situazione. Sua figlia ha una grave malformazione cardiaca, il che comporta che dovrà essere operata a cuore aperto alla nascita, ed essere sempre seguita negli anni, nel caso in cui sopravvivesse. Le percentuali di riuscita dell’operazione sono circa al 50%. Inoltre ha una sindrome cromosomica, la cosa migliore potrebbe rivelarsi la sindrome di Down. Questa bimba non arriverà comunque all’età adulta, e nel caso in cui decidesse di partorire dobbiamo programmare un cesareo a Catania.

E poi, può ancora abortire.

Quella parola, un’eco nel mio cuore.

Appena l’ha detto ho saputo che l’avrei fatto.

Mi asciugavo le lacrime silenziose che scendevano anche se volevo farmi vedere forte. Fuori tuonava, come un presagio.

La mia vita s’è interrotta lì.

Cosa avrei dovuto decidere? Cosa avrei dovuto fare?

Come si può una qualunque persona intromettere nella mia vita, nella nostra vita, e decidere che quella bambina doveva nascere?

Sarebbero stati più felici a vederla morire durante il parto? Sarebbe stato meglio? Loro che si dicono dalla parte della natura, avrebbe preferito un cesareo programmato? Un’operazione a cuore aperto, che per chi non sa sui bimbi viene fatta con pochissima anestesia? Una morte sotto i ferri?

Io non mi esprimo a favore, oppure contro. Io mi esprimo per la libertà di scelta.

Perchè le stesse persone che vorrebbero abolire l’aborto terapeutico, e l’aborto più in generale, sono le stesse che prontamente spariscono quando i soldi finiscono, visto che lo Stato in realtà non c’è quando hai un figlio con un grave handicap. E te la devi smazzare da solo, rivolgendoti a chi può aiutarti, in modo lecito o meno lecito. Quelle stesse persone sono quelle che ti sorridono per strada e poi pensano “Menomale che non è capitato a me”.

Nessuno ha il diritto di entrare nelle scelte che si fanno per i propri figli, e per se stessi. E’ una scelta egoistica evitare tutto quel dolore a una bimba che non sarebbe mai neanche arrivata a compiere cinque anni? E che avrebbe conosciuto solo ospedali e sale operatorie?

Se lo è, l’ho fatta. Ho sensi di colpa che mi straziano ogni giorno, ma non sono pentita.

Economicamente forse non avrei neanche potuto aiutarla. Un giorno sarebbero finiti i soldi per prendere gli aerei, e quelli non te li paga nessuno. E allora forse le avrei dovuto dire “Scusami Nicole, ma la mamma non ti può far operare questa volta”.

Ora, l’aborto terapeutico non è una legge. Non è una passeggiata. Non è una scelta presa a cuor leggero.

L’aborto terapeutico è una forbice che taglia in due la vita di una coppia.

Lasciamo da parte il dolore del parto indotto, il dolore fisico in fondo è quello che ci permette di andare avanti, perchè offusca quello che stiamo facendo.

L’aborto terapeutico è una cicatrice che non guarisce mai. Una domanda senza fine.

Ma una domanda che solo chi ha preso questa decisione può porsi. Nessuno, e ripeto: nessuno, può permettersi di entrare nel merito della questione se non l’ha provato sulla propria pelle.

Ammiro e un po’ invidio le persone che hanno un figlio disabile e che lo amano e che lo rispettano e che riescono a dargli una vita dignitosa. Ma sono poche. E forse, chi lo sa, guardandosi allo specchio, e rispondendo solo a se stessi, avrebbero preferito che non fosse successo.

Non chiedo molto. Chiedo solo di chiudere le mille bocche ipocrite che ancora alzano la voce senza sapere cosa dicono. Che di gente che soffre ce n’è già abbastanza a questo mondo.

Ma di aiuti, aiuti veri e sinceri, pochi.