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Nata per questo

Probabilmente sono nata per fare la mamma.

Per tanti motivi:

perchè vivo la gravidanza come uno stato di grazia, e non per tirarmela o per dire che non ho avuto nausee o disagi, ma perchè in quei mesi mi sento in pace con me stessa, in comunione con il mondo, mi sento che tutto torna, che in fondo il senso è tutto qui

perchè quando ho un fagottino tra le braccia mi sento la persona più fortunata del mondo e non ci sono problemi e non ci sono questioni da risolvere, io sono piena così, con il calore che quel corpicino mi dà

perchè i miei figli sono tutti diversi e li amo immensamente per tutto quello che mi danno e anche quando sono sfinita e li mando a letto al primo buio fingendo che sia tardi so che quello che mi danno loro non me lo darà mai nessun altro

perchè mi fanno ricordare le cose veramente importanti : un sorriso, un abbraccio, un ti voglio bene sincero, una partita a carte tutti insieme o un disegno che mostra tutto l’amore che c’è

perchè quando i grandi baciano la piccola capisco che non farò mai niente di così grande quanto lo sono loro

perchè amo, amo la vita immensamente e anche se li lascerò liberi di volare nei loro sogni non posso immaginare di separarmi da loro.

 

 

Frustrazione e smarrimento: la mamma pubblicamente crocifissa

Chino la testa e mi cospargo il capo di cenere.

Ho sbagliato, sbaglio e sbaglierò.

So di farlo, non so come evitarlo, continuo a ripeterlo, cerco soluzioni nuove e complico la vita a me e ai miei figli.

Pensavo che la difficoltà estiva sarebbe stata togliere il pannolino a Nicolas e invece nel giro di una settimana tutto fatto. Non mi sono nemmeno troppo applicata, un po’ per mancanza di voglia un po’ per mancanza di energia e un po’ per provare il gusto di questo “vediamo se è pronto”. E lo era. Certo, continua a capitare un po’ di pipì qui e là, e notoriamente, almeno fino al mese scorso, lui amava fare la cacca mentre la sua mamma si concedeva i pochi incontri con i pochi amici rimasti. Che un po’ fingevo e un po’ era proprio impossibile: puzzava tremendamente e aveva quella inconfondibile palla compatta che penzolava dalle mutande.

Ma tant’è, pannolino andato. Da due mesi ormai, notte compresa. E incidenti notturni per ora quasi zero: uno solo se non ricordo male, e credo si trattasse più che altro del freddo e del fatto che avevo lasciato la finestra della cameretta aperta in una nottata decisamente poco estiva.

Il nostro problema quest’estate è un altro, non nuovo in effetti (ora che ci penso è capitato con Noemi alla sua stessa età): il riposino pomeridiano. Santa Mecca della mamma esaurita esauriente.

Dal giorno in cui abbiamo messo piede in terra sicula, i miei bimbi hanno iniziato a riprodurre fedelmente alcuni episodi di Sos Tata di fronte ai quali avevo spesso sorriso. Urla, salti, risate, piedi sbattuti, pianti da parte loro e – orrore – grida, rimproveri e sculaccioni da parte nostra.

Io non sono una mamma del tutto contraria allo sculaccione, credo che in certi momenti serva come freno, come contenimento, come rottura. Rottura di un circolo vizioso (raramente mi capita coi capricci, invece, quelli per paradosso li gestisco benissimo) e rottura momentanea della complicità che quasi sempre ho con loro: eh no, adesso non sono “amica”, adesso sono mamma. Fino a qualche mese fa ne avevo dati veramente pochi. Mi viene molto più semplice gridare, perchè purtroppo tendo ad alzare la voce con niente e non solo con loro. Ma da quando siamo tornati ho, e hanno, perso il controllo. Spesso si addormentano sfiniti dalla lotta che portiamo avanti, per quasi un’ora. Che tante volte, specie per quanto riguarda Noemi, mi sono chiesta se forse era arrivato il momento di non farla più dormire. Ma poi dormono, eccome se dormono. Hanno provato a sfiorare le quattro ore di nanna pomeridiana e comunque dormono la notte senza problemi. Quindi non è questione di bisogno. E’ una lotta di potere, sono le prime sfide, che forse partono dalla grande e che il piccolo prontamente imita. Ma su noi genitori sono devastanti. Lo dico veramente chinando il capo e spargendomi la testa di cenere: io mi sento una madre pessima in quei momenti.

