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Di silenzi che fanno troppo rumore

I bimbi sono nella vasca da bagno e ho questo quarto d’ora di (mezza) libertà, il computer è acceso e vorrei approfittarne ma la verità è che non ho proprio niente da dire. Improvvisamente le parole mi perdono un po’ il loro significato e preferisco lasciarmi cullare da cose poco mondane come i tramonti di questa nostra campagna e la solita mucca che pascola a pochi metri da casa.

I bambini ultimamente sono impegnativi ma perchè sono impegnativa anch’io. Mi sembra di vibrare continuamente in questa gabbia immaginaria che sono i miei pensieri. A volte sto proprio sveglia la notte e non è che mi porti grandi consigli. In realtà ho già rimuginato abbastanza di giorno, ma mi sveglio e sento che sto metabolizzando qualcosa che con la luce del sole preferisco nascondere.

Quest’estate era piena di progetti che a uno a uno sono crollati. Se mi giro indietro vedo un luglio ormai lontanissimo, un agosto volato tra l’illusione di una gravidanza e la sberla dell’aborto e un settembre che è ancora qui ma in fondo non c’è nemmeno stato. Abbiamo vissuto nell’attesa di qualche desiderio che non s’è realizzato e noi ci credevamo tanto, invece.

Non sono nemmeno triste, no. Malinconica sì, ma quella è la mia indole e non posso farci molto. E’ un po’ come la rabbia, io ce l’ho e me la tengo e imparo a sfruttarla al meglio per creare nuova energia e nuovi sogni. Perchè non sono una che smette di sognare, posso cadere e rialzarmi un centinaio di volte di fila: se voglio qualcosa me la vado a prendere.

(Ed ecco che i bimbi iniziano a litigare nella vasca, rubandomi quei cinque minuti di intimità con me stessa che speravo, almeno oggi, di poter avere.)

Ho tatuato sulla pelle un’amicizia. Ho detto ad alta voce a Salvo che avevo sognato Piero, che veniva e mi abbracciava e mi chiedeva scusa per non essersi fatto sentire per un po’. Ma di che, figurati. Lo abbracciavo e mi ricordavo che era morto. Allora mentre lo raccontavo a Salvo ho detto ad alta voce e poi mi ricordavo che Piero era morto. L’ho detto ad alta voce e improvvisamente è come se fosse stato vero.

Tutto il resto diventa più piccolo di fronte a tanto.

E’ come una lente di ingrandimento che finalmente passa sopra le cose giuste e sfuoca tutto il resto.

Settimana scorsa sono tornata a un supermercato che ha cambiato nome dopo essere stato chiuso vari mesi. In tutto erano quasi due anni che non ci andavo, ma ho sempre nel cuore il ricordo di questo commesso sorridente anche quando stava per rimanere a casa, un uomo dolce e premuroso, che mi aiutava a portare il latte in macchina e che mi ha messo da parte decine di scatoloni per il trasloco, rompendoli e infilandoli nel baule mentre io stavo dietro a Nicolas nell’ovetto.

Sono entrata e c’era lui di turno. Mi ha accolta con un sorriso che non so dire, grande e genuino. Sono passati due anni e mi sembrava ieri. E lui era contento di rivedermi, segno che allora qualcosa di me rimane. Che non ci vogliono tante parole in fondo, che a volte è meglio uno sguardo.

Ed è un po’ quello che sto facendo in questi giorni: getto sguardi. Osservo, imprimo. Mi cullo in un silenzio che è pieno di rumore, e non sempre è una cosa brutta.

 

Pause. Rewind.

A me capitano i periodi di silenzio. Sono periodi in cui se potessi andrei a vivere sul cucuzzolo di una montagna, con niente e soprattutto nessuno intorno. Non ho voglia di ascoltare, non ho voglia di parlare, ho solo voglia di stare lì coi miei pensieri a cercare di districare la matassa.

Che poi alla fine sembrava un grosso nodo e invece basta tirare il filo giusto e va tutto via liscio come l’olio.

Questo è uno di quei periodi. Il periodo del silenzio, del “e adesso che ne faccio della mia vita?”. Sì, perchè a me ogni tanto piace chiedermi questa cosa. Non mi basta l’aver raggiunto un obiettivo per sedermi, mi serve avere dell’altro. Mi serve raggiungere quel briciolo di serenità che poi mi permetta di stare tranquilla un altro po’ a godermi il panorama.

La mia vita, da sempre, è un enorme cantiere con il cartello “Lavori in corso”. E mi piace, mi piace l’aver sempre qualcosa da perseguire, un sogno da realizzare.

Ora sono soltanto un po’ confusa ecco.

Ho lasciato un grande sogno che sarà difficile da rimpiazzare ed è sempre dura quando bisogna accettare che qualcosa non è andato come per anni avevamo immaginato. Avevo un progetto che non era a breve termine, era un progetto di vita e niente, come molte altre cose è miseramente crollato sotto i miei piedi.

La terra trema, Amore mio, canta Ligabue nel suo ultimo album. Tu guarda nei miei occhi e trovaci un domani.

Sempre tutto così incerto, sempre tutto in bilico. Un che di avventuroso e un che di sana rottura di balle, ecco. Voglio dire, mi piace la mia vita, mi piace tutto quello che ho fatto finora, ma a volte basta, vorrei fermarmi.

Ecco, fermarmi.

Avere un periodo di silenzio.

