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Non riesco a dimenticare

Succede che la notte fatico ad addormentarmi perché la mente mi si ferma su quel ricordo che ho di te, tutto mio, tutto sicuramente sfarsato.

Credevo fossero sensi di colpa ma in realtà è qualcosa di più profondo: è amarezza per non averti conosciuto ancora meglio, per aver rimandato troppi incontri, per aver lasciato al caso tutto. Quand’ero piccola non desideravo altro, e ora che ne avevo l’opportunità ti ho lasciata andare. Non te ne sei andata solo tu, persona adorabile ma che in fondo conoscevo poco. Se n’è andata una parte di me.

Per questo la notte mi sveglio o fatico a chiudere gli occhi, per questo a distanza di più di un mese se ci penso mi riempio di lacrime che a stento nascondo. Hai avuto un ruolo così grande in quegli anni, e il fatto che sia passato un decennio e mezzo non cancella quello che in tre anni hai cambiato dentro di me. Ero una piccola Calimero, tenevo ancora il guscio sulla testa. Non ho capito subito quello che mi stavi insegnando, ma me lo ripetevo come un mantra ogni volta che mi sentivo a terra, e negli anni passati mi ci sono sentita spesso così a terra da non riuscire nemmeno ad alzare gli occhi al cielo.

L’ultimo anno siamo andati in piscina, io non volevo fare i tuffi di testa, non capivo il motivo (ma ora lo so: soffro di vertigini anche dal trampolino più basso, e l’idea di buttarmi giù di testa era, ed è, qualcosa che mi angosciava profondamente). Hai lasciato correre, quasi innervosita, per la prima lezione. Poi forse hai percepito che c’era qualcos’altro, che allora, oltre alle mille paure, era più che altro la totale mancanza di autostima in qualunque cosa che riguardasse la mia persona, dal portare gli occhiali, ai foruncoli, ai capelli crespi, all’incapacità di fare o dire qualsiasi cosa nel modo giusto. Sei scesa a bordo vasca. Mi hai tenuta lì fino a che non l’ho fatto, quel tuffo. Una sola volta e non hai mai più insistito.

Qualche anno dopo, quando ormai pensavo di me stessa meno di zero, la mente tornava spesso a quei tuffi che avevo fatto solo perché mi avevi spronato. Quei tuffi erano una metafora di tutto. Le paure si affrontano, le paure si toccano, le paure si superano.

Non mi è mai più capitato di dover fare un tuffo di testa ma quando ne avrò l’occasione te lo dedicherò.

E quella volta che tre nostri compagni si sono fumati non ricordo nemmeno cosa, se hashish o marijuana, e io non sapevo cosa fare perché non avevo visto ma me l’avevano detto e tu mi hai preso da parte e non sapevo, non volevo, non capivo cosa dovevo fare. E tu mi hai detto che lo sbaglio non era certo mio che riportavo qualcosa che non andava fatto, ma stava all’origine, era di chi l’aveva fatto. E sì, è vero, mi potevano minacciare e a me sembravano così grandi, che io avevo tredici anni e loro quasi quindici, e tu mi avevi guardato con quegli occhi così decisi, così sicuri di te stessa, e mi avevi detto che se avessero osato toccarmi anche solo con un dito li avresti sfondati tu. E io ci credevo, che la giustizia poi alla fine è fatta di persone coraggiose, non di persone grandi. Che poi, certo tu avevi già quasi quarant’anni e di sicuro non ti spaventavi di tre ragazzini ma io che ne sapevo? Non volevo averne a che fare, non volevo che dicessero che ero una spia. Avrei voluto non aver sentito, perché visto, avevo visto ma che ne sapevo io? Che ne sapevo io di quei quadratini marroni sul banco? Ancora adesso, avrò visto dell’hashish due volte e di anni ne ho il doppio.

E poi avevi sempre una parola dolce, una parola dolce ma sincera. Mi facevi vedere le cose come io non riuscivo ancora. E parlavi l’inglese, e viaggiavi, e mi dicevi che i sogni vanno inseguiti, che nessuno può dirti di no.

Io non lo so perché di notte, all’improvviso, in momenti che con te non c’entrano niente, tu vieni fuori e mi riempi il cuore di lacrime. Che tutto sembra buio, che tutto sembra così ingiusto, che io mi sento così sbagliata.

E lo so, io sbagliata non mi ci devo sentire mai.

E lo so, ti dobbiamo ricordare con un sorriso, ma io ancora non ci riesco.

Non lo so, se fossi stata qui, se poi alla fine ci saremmo riviste, ma a me bastava il tuo commento su facebook, mi bastava leggere la tua vita per sentire che a volte i sogni si avverano. A me piaceva vederti sorridere nelle foto, pensare che allora non ero una ragazzina stupida se mi ero affezionata tanto a te. Io avevo visto qualcosa, in quegli occhi, in quel sorriso. Qualcosa che mi è entrato dentro e che ora, di notte, martella forte per uscire.

