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Che fretta che hai avuto già…

Bè.

Sapevo che avrei avuto un parto veloce. Sapevo che non sarebbe arrivato alla 40° settimana. Sapevo che non avrei sentito lo stesso tipo di dolore dei parti precedenti.

Ma, cavolo! Che fretta piccolo mio!

Dunque, ho perso il tappo mucoso intorno al primo maggio se non ricordo male: quello strappo e il dubbio, la visita dal dottore del mercoledì successivo e le sue parole: “Claudia, partorirai in questi giorni”.

Da allora l’ansia costante che sarebbe potuto avvenire in qualsiasi momento, a 37 settimane e qualcosa. Le perdite ma nient’altro in realtà. Il controllo in ospedale il venerdì, con un tracciato decisamente piatto, e il secondo controllo la domenica, con 4 cm di dilatazione. Un altro tracciato con qualche contrazione, ma non sentivo niente. Sono tornata a casa con doloretti, anzi, fastidi, ogni dieci minuti, ogni tanto cinque, ma io e Salvo abbiamo deciso di andare lo stesso da mia cognata a vedere il derby perchè non so, mi sembrava strano non sentire dolore. Finita la partita sarei dovuta andare in ospedale ma ho deciso di far dormire Noemi e di aspettare l’indomani mattina.

La delusione del giorno dopo, quando dopo una notte di piccole contrazioni sempre non dolorose la dilatazione era sempre ferma a 4 cm.

La stranezza di questo travaglio che era partito ma non si faceva sentire. L’agitazione di Nicolas in pancia.

Il dubbio che forse alla fine di tutto sarei arrivata a termine.

Dopo aver lasciato il foglio del pronto soccorso a Salvo ho incontrato il mio ginecologo che arrivava per un parto. Quando mi ha vista lì mi ha detto di tornare la sera stessa, che sarebbe sicuramente cambiato qualcosa. Nel frattempo gli ho chiesto se potevo camminare un po’ per velocizzare la cosa e la risposta è stata un sorriso “Cammina, cammina”.

E così ho fatto: ho camminato e fatto le scale, mi sono stancata da morire ma niente, io contrazioni non ne ho sentite per tutta la giornata.

E siamo quindi alla sera di lunedì 7 maggio.

Ho il controllo alle 20.30, durante il turno notturno del mio dottore.

Chiudo la portiera della macchina dopo aver preso l’ultima pastiglia di eritromicina della giornata e…

… una contrazione! Una contrazione vera!

Quando arrivo in reparto il ginecologo mi raccoglie subito e mi porta in sala visite, sono a 6 cm, mi deve ricoverare. Nel frattempo qualche dolore inizia a farsi sentire, sono in piedi di fianco a lui che ha recuperato una cartella da riempire quando mi guarda a mi dice, Claudia questa è una contrazione. Gli rispondo allora che sì, inizio ad avvertirne qualcuna.

Compiliamo una parte della cartella e poi sparisce, forse al pronto soccorso, mentre continua un’ostetrica tirocinante.

Quando finisce anche lei mi lasciano sola ad aspettarlo, e mentre i dolori tornano mi viene il sospetto che siano più ravvicinati di quello che mi sembra. Tra l’altro sono abbastanza forti. In realtà mi rendo conto di sopportarli benissimo.

Tiro fuori il cellulare e avverto Salvo del ricovero, lui mi aspetta con la bimba mentre deve arrivare mia suocera (per fortuna l’ha chiamata subito!). Voglio Noemi fuori dalla sala parto, a tutti i costi. La voglio con me tanto quanto voglio Salvo in sala parto.

Allora inizio a cronometrare, il dottore ancora non arriva.

21.09 – 21.14 – 21.19 – 21.22

Mi alzo dalla sedia per paura che mi si rompano le acque, per paura di sporcare.

Trovo l’ostetrica che mi ha fatto partorire Noemi, la stessa del tracciato di domenica con cui avevo chiacchierato un po’. Sono felice ci sia lei: mi piace molto.

Le dico che ho contrazioni ogni tre minuti e mi sento che mi si stanno per rompere le membrane. Sento una pressione fortissima dove Nicolas ha la testolina ben incanalata.

Mi porta di corsa in camera, e di corsa vanno a recuperare il dottore non so dove.

Mi metto la camicia da notte al volo e torno in sala visite: 8 cm. Il ginecologo mi rompe le acque (non che ce ne fosse un reale bisogno, sono sicura che mi si sarebbero rotte di lì a pochi… secondi). Le contrazioni sono forti ora, ma sorrido mentre mi fa i complimenti per l’autocontrollo e aspetta che mi passi per visitarmi.

