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La stanchezza che viene alla fine

Avevo scritto altro ma sono svuotata e credo che non pubblicherò quel post, nè ora nè in seguito. Sono stufa di vivere arrabbiata e vorrei solo che passassero questi due mesi per poter veramente ricominciare da un’altra parte, che sia Milano o qualunque altro posto nel mondo. La Sicilia mi ha dato tanto e s’è presa tanto, alcune persone rimarranno e altre svaniranno, alcuni ricordi mi sveglieranno nel cuore della notte e altri scivoleranno via lentamente.

Stiamo cercando di vendere casa ma il periodo è quello che è, la gente viene, che bello e sparisce. Il telefono suona e quando sembra che quasi ci siamo rimane muto per settimane. Siamo un po’ in corsa, vorremmo tanto poter vendere prima di traslocare, per non lasciare qui un’appendice che non è solo fisica ma è soprattutto emotiva: questa casa per noi significa tanto. E’ vero, ci abbiamo messo anni e tanta fatica per arrivare a viverci ma è più tutto quello che c’è dietro che fa male, o fa bene, a seconda dei momenti.

L’abbiamo sognata, pensavamo fosse impossibile e invece eccoci qui.

Per questo disfarcene, e doverlo fare in fretta, è anche doloroso. Ci guadegneremo qualcosina ma che sono i soldi? Non sono quella che pensa che si possa vivere senza denaro ma sono sicuramente il tipo di persona che dà al denaro il giusto valore: un mezzo che serve per campare, non certo il fine ultimo.

Sono stanca. Vorrei liberarmi di tutte le catene, in particolar modo quelle mentali, e lasciarmi tutto alle spalle. E con tutto intendo proprio tutto. Ho bisogno di tranquillità e qui non ne ho mai avuta. Non ne avrò mai in un certo senso perchè sono così, io mi trastullo nei pensieri e mi creo ansie inutili, ma più che altro ho bisogno per un attimo di non dover lottare per essere me stessa.

Ho sempre un po’ odiato e un po’ amato Milano, e anche adesso che ci torno non è cambiato questo sentimento strano, come cantavano gli Articolo 31 una decina di anni fa: “Milano quando sono lontano voglio tornare, Milano quando ci sono voglio scappare“. Per questo sono un po’ indecisa su come sarà il futuro, se decideremo di impiantarci lì in pianta stabile oppure penseremo a un altro posto, magari più vicino al mare.

Sembra un capriccio questo mare ma chi ci vive sa di cosa sto parlando.

Il mare ti guarda ma non ti giudica, ti accarezza ma non ti stringe, ti trasporta ma non ti abbandona, ti culla ma non ti illude. Il mare calmo, il mare grosso, il mare dominato e il mare dominante. Il mare che decide lui e ti ricorda che in fondo siamo piccoli. Il mare in cui mi immergo e non penso più a niente. Il mare che d’inverno profuma l’aria. Il mare che devi rispettare, non c’è niente da fare. E se lo rispetti, lui rispetta te.

Il mare che vedo ora dalla mia finestra mentre scrivo, e laggiù stamattina, dopo che è passato il ciclone, si vede di nuovo Malta.

Il mare, che poi è l’unica cosa che mi mancherà davvero.

Quei momenti in cui vorrei perdermi

Sono seduta davanti a questo mare.

mare a settembre

Che non è proprio questa spiaggia ma l’effetto oggi era identico. Perchè io vado al mare senza cellulare e senza tecnologia in genere, se no già lo so, invece di vivermelo tento di fotografarlo e tanto le foto non vengono mai come vorrei. Cambiano il ricordo, lo immobilizzano in un’immagine che poi non è mai quella che ho nel cuore.

Comunque.

