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I giorni che.

I giorni che passo a rimproverarli, mi chiedo perchè fare tanta fatica a insegnar loro a raccogliere i giochi quando in due minuti potrei sistemare da sola, senza sgolarmi e soprattutto senza avere la sensazione di essere un generale dell’esercito ostrogoto, che parla in una lingua che loro ovviamente non capiscono. Tanto poi cresceranno e qualcuno insegnerà loro a farlo.

Mi chiedo perchè insisto sul fatto che mangino quel che metto nel piatto e non quello che magari loro vorrebbero. Che loro vogliono sempre qualcos’altro e io voglio sempre evitare di buttare via il cibo.

Mi chiedo se sono troppo rigida o se chissenefrega se guardano la televisione tutti i pomeriggi. Che tanto la tecnologia ormai fa parte della nostra vita e di certo non sarò io a poterlo impedire.

Li metto a letto e li guardo dormire e penso a tutto quello che abbiamo fatto durante la giornata e mi chiedo se forse non è stato troppo, per questo che alla fine non mi sentivano nemmeno più.

Mi chiedo se capiscono che sono lunatica o se semplicemente diventeranno come me perchè mamma un giorno ride e quello dopo piange disperatamente.

Mi chiedo cosa pensa la gente quando per strada mi vede rimproverare Nicolas perchè si butta in terra e fa i capricci, o quando sfinita mi scappa una sberla sulle mani perchè non so più come spiegargli che no, le luci e i cassetti non si toccano. Mi chiedo se forse a un anno e mezzo pretendo troppo a farlo camminare per cinquecento metri e a non volere che tocchi tutto indiscriminatamente.

Mi chiedo se quando Noemi vuole le coccole gliene faccio abbastanza e se forse si sente messa da parte perchè lei va all’asilo e Nicolas no. Che voglio dire, avessi i soldi, ma subito.

Mi chiedo se gioco abbastanza con loro e se lascio loro abbastanza tempo per diventare indipendenti.

E poi, i giorni che passo a chiedermi se dovrei lavorare, e se lo farei per me stessa o per convenzione (visto che al momento un risvolto economico nemmeno ci sarebbe).

Mi chiedo se sì, mi chiedo se no. Mi chiedo se bianco se nero o se grigio. Se dentro o fuori, se lavoro o non lavoro, se faccio troppo o non faccio abbastanza.

Perchè questi giorni sono i giorni in cui se dico che faccio la mamma solitamente la naturale conseguenza è “e poi?”.

E poi niente, faccio la mamma.

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Ma per ogni giorno che non va, ce ne sono sempre due che vanno.

Per ogni rimprovero c’è un sorriso.

Per ogni “No!” uscito gridando c’è una manina che stringe la tua e ti chiede di essere guidata.

E per ogni domanda sulla mia vita professionale c’è sempre e solo un’unica certezza: meglio mille piccoli dubbi quotidiani che l’unico enorme dubbio, fra vent’anni, di non esserci stata abbastanza (nessuno chiede a una madre in carriera perchè lavora).

Perchè voi siate quel che siete, che voglio essere quel che sono io.

***

Nota: il mio non è un giudizio verso alcun tipo di genitorialità, che si tratti di modelli educativi o di madri lavoratrici e/o in carriera. Io porto il massimo rispetto per la scelta  (o non-scelta) di ognuna di voi, vi prego di portare il massimo rispetto per la mia personale decisione di stare a casa. Tra l’altro, facendo due conti, ci siamo anche accorti che il mio lavoro invece che essere un guadagno, diventerebbe una perdita, visto gli stipendi attuali. Per cui, quando incontrate una donna che vi dice che fa la mamma, provate a mettervi nei suoi panni prima di insinuare che non faccia niente. Ci sono scelte prese con leggerezza, altre con malavoglia, altre ancora per forza, ma accanto a queste ci sono scelte prese con sacrificio, con convinzione, con dedizione. Questa è la mia, al pari di chi decide di far carriera al di fuori. Non lavorare non significa permettersi un lusso: non tutte le mamme che non lavorano sono benestanti, io non lo sono. Abbiamo deciso di vivere con poco e di poco. Abbiamo deciso di rinunciare ad alcune cose che non ci interessano per poter crescere i nostri figli in prima persona, almeno finchè il ruolo di madre è indispensabile. Non andiamo in palestra, non usciamo a cena, facciamo vacanze modeste (quando le facciamo) e facciamo conti per ogni cosa, dalla spesa alla necessità di un’auto più grande. Non le viviamo come rinunce, fanno parte di una nostra scelta di vita. Ci sono persone più fortunate di noi e ci sono persone molto meno fortunate di noi, ma noi così stiamo bene e siamo anche un po’ stanchi, con tutto il mazzo che ci siamo fatti negli ultimi anni, di dover continuamente spiegare qualcosa che forse stona, forse no, ma è nostro.