C’è da muoversi!

Di nuovo in camera, giusto il tempo di mettermi sul letto e volare in sala travaglio. Sento che devo spingere.

Sento-che-devo-spingere.

Che bella sensazione. Con Noemi ero stata nel panico totale per via del ricordo di Nicole. Ora invece vivo tutto.

Vivo-tutto.

Fuori dalla sala parto è deserto. Ma dov’è Salvo? Ma dov’è mia suocera?

Volano a recuperarli perchè se ne accorgono anche loro: è imminente e non riesco a resistere.

Nicolas deve nascere.

Sono le dieci meno dieci.

Mi attaccano un tracciato e la flebo.

Il dottore entra a chiedere all’ostetrica che panino vuole per cena. Io un po’ rido un po’ respiro. Non ho paura.

Non-ho-paura.

Arriva Salvo che mi prende la mano e mi fa una battuta che mi fa ridere.

Mi portano in sala parto e la cosa più difficile è salire sul lettino nel mezzo delle contrazioni finali. Menomale che mio marito è un bell’omone!

Sento il dottore che raccomanda all’ostetrica un parto il più naturale possibile, e dentro il cuore mi sale una fitta di gratitudine per essersi ricordato di questo mio desiderio, che pure non ero riuscita a esprimergli nelle ultime visite.

E poi succede, il parto lo conduco io.

Lancio un urlo e spingo e improvvisamente so quello che devo fare.

So-quello-che-devo-fare.

Il ginecologo cerca di non farmi spingere se non ho contrazioni, perchè l’impulso comunque è quello. Mi appoggia un braccio sulla pancia e lo respingo malamente. Salvo mi dice che è lì, che si vede la testa. E io urlo e spingo ancora.

Mi fermo un attimo e sento il dottore che mi si avvicina e con tono paterno mi dice, Claudia, io ora quando hai una contrazione metto un braccio sulla pancia per aiutarti, ma tranquilla, non ti farò male.

Arriva, arriva arriva! Lo dico perchè sono io a decidere ora.

Urlo e spingo.

Spingo con una forza che non so nemmeno da dove mi arriva.

E lui esce.

E vomita.

E piange.

E urla.

E io rido.

Sono le 22.05.

E penso, oddio mi sono uscite le emorroidi!

E penso, sono pronta per un secondo figlio?

Lo lavano.

Salvo va con l’ostetrica, torna e mi dice che ha il naso di mio padre.

Rido. Poverino.

Il ginecologo mi dice che è bellissimo e allora penso che forse lo dice sempre. A tutti.

Voglio vederlo. Voglio riposarmi. Voglio dormire.

Ma arriva il momento dei punti. Sarebbe stato troppo bello non lacerarsi nemmeno un pochino.

Forse in questo momento provo davvero dolore. Tremo, mi viene da ridere, vorrei non dover passare attraverso questa tortura. Il dottore cerca di farmi appoggiare il sedere ma non ci riesco. Tremo e sono tesa come una corda di violino. Rido. Dottore, non ci riesco.

Insomma, alla fine esco e Salvo mi porta Nicolas.

Amorerra, mi sussurra, stavolta ci è venuto un po’ bruttino.

In effetti è rosso e gonfio, ed è di 38 settimane, quindi la pelle non è liscia. Ma ha gli occhi spalancati e mi cerca. E sono blu come il mare. Blu come gli occhi di Noemi appena nata.

Noemi.

Non vedo l’ora di vederla, fuori dalla sala parto. Usciamo e la sento che grida “Bimbo bimbo!”

E mi rendo conto di amarla alla follia.

E amo Salvo alla follia. In sala parto è stato semplicemente grande.

E ora Nicolas è qui.

E finalmente il resto non conta più.

Ho tanta voglia di te.

O meglio, ho tanta voglia di voi.
Ho voglia di giornate piene, di avere un sacco di cose da fare, di sentirmi esausta non perchè la notte mi devo alzare ogni due ore per fare pipì ma perchè ho una  bimba da allattare, di vedere i suoi occhi che mi cercano, e il tuo cuore innamorato di noi due.
Ho voglia di vivere presto un idillio a tre.
Non ho voglia di sentire che è faticoso, perchè la fatica non mi spaventa.
Non ho voglia di sentire che è doloroso, perchè non vedo l’ora di quel momento.
E intanto passa un’altra domenica solitaria…