Rifiuto, negazione… rimozione.

Per Nicole ho potuto soffrire tanto, ho potuto attraversare il mio dolore, ho potuto viverlo e superarlo perché un giorno lei c’era, era dentro di me, era con me, e il giorno dopo non c’era più. Una presenza quotidiana era svanita, la pancia non tirava più, ero stata mamma fino a quel momento e improvvisamente ho smesso di esserlo.

E’ stato atroce, sono stati mesi impossibili perché ricominciare è sempre dura quando ti aspettavi la felicità e quella tutto d’un tratto ti viene strappata. Ma il dolore concreto ti permette di capire in che direzione andare, cosa fare per accettarlo, ti obbliga a metterti di fronte a uno specchio e in qualche modo cambiare.

Mio nonno è morto quando ormai vivevo lontana da anni. Non era una presenza quotidiana nella mia vita, ci sentivamo per telefono una volta al mese. Poi mia mamma un giorno ha chiamato per dirmi che mancava poco, che i medici gli davano massimo una settimana di vita. E io ho preso l’aereo che costava di meno – dieci insignificanti euro di meno – il giorno dopo.

È morto tre ore prima che io mi imbarcassi.

A settembre lei mi ha scritto per dirmi che le avevano trovato una massa, dopo un’estate passata tra dolori e ossa rotte, e che avrebbe di lì a poco iniziato un ciclo di chemioterapia. Le avevo scritto che avrei voluto farle conoscere i bimbi e lei mi aveva risposto che le sarebbe davvero piaciuto conoscere le mie piccole pesti.

Due settimane fa se n’è andata e io non sono mai passata.

Stanotte è venuta a trovarmi in sogno, come le avevo chiesto, e finalmente ho potuto piangere un po’.

Mio nonno non è mai morto se non l’ho più visto. Eppure l’ho visto, in camera mortuaria, ed era morto.

Lei non è mai morta se non l’ho più vista. Eppure sono stata al funerale e le hanno letto tutte quelle belle parole.

Non riesco ad attraversarlo questo dolore. Se chiudo gli occhi e sogno, i sogni che faccio mi ricordano solo il senso di colpa di non essermi sbrigata prima. Come sognavo mio nonno, e gli urlavo “Aspettami! Non ti ho ancora salutato!”, stanotte ho sognato lei, che mi sorrideva e mi prendeva le mani mentre piangevo disperata, e le chiedevo scusa per non essere più passata, e prendevamo la scossa e mi diceva, con quel sorriso che vent’anni fa tanto mi serviva, tanto mi rincuorava, “Hai visto, abbiamo preso la scossa come una volta”. E potevo solo piangere e chiederle di darmi un segno ogni tanto.

Mi sono svegliata di soprassalto e mi sono guardata intorno, aspettando un rumore.

Mi ha risposto solo il silenzio.

Mi sono riaddormentata e sono tornata da lei, a cercarla nell’intervallo di una scuola bloccata nel tempo, con una sigaretta spenta nello zaino che aspettava solo di essere riaccesa. E la trovavo, e mi diceva buttala via, quella mi ha fatto venire una massa qui… qui sulla gamba, ora non la trovo. E prendevamo la scossa ancora e quasi tutto si ripeteva ma stavolta mi pregava di lasciarla andare, che iniziavano a farle male le gengive. Aveva bisogno di andare a dormire, e si metteva in posa, in una fotografia sbiadita nel tempo. E in quella foto c’ero anch’io, quasi vent’anni fa.

Non posso vivere un lutto che non ho avuto il coraggio di affrontare.

Mi scava dentro, il tempo che ho perso. Mi scava dentro, il senso di colpa.

Mi scava dentro, il dolore che provo per non essere passata. Mi scava dentro, il dolore che lei ha provato.

E lo so, da fuori forse sembra più egocentrico che altro, ma se anche ci eravamo riviste anni fa, dentro sento che avrei dovuto esserci, avrei dovuto passare. La mia presenza probabilmente sarebbe stata inutile, non sono una guaritrice e sono sempre scappata dal dolore altrui, ma ho trent’anni e sono grande abbastanza e avrei dovuto passare. Punto.

Allora forse è più facile negare, che se mi costringo a pensare così  –  in fondo non è mai successo.

E i rimpianti, quando arrivano, li scaccio giù. Che ormai a poco servono. Che a dire il vero, i rimpianti non servono mai.

Mi tengo i ricordi. Mi tengo i ricordi e fingo che vada bene così.