Ottengo sì quello che voglio, ma a quale prezzo?

Fuori casa i miei figli sono esemplari: composti, educati eppure vivaci e sorridenti. Ascoltano, fanno pochi capricci, camminano mano nella mano.

Appena varcata la soglia di casa è un incubo. Non sempre ma spesso.

Che ho provato a pensare che fosse la mia sindrome premestruale, che fossero i miei lutti, che fosse il mio nervosismo, che fosse la mia ansia e la mia poca pazienza ma no. Forse sono proprio loro.

Non amo essere sfidata. Reagisco male. Colpisco forte – a parole: non sono una che alza le mani, non ne ho le doti fisiche.

Non ero mai stata sfidata da un bambino prima d’ora, e ora che sono i miei figli a farlo mi sento persa. Perdo il controllo di me, mi sale la rabbia, vorrei urlare, vorrei allontanarli da me, vorrei che mi lasciassero in pace. Non capisco e divento matta. E non posso scappare, cosa che ero abituata a fare per sbollire. E devo pure trattenermi, cosa che non mi fa esplodere ma… implodere.

Il mio grande problema è che ho grosse difficoltà a gestire la rabbia, il che è abbastanza semplice con un adulto. Fare scene con un adulto (nello specifico: mio marito) non mi scompone più di tanto. L’adulto comprende. Si arrabbia, magari ti risponde pure (ma non mio marito) ma capisce che sei arrabbiata e come inizia finisce.

Gestire la rabbia coi bimbi è difficile. Non puoi urlare loro addosso tutto quello che hai dentro, non puoi certamente picchiarli (beninteso: lo sculaccione è un’altra cosa), non puoi chiuderti la porta di casa dietro le spalle e ciao.

L’altro mio grosso problema è che ho sofferto e superato la depressione ma comunque qualcosa dentro rimane. E se generalmente sono una persona piena di autostima (duramente conquistata negli anni), con loro mi perdo. Mi basta un piccolo fallimento per crollare e sentirmi mancare la terra sotto i piedi.

E’ così che mi sento a volte: una mamma fuori controllo. Una mamma che alza troppo la voce, una mamma autoritaria e non autorevole, una mamma che le tendenze moderne metterebbero in croce facilmente.

Ogni volta che sbaglio penso a tutte le possibili soluzioni che conosco, ai consigli degli esperti, all’assecondare di più le esigenze dei bimbi, a quanto sbagliato sia stato quello sculaccione (e infatti improvvisamente entrambi i miei figli alzano le mani più spesso di prima – e magari è normale ma dentro di me penso sia tutta colpa mia). Penso di aver toccato con mano un mio limite e a quanto destabilizzante questo sia, quando sei mamma e non semplicemente una persona ordinaria.

Non è di fronte allo specchio che io devo fare i miei conti, è di fronte ai miei figli.

Di fronte a loro giusto e sbagliato diventano immensi.

E io piccolissima.

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Perchè essere mamma (per me) è così importante

Sembra retorica poi in fondo.

E’ vero che i miei figli in questi giorni stanno togliendo spazio al mio lutto, ma devo ancora decidere se è un bene o un male. Ci sono momenti in cui mi sento esplodere e i loro litigi e le loro continue richieste mi sembrano un trapano che mi perfora le orecchie. Ma ci sono momenti in cui sento che la loro presenza è fondamentale. Perchè loro mi abbracciano senza sapere che io sto male dentro, perchè loro mi abbracciano perchè sono io e non hanno pretesa alcuna. Perchè Noemi mi dice che mi vuole bene e lo dice perchè mi vuole bene, per nessun altro motivo. Anche se a volte lo dice perchè mi sono arrabbiata e a volte lo dice perchè semplicemente non ha filtro e lo pensa e lo dice.

Loro conservano quella trasparenza che noi adulti abbiamo perso.

Da qualche anno, con alcune persone, mi sono permessa di essere me stessa. In linea di massima è stato un bene, ma non so quanto questo mio essere senza filtro poi alla fine abbia prodotto qualcosa di buono.

Ma non c’entra niente con quello che sento ora.

