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Si muove tantissimo

Si muove tantissimo. Costantemente direi. Quasi a volermi ricordare che c’è anche lei, ehi sono qui, sembra voler gridare, giorno e notte, senza un attimo di tregua. 

Sono all’ottavo mese e ancora prendo dentro la pancia negli spigoli perchè mi muovo come se fossi la stessa persona di dieci chili fa. Certi giorni la gente mi sorride e non capisco perchè, o mi tengono l’ascensore al piano anche se devo ancora salire le scale della cantina. Ah certo, ho due bimbi e una panzona (come mi chiamano Salvo e Noemi, e ogni tanto Nicolas). 

Ho sofferto molto il caldo questo mese, non so se sia stata la gravidanza o l’afa milanese (sono più propensa a pensare alla seconda). Mi brucia lo stomaco, mi fanno male le gambe. Ma guido, lavo i bimbi, li prendo in braccio, pulisco le lettiere (e no, non ho fatto la toxoplasmosi e ho sempre pulito lettiere di gatto), rincorro la macchina lungo il tunnel dell’autolavaggio perchè mi sono fermata a fare due chiacchiere e ora è quasi in fondo. 

Martedì a Milano c’erano 40 gradi e io avevo un’ecografia alle due e mezza del pomeriggio poco distante da Porta Garibaldi. Ci sono andata sola, coi mezzi, e ho camminato per dieci minuti sotto il solleone (e ho anche litigato con l’infermiera dell’accettazione ma preferisco dimenticare).

Sono andata a fare la curva glicemica da sola e naturalmente sono quasi svenuta – ero pronta a vomitare, non mi aspettavo di svenire. 

Faccio quasi tutto quello che facevo prima di restare incinta, un po’ perchè non ho scelta e un po’ perchè mi dimentico di avere qualcuno dentro di me. In fondo a Emma Luna piace essere trasportata, sono gli unici momenti in cui non la sento. 

Ho avuto una battuta d’arresto solo con le nausee ma per fortuna, per quanto intense, sono durate poco.

Noemi parla abitualmente con lei, Nicolas di meno, dà un po’ l’impressione di essere combattuto tra la gelosia e la curiosità. D’altronde fino all’arrivo della panza è stato lui il piccolo di casa. Noemi abbraccia il pancione, chiede “c’è qualcuno?” e sua sorella risponde. La riconosce, ne sono sicura. Riconosce la manina di Noemi, la sua voce, scalcia esattamente nel punto in cui arriva lo stimolo. 

Sembra che abbiano già un legame ed è un qualcosa che mi scalda il cuore. Comunicano.

Forse più di quanto io comunichi con la bimba che scalcia in continuazione. 

Non ho ancora preparato il borsone, non ho nemmeno tutto quello che serve. Non so nemmeno cosa serva esattamente in un ospedale del Nord. Per certo so che non devo portare pannolini. 

Lo so che ci sei, Emma. Ti sento e ti aspetto. Sto cercando di capire come ci organizzeremo quando sarai qui, anche tu a condividere l’unica camera da letto che abbiamo, dove a malapena entrerà la carrozzina (per cui ti prego, non fare come i tuoi fratelli, cerca di dormirci dentro, almeno qualche notte). Sto cercando di capire se sarò in grado di fare tutto (e saprò farlo, ma speriamo che quest’autunno piova poco). Sto cercando casa, sto cercando di chiarire quello che voglio, sto cercando di fare pace con la mia eterna inquietudine, sto cercando di fare spazio, a te e a tutto quello che verrà.

Ti sento, ovvio che ti sento. E ti aspetto, aspetto di nuovo quella scarica ormonale di quando sarai tra le mie braccia, quella sensazione di avere di nuovo trovato un senso a tutto.

Ti aspetto, Emma Luna, e ti sento.

Ti sento forte e chiaro ma ora non ho il tempo di fermarmi.

Noi abbiamo un bambino nella pancia