Sono seduta davanti a questo mare. Noemi mi massaggia i piedi e Nicolas mi accarezza la schiena, dipingendo con la sabbia come se fossi un foglio bianco. Non c’è molta gente, gli stabilimenti non mandano musica a tutto volume. Non è tempo di divertimento, non è l’agosto sfrenato dei giochi e della confusione: è settembre. Il settembre del post-sbornia, il settembre del lento riprendere.

La spiaggia non è deserta ma ognuno ha il suo angolo di mare, anche noi. Sto lì, con una bambina davanti e un bambino dietro, con la pancia vuota e la consapevolezza che nemmeno questo mese si riempirà. Penso a un sogno che ho fatto stanotte, a lei che è tornata, per dirmi che non è vero che sono morta, sono qui e sono incinta di sette settimane e so che ho un tumore e che probabilmente non vedrò questo bimbo crescere ma mi sorride come se avesse tutta la vita davanti. Mi sorride di quel sorriso consapevole, che solo chi sa cos’è il dolore ha. Ed è un sorriso bellissimo.

E sto lì, con il solo rumore delle onde a farmi compagnia, con le manine dei miei figli che accarezzano la mia pelle, e mi ricordo di aver sognato anche lui ieri, ma non ho immagini nella mia mente. So solo che in qualche modo, per qualche breve attimo, l’altro giorno ho perso una lacrima dicendomi, ma allora è vero, non ci sei più.

I bimbi si spostano, Nicolas tra le ginocchia e Noemi più su, appoggiata al ventre vuoto, la stringo in un abbraccio e ci culliamo tutti e tre al ritmo delle onde. Passa un signore e mi dice, come una grande culla, è questo l’effetto che mi fate… sorride e passa via.

Mi cullo nei miei pensieri, mi cullo i miei bimbi che improvvisamente sono tranquilli e silenziosi, stanchi forse, o in profonda comunione coi miei stati d’animo.

Settembre non mi delude mai, penso.

Giubbino, archiviato.

Finalmente quello che aspettavo.

Queste giornate non si possono rovinare, non me le toglie nessuno.

Siamo sempre io e Nicolas ultimamente: Noemi è al nido e Salvo lavora, e quando non lavora, lavora.

Esco (esco?) da un periodo abbastanza duro, da una serie di eventi che mi hanno scossa, che mi hanno teso come una corda di violino al limite della rottura.

Non c’è molto di cui riesco a godere qui. Non so perchè, ma da quando mi sono resa conto di aver fatto una scelta che poteva essere giusta, ma ora forse non lo è più, il mondo mi gira intorno vorticosamente e i giorni si susseguono come una serie infinita di ore che trascorrono perchè devono trascorrere.

Per una angosciata dall’idea della morte, questo è atroce. Perdere tempo, quando si potrebbe fare altro.

E così, una giornata di sole, con più di venti gradi, una passeggiata parlando con Nicolas che forse nemmeno mi ascolta, mi bastano per dire di aver vissuto. Oggi pomeriggio mi aspetta la piscina con Noemi, per la seconda volta ci proviamo, e speriamo bene.

Noemi. Quando le ho scelto il nome sapevo che sarebbe stata la mia fonte di gioia, la mia preziosa fonte di rinascita.

Lei che nel silenzio di una serata monotona, mi guarda e mi chiede “Mamma, tu hai le tette di Nicolas?”, e io che scoppio a ridere, e le spiego che no, le tette sono mie, non sono di Nicolas. Lui le usa.

Lei che a due anni e mezzo legge i numeri, con mia grande sorpresa. Non ho fatto niente per insegnarglieli, è lei che è curiosa, che è sveglia, che chiede se sono numeri, se sono lettere. E poi improvvisamente, li legge.

Nicolas che impara a muovere i piedini per camminare, che strisciando esplora questo piccolo angolo di mondo che è la cucina, o il corridoio.

Questo sole, questo caldo, questa meravigliosa sensazione di rinascita.

Di nuovo, come ogni anno.

E poi c’è questo mare

E il silenzio.

“Credo nel rumore di chi sa tacere” (Luciano Ligabue)