Ora li guardo mentre stanno davanti alla televisione e sento che mi fanno un’enorme compagnia. Noemi non ha dormito oggi pomeriggio quindi ero un po’ di cattivo umore quando è sbucata in sala alle quattro e mezza. Avevo voglia delle mie due ore di santa solitudine. Avevo anche provato a dormire un po’ e stavo leggendo quando è arrivata con quel sorriso che la dice lunga. Ho anche provato a ignorarla ma non mi è riuscito. Quando alla fine s’è svegliato pure Nicolas ha iniziato a leggere dei libri d’arte e dopo qualche minuto s’è ricordata dei colori a dita. Non li usiamo spessissimo, un po’ perchè mi dimentico, un po’ perchè non sempre ho voglia di ripulire il casino che immancabilmente si fa. Però è un passatempo che mi piace. E piace parecchio pure a loro.

Mi sono messa a guardarli mentre si facevano prendere dall’euforia dell’arte e mi sono fatta prendere dal loro entusiasmo e dalla loro gioia di vivere.

Qui e ora.

Finito, pitturati i tre megafogli dell’Ikea e tre quarti di veranda, spaventati a sufficienza i tre gatti e colorati persino nelle mutande, si sono messi a gattonare e a zampettare allegri sulle piastrelle dell’altra veranda. Io ho preso la canna e ho iniziato ad allagare tutto, l’acqua usciva ancora calda per via del sole di oggi e così ho lavato pure loro. In trenta secondi erano puliti: m’è andata meglio del solito. Hanno continuato a ridere e zampettare per un’altra mezz’ora, e non so come facessero, bagnati e col vento che c’era ma scaldava il cuore vederli così.

Sì, forse è un desiderio egoistico quello di avere figli: forse per me non è solo mettere al mondo una vita ma riempire la mia. Ci sto pensando spesso, visto che il mio desiderio di maternità non s’è in alcun modo placato con l’arrivo di Nicolas, anzi, se possibile è raddoppiato. Mettere al mondo un figlio è per me qualcosa che va oltre. A parte la meravigliosa sensazione di essere portatrice di vita (forse perchè sono anche stata portatrice di morte, chi lo sa) e le sensazioni che la gravidanza mi dà, facendomi di fatto vivere nove mesi di serenità consecutivi – evento raro nella mia vita, è proprio l’avere qualcuno vicino che mi fa stare bene. Mi riempie le giornate, oltre a riempirmi il cuore.

Non sempre ho voglia di giocare e accudire e stare dietro alle mille richieste che due bambini di quattro e due anni hanno, ma senza di loro sarei persa. Io ho bisogno di avere uno scopo, ho bisogno di essere mamma a tempo pieno proprio per questo. Ho bisogno di arrivare a fine giornata e sentire i loro baci e i loro abbracci e le loro risate e il loro ti voglio bene che mi fanno capire che sì, ho sbagliato tanto anche oggi, ma poi alla fine quello che doveva passare è passato.

Ho bisogno di sentirmi utile e non c’è niente al mondo che mi faccia sentire così come l’avere intorno i miei figli. Voglio che loro possano godere di questa vita al meglio, voglio che imparino ad amare la natura così come la amo io, voglio che Noemi continui a stupirsi di fronte a una luna a falce e gridi “Mamma vieni a vedere che luna grande, l’ho vista io, è ancora più grande di ieri!” e chiami Nicolas perchè anche lui la veda, e stiano così, per un quarto d’ora, a salutarla come se lei potesse sentirli.

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Voglio continuare a vedere la vita attraverso i loro occhi, voglio continuare a stupirmi, voglio continuare a rendere le cose semplici perchè loro hanno una soluzione a tutto.

So che spesso è difficile fare la mamma. Lo è anche per me che soffro da sempre di terribili sbalzi d’umore e ci sono momenti in cui non posso farci niente, io urlo. Urlo anche con loro e non si dovrebbe e un sacco di menate da manuali di pseudopedagogisti che ci hanno anche un po’ rotto le cosiddette.

A me piace essere mamma perchè con tutti i miei difetti e con tutti i miei errori io arrivo a fine giornata e mi sento migliore di ieri. Arrivo a fine giornata e mi sento che ho vissuto.

Arrivo a fine giornata e sento che non importa il resto, la mia vita ha già un enorme senso così.

Non lo so perchè

Come un cane che si morde la coda.

