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Le cose che passano

Per me è difficile lasciar andare le cose. Le persone, gli anni, i luoghi. Per me è davvero molto difficile, lo è da sempre. Non so se si tratti di un qualche trauma infantile – per anni ho pensato che l’aver lasciato la mia migliore amica a Milano per trasferirmi in provincia quando avevo quasi sei anni avesse potuto segnarmi ma forse non è nemmeno quello. E’ solo che sono così, che mi affeziono.

Che mi affeziono alle persone, ma mi affeziono anche ai giorni belli.

Quando avevo una decina d’anni ho iniziato a pensare che fosse un problema. L’ho vissuta davvero male, questa cosa dell’affezionarsi. Gli altri andavano e venivano senza particolari problemi, e io ogni volta che finiva un ciclo – elementari, medie, superiori, centro diurno, clinica o quello che fosse – soffrivo terribilmente.

Poi c’era un’altra cosa.

Che io sì, mi affezionavo. Ma non sapevo dimostrarlo. Non a parole, ecco. Non a gesti espliciti. Un abbraccio, un bacio, una carezza, non li sapevo dare. Più tardi, verso la terza superiore, ho imparato a scrivere. Ho scritto un miliardo e mezzo di lettere, racconti, poesie. E ce li ho ancora tutti eh.

Mentre imparavo a scrivere sviluppavo la meravigliosa idea di stare male per attirare le persone. Funzionava. Funzionava abbastanza.

Tra l’altro, stando molto male – e con molto male intendo pesare meno di quaranta chili, tagliuzzarsi o bruciarsi all’occasione, sentire che forse morire non sarebbe stato così brutto – il dolore si offuscava. Sembra un paradosso ma è così. Peggio stai fisicamente, meno tempo hai per concentrarti su quello che nella tua vita non va.

E le cose che non andavano erano buffe. Era che non sapevo chiedere l’affetto di cui sentivo il bisogno. Non solo non lo sapevo chiedere, ma a un bel punto, non lo volevo più. Ero stanca di affezionarmi alle persone. Ero stanca di passare le mie giornate nella speranza di un gesto, che fosse uno sguardo o un abbraccio o anche un rimprovero. Ero davvero stanca.

Un bel momento, forse toccando il fondo, forse nella risalita – non ricordo più – ho scoperto che le cose passano.

Le cose passano e non c’è niente di male. Le cose passano perchè ne arrivano di nuove. Le cose passano perchè non c’è niente di eterno e se questa giornata bellissima potesse