 

Allo stato brado

Riprendendo qualcosa che mi è stato recentemente rinfacciato, ho iniziato a riflettere sul modello educativo che, consapevolmente o meno, sto usando con i miei figli. Mi è stato detto che li lascio troppo allo stato brado e in realtà è qualcosa di cui io solitamente mi vanto, per cui se voleva essere un’offesa non è arrivata a destinazione.

I miei figli sono piccoli: la grande ha tre anni e mezzo e il piccolo uno e mezzo. Sono stata molto con loro perchè non ho mai lavorato e in generale perchè non ho mai nemmeno avuto occasione di lasciarli ai nonni o a qualche parente che al bisogno facesse da babysitter. Sono venuti con me ovunque: dal supermercato, al mare, all’aereo. Mi hanno seguito nelle mie peregrinazioni, nelle mie insoddisfazioni, nelle mie fughe, nei miei traslochi. Non hanno mai dato segni di sofferenza perchè ho sempre cercato di spiegar loro cosa (mi) stava succedendo. Ho giocato con loro ma li ho anche molto lasciati “soli”, se così si può dire. Non sono mai stata una mamma cane da guardia. Onestamente è qualcosa che temo, che non vorrei mai diventare. I più mi dicono che sono fortunata perchè ho dei bimbi tranquilli – a me questa definizione, questo voler sminuire l’educazione che ho cercato loro di dare, dà solo il nervoso.

Non sono fortunata, perdonatemi: mi sono fatta un mazzo tanto. E da sola.

Quindi sì, la mia grande conquista è che mi posso permettere di lasciare i miei figli allo stato brado. Perchè sono piccoli ma sanno.

Sanno distinguere una macchina per strada e tenermi la manina più forte o, nel caso di Noemi che a volte non tengo nemmeno per mano, fermarsi e stringersi vicino al muro. Sanno giocare senza farsi male o se litigano sanno che raramente intervengo per cui è meglio se smettono di farsi i dispetti a vicenda: sicuramente non è questo che attira l’attenzione della mamma. Sanno che forno e fornelli non si toccano (e non me ne vogliate, ma insegnarlo a Nicolas è stata davvero dura) e che in bagno non si gioca. Sanno che per strada si va con la manina, a meno che la mamma dica che si può stare liberi (e anche qui, insegnarlo a Nicolas è stato uno sfinimento, non fortuna).

Sanno.

Sanno così bene le poche cose con cui ho martellato le loro orecchie che io vado in giro con due bimbi piccoli, a piedi, su strade senza marciapiede. Senza ansie. Vado in pizzeria e quando ci stiamo alzando due signori che erano al tavolo accanto al nostro ci fermano per farci i complimenti che mai abbiamo visto bimbi così tranquilli a cena fuori. Vado a fare la spesa e mi fermo con loro al bar del supermercato e un anziano signore di novantadue anni si ferma a scherzare con loro ma alla fine voleva solo dirmi che sono bravissimi, che ho davvero cresciuto due bimbi bravissimi.

E posso stare in casa mentre loro fuori si inventano il pomeriggio.

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Sono una mamma di bimbi allo stato brado? Sì, grazie.

E ne vado fiera.