Un periodo in cui se mi chiedete qualcosa vi rispondo solo che non ho voglia, lasciatemi in pace. Un periodo in cui se vi rispondo così capite e lasciate stare. Capite, ma capite davvero che non è un mandarvi via. E’ una mia esigenza. La mia esigenza di star lì, seduta di fronte al niente, e cercare di riempirlo con un altro sogno.

Uno dei tanti ancora chiusi nel cassetto cruscotto.

Mare Mare

 

 

Con le lacrime agli occhi…

Mi trovo a scrivere una nota nel pieno di un attacco di ansia, forse così le poche persone che ho tra gli amici capiranno che non sono pazza, ma che le circostanze mi stanno facendo uscire di me.
Inizia tutto con uno stereo troppo alto che chiedo venga abbassato.
Due anni e due aborti per arrivare a stamattina e tutto ricomincia daccapo.
Allora stavolta lo alzo io lo stereo. Madonna urla in salotto e io in camera tremo dal nervoso, dall’ansia, dalla voglia di spaccare la faccia a qualcuno – perchè c’è gente che capisce solo la violenza, fisica o psicologica che sia.
Faccio di tutto per trattenermi e non andare a citofonare per sprecare per l’ennesima volta parole inutili. Sto qui, con il mio stesso stereo che mi dà un fastidio inconcepibile, con l’unico preciso scopo di dare fastidio agli altri.
Prima di questo stavo piangendo per la mia bambina, perchè qualcosa non mi fa vestire e non mi fa andare al cimitero perchè… è morta. Tanto se mi sente, mi sente anche quando piango di fronte alle notizie della televisione, perchè ogni bambino che muore è lei.
E non basta il fatto che stai male a far capire alla gente che ti deve lasciare in pace. Ma lasciare in pace non significa, come molti di noi erroneamente credono, farsi i fatti propri e non salutarti quando ti incontrano, lasciare in pace significa rispettare la propria libertà. Significa che se abiti in un groviglio di palazzi e tieni lo stereo al massimo tutti saranno costretti ad ascoltare la tua musica, a rinunciare al proprio silenzio.
Io devo rinunciare al mio lutto perchè devo pensare a diventare matta dietro a questo tipo di persone, che non solo non capiscono, ma innanzitutto non rispettano. Eppure pretendono il tuo rispetto.
Allora se io devo rinunciare al mio lutto, il mondo intero deve rinunciare ad avere una persona rispettosa. Perchè io non posso esplodere ogni volta che sento uno stereo. Perchè io non posso andare in tachicardia ogni volta che vedo certe persone. Perchè io non posso aggredire verbalmente ogni tipo di persona che mi fa uno sgarbo.
Ora, ai telegiornali si chiedono il motivo di tante stragi condominiali. Io non arriverò mai a tanto, perchè – per fortuna o purtroppo – ho un autocontrollo e una valvola di sfogo che mi permettono di rimanere al mio posto e di rivolgermi ad altri per farmi giustizia. Ma quando la gente si chiede come mai, io a volte capisco.
Perchè se io mi sento svenire mentre lo stereo di altri entra nel mio lutto, e chiamo Salvo invece di scendere con un martello, ciò non toglie che ci sia gente che non ha un Salvo da chiamare.
Quindi, quando accendete lo stereo – o fate qualsiasi altra cosa che potrebbe arrecare disturbo agli altri – pensateci.
Perchè io ho i soldi per pagarmi un avvocato, altri no.
E soprattutto quando qualcuno vi chiede di smetterla perchè sta male, smettete di pensare egoisticamente a voi stessi, perchè quando avrete bisogno di aiuto tutti vi gireranno le spalle.
E quindi, con le lacrime agli occhi, mi trovo a scrivere una nota perchè capiate che non sono pazza, ma le circostanze mi stanno portando a impazzire. Il traffico e lo specchietto rotto, le strade interrotte, la gente maleducata, le ingiustizie profonde di ogni giorno… io non ho il pelo nello stomaco adeguato per affrontare tutto questo. Non ce l’ho.
Perchè disgraziatamente sono nata con una cosa dentro che si chiama sensibilità.
E maledico ogni giorno della mia vita per questo.
Perchè le mie lacrime non si asciugano mai.
La mia forza è credere profondamente che la ruota gira, gira per tutti. E se ora sono sotto io, prima o poi sotto ci sarà chi se lo merita davvero.

Ogni momento.

Ogni momento è permeato di lei. Ogni sorriso è permeato di lei. Ogni malinconia è permeata di lei.
E’ come se non riuscissi a vivere completamente le mie emozioni, perchè parte sono risucchiate dal pensiero che lei non è qui con me. Che lei però avrebbe dovuto esserci.
Ho paura di incontrare le persone che sapevano che ero incinta. Mi chiudo in un muro di silenzio ripetendo soltanto, io non scendo, ti aspetto in macchina.
Io non scendo, ti aspetto in macchina.
E la gente è molto più sensibile di quanto io pensi.
Ma non voglio vedere i volti delle persone che sanno, ma non dalle mie parole. Non voglio sentirmi chiedere come sto, perchè sto che potrei crollare.
Sono in un equilibrio precario, un equilibrio appeso al filo di un ciclo. Cammino sulla fune, e finora ho fatto passi da gigante. Sono a metà, e quando ti coglie la paura, inizi a tremare, la corda si fa instabile, e ci vuole un attimo a cadere.
Trattengo a fatica le lacrime, in onore di una forza che non ho, ma che devo avere.
Mi sento a un passo dal salto nel vuoto. Mi sento letteralmente appesa a un filo che dà sull’abisso.
L’abisso di una minuscola tomba al cimitero.
L’abisso che s’è inghiottito mia figlia.