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Con le lacrime agli occhi…

Mi trovo a scrivere una nota nel pieno di un attacco di ansia, forse così le poche persone che ho tra gli amici capiranno che non sono pazza, ma che le circostanze mi stanno facendo uscire di me.
Inizia tutto con uno stereo troppo alto che chiedo venga abbassato.
Due anni e due aborti per arrivare a stamattina e tutto ricomincia daccapo.
Allora stavolta lo alzo io lo stereo. Madonna urla in salotto e io in camera tremo dal nervoso, dall’ansia, dalla voglia di spaccare la faccia a qualcuno – perchè c’è gente che capisce solo la violenza, fisica o psicologica che sia.
Faccio di tutto per trattenermi e non andare a citofonare per sprecare per l’ennesima volta parole inutili. Sto qui, con il mio stesso stereo che mi dà un fastidio inconcepibile, con l’unico preciso scopo di dare fastidio agli altri.
Prima di questo stavo piangendo per la mia bambina, perchè qualcosa non mi fa vestire e non mi fa andare al cimitero perchè… è morta. Tanto se mi sente, mi sente anche quando piango di fronte alle notizie della televisione, perchè ogni bambino che muore è lei.
E non basta il fatto che stai male a far capire alla gente che ti deve lasciare in pace. Ma lasciare in pace non significa, come molti di noi erroneamente credono, farsi i fatti propri e non salutarti quando ti incontrano, lasciare in pace significa rispettare la propria libertà. Significa che se abiti in un groviglio di palazzi e tieni lo stereo al massimo tutti saranno costretti ad ascoltare la tua musica, a rinunciare al proprio silenzio.
Io devo rinunciare al mio lutto perchè devo pensare a diventare matta dietro a questo tipo di persone, che non solo non capiscono, ma innanzitutto non rispettano. Eppure pretendono il tuo rispetto.
Allora se io devo rinunciare al mio lutto, il mondo intero deve rinunciare ad avere una persona rispettosa. Perchè io non posso esplodere ogni volta che sento uno stereo. Perchè io non posso andare in tachicardia ogni volta che vedo certe persone. Perchè io non posso aggredire verbalmente ogni tipo di persona che mi fa uno sgarbo.
Ora, ai telegiornali si chiedono il motivo di tante stragi condominiali. Io non arriverò mai a tanto, perchè – per fortuna o purtroppo – ho un autocontrollo e una valvola di sfogo che mi permettono di rimanere al mio posto e di rivolgermi ad altri per farmi giustizia. Ma quando la gente si chiede come mai, io a volte capisco.
Perchè se io mi sento svenire mentre lo stereo di altri entra nel mio lutto, e chiamo Salvo invece di scendere con un martello, ciò non toglie che ci sia gente che non ha un Salvo da chiamare.
Quindi, quando accendete lo stereo – o fate qualsiasi altra cosa che potrebbe arrecare disturbo agli altri – pensateci.
Perchè io ho i soldi per pagarmi un avvocato, altri no.
E soprattutto quando qualcuno vi chiede di smetterla perchè sta male, smettete di pensare egoisticamente a voi stessi, perchè quando avrete bisogno di aiuto tutti vi gireranno le spalle.
E quindi, con le lacrime agli occhi, mi trovo a scrivere una nota perchè capiate che non sono pazza, ma le circostanze mi stanno portando a impazzire. Il traffico e lo specchietto rotto, le strade interrotte, la gente maleducata, le ingiustizie profonde di ogni giorno… io non ho il pelo nello stomaco adeguato per affrontare tutto questo. Non ce l’ho.
Perchè disgraziatamente sono nata con una cosa dentro che si chiama sensibilità.
E maledico ogni giorno della mia vita per questo.
Perchè le mie lacrime non si asciugano mai.
La mia forza è credere profondamente che la ruota gira, gira per tutti. E se ora sono sotto io, prima o poi sotto ci sarà chi se lo merita davvero.

Scoppia la bomba. Alla fine scoppia sempre.

Sono stanca. Stanca da morire.
Come solo chi sa di cosa sto parlando può capire.
Di contro mi trovo a lottare per un mondo ipocrita, pronto a giudicare, pronto a condividere pensieri che fino al giorno prima ignorava completamente. Pronto ad alzare una voce che era già alta senza di lui.
Odio la gente che si mescola all’idea di un gruppo senza capire niente. Senza informarsi. Uniformandosi a qualcosa che in fondo neanche conosce.
E a volte odio me stessa per essere così schietta, così diretta, così piena di voglia di lottare.
Sono stanca, spompata di ogni energia.
Questo è stato un anno di merda. Solo 21 giorni di calma apparente all’inizio dell’anno. E poi tutto risucchiato nel vortice di lei. Lei che non c’è più.
Allora pensi che aggrappandoti all’attualità, alla politica, alla difesa di quei valori che ritieni importanti, potrai soffrire di meno. 
Per vedere che non gliene frega niente a nessuno. La maggior parte delle persone neanche sa di cosa stiamo parlando, ma parla lo stesso.
La guerra in Afghanistan, la morte di militari, la morte di operai, la morte di persone sulla strada, donne violentate e uccise, crimini mafiosi…
La gente parla, così per parlare.
Fatevi prima un’opinione, e poi tornate da me.
Io continuerò a urlare, perchè non mi rimane altro.