Chissà perchè c’è sempre un periodo dell’anno in cui vado in crisi, e nella mia crisi trascino persone che poi ne vengono a far parte.

Mi hanno chiesto “Nasce prima l’uovo o la gallina?” e io non lo so. Non lo so perchè, ma se mi fermo tutto traballa. Metto in discussione tutto, e l’unica cosa che poi alla fine non si può mettere in discussione è l’essere mamma.

Per cui mi ci aggrappo.

Sbaglio a dare quest’immagine di me. Quella della mamma perfetta, della mamma saccente. Risulto presuntuosa, e chi non conosce la mia storia e non ha voglia di chiedermi perchè non può capire.

La mia vita è spezzata in tanti piccoli frammenti. Come se a ogni evento fosse corrisposta una nuova nascita.

Perdita, e nascita. Rinascita. Cento mille rinascite. Uno nessuno e centomila.

Ma chi mi conosce veramente se fatico io per prima a ricondurmi a un’immagine di me stessa?

Prima di essere mamma dei miei due figli, sono stata mamma a metà di un’altra bambina. Una bambina di cui ora è rimasta una piccola croce di cemento e una piastrella decorata. Un tatuaggio e il desiderio di un altro, per completarlo.

Molti ridurrebbero il tutto alla parola aborto, chiudendo gli occhi e storcendo il naso. Ho imparato a raccontarlo solo alle persone di cui sento di potermi fidare, ma lei c’è.

Volevo essere mamma quando sono rimasta incinta di lei, ma non avevo la vocazione che ho sentito quando mamma non ho potuto esserlo.

Non ho abortito perchè non la volevo. Ho abortito perchè la vita non voleva lei. Non l’ho persa come dico sempre. Ho scelto di non farla venire al mondo. Perchè stava male, perchè in fondo non avrei potuto darle neanche un millesimo di quella che noi chiamiamo “vita”.

Ma certo, una scelta così ti cambia ogni tipo di progetto, di prospettiva. Non si può decidere di lasciarla andare quando è di fatto già una bambina, e non cambiare nel profondo. E non diventare più acida, più critica, più esigente.

Chi ha avuto a che fare con me sa che amo criticare. Non so fino a che punto la mia sia solo una critica e non un giudizio tagliente. A volte sconfino, lo so. In realtà poi di quello che fanno o sono gli altri mi importa poco, fin tanto che quel loro fare o essere non viene a disturbare me o chi mi sta intorno.

Ho delle aspettative molto alte sul mio essere madre. Ho delle aspettative molto alte perchè l’ho promesso a Nicole. Gliel’ho promesso quando già non poteva più sentirmi. L’ho promesso a me stessa, perchè non puoi lasciare andare via una bambina e non fare promesse a te stessa.

Quello che invece mi aspettavo dal mio essere madre di lei era solo una cosa: insegnarle che i sentimenti non si nascondono. Che tutto può essere mostrato, che niente dev’essere trattenuto: se sei felice, ridi; se sei triste, piangi; se sei arrabbiato, urla.

Io faccio così nella mia vita.

E purtroppo i fatti mi portano a tendere sempre verso la rabbia, perchè non solo ho alte aspettative nei miei confronti, ma le ho anche nei confronti degli altri.

La gente pensa che io viva male, ma non è così. Io vivo benissimo, perchè nei momenti in cui sono felice, sono felice. E quei momenti alla fine ripagano di tutto.

Io la felicità la rincorro ogni giorno, e la rincorro anche con rabbia.

Che poi è quello di me che più salta agli occhi. Perchè certo chi ci fa caso al resto? Spesso mi vedono solo quando mi infurio. O ridono di me, o mi guardano strano, quando in mezzo a decine di persone mi metto a fare le facce ai miei figli o grido rumorosamente con loro.

E quanti non mi vedono quando gioco con loro. Non mi vedono perchè in mezzo ai bambini, io sono bambina. E in mezzo ai grandi non mi piace stare.

Io amo vivere tutto di pancia. Che è il contrario di quello che si insegna ai bambini ormai. Magari a parole, ma poi nei fatti si insegna loro che bisogna vestirsi in un certo modo, parlare in un certo modo, comportarsi in un certo modo, studiare in un certo modo, lavorare in un certo modo…

No. Io ai miei figli insegno solo una cosa: l’educazione. L’educazione non è “non si parla con la bocca piena”, l’educazione è il rispetto verso gli altri e verso noi stessi.

Il resto, sceglieranno loro cosa imparare.

Io posso solo mostrar loro quello che ho scoperto in questi (quasi) trent’anni che sono al mondo.

E in trent’anni mi sembra di aver vissuto anche troppo.

La solitudine, il senso di esclusione, la malattia, la rinascita, l’amore, l’aborto, la rinascita, l’amore materno, la solitudine, il senso di esclusione, la rabbia, l’energia, il non senso di appartenenza.

E la felicità. A sprazzi, un po’ ovunque.

La felicità delle piccole cose. La gioia di una giornata al mare. Una corsa sulla spiaggia inseguita da bambini sconosciuti. Una bimba che mi prende per mano senza sapere chi sono. Il parto di Noemi. Il parto di Nicolas. Rivedere Salvo dopo un mese.

E però ora sono qui. E il cane si morde la coda.

Sono in una delle mie mille crisi. Non so perchè e non so chi ho trascinato con me. Non so se sono io o se sono gli altri.

So solo che all’improvviso tutto mi va stretto, e ho voglia di un cambiamento, e ho voglia di andar via, e ho voglia di un altro figlio, e ho voglia di vedere rinascire un amore che sta diventando quotidianità, seppur con tutta la fatica che abbiamo fatto ad arrivare fino dove siamo arrivati.

E ti si sgretola la terra sotto i piedi perchè quello che vuoi e quello che fai viaggiano su due binari paralleli.

Vorrei fermarmi ad aspettare che si incontrino, e chissà, forse si incontreranno in una stazione di scambio, forse si sfioreranno, forse non si toccheranno mai.

binari

Buon compleanno

Non amo le smancerie.

Non le ho mai amate.

Ma Dio solo sa quanto questa bambina significhi per me e per Salvo. Non so ancora bene se lei considererà una fortuna o meno l’attaccamento speciale che abbiamo nei suoi confronti, non so se un giorno penserà che stia portando sulle spalle un peso troppo grande. Non so se un giorno capirà l’affermazione crudele che lei non ci sarebbe stata senza la sua sorellina.

Io che la amo così profondamente mi trovo spiazzata di fronte a questo semplice fatto.

So per certo che non ci sarebbe stata senza Nicole.

Ed è questo che mi fa scoppiare a piangere mentre la guardo e la amo così tanto da provare dei sensi di colpa per un passato che non è colpa di nessuno.

Quello che so è che l’abbiamo cercata tanto. E che il suo nome significa “felicità”, e lei, che forse non ci sarebbe stata senza tanto dolore, la felicità l’ha veramente portata.

Buon compleanno, piccola grande Noemi.

Piccola perchè sei una bimba di un anno appena.

Grande, perchè sulle tue spalle porti un peso, o un dono.

A seconda di come noi saremo in grado di fartelo percepire.

Per me tu sei il dono più grande, la gioia più immensa, l’amore più incondizionato.

Ti ho cercata per mesi che sembravano eterni, ti ho voluta con tutta me stessa, ti ho protetta ferocemente già da quando non eri altro che un cuoricino che batteva nascosto nel mio ventre.

Credo che valga lo stesso per tuo padre.

Hai un padre meraviglioso, un uomo come pochi: dolce, sensibile, profondo e disposto a fare tutto per te.

A me dicono che sono una mamma meravigliosa.

Me lo dirai tu fra qualche anno, oppure mi urlerai in faccia che ho sbagliato tutto.

Ma ora c’è solo una cosa che conta per me: vederti sorridere ogni giorno.

Sorridere alla vita.

Sorridere alla tua sorellina, farle ciao con la manina come se per un breve attimo vi foste conosciute, lassù, nel grande vuoto che è l’aldilà.

Forse lei ti protegge, forse è solo che la sua perdita mi ha reso migliore.

Noemi, non amo le smancerie, ma credo che piangerò parecchio oggi, ricordando i tuoi occhi blu che senza vedere mi guardavano dentro, come per dire “Mamma, eccomi qui”.

Avevo paura dopo averti partorita. Avevo paura e non volevo più essere mamma.

E poi ti hanno messo tra le mie braccia, ed è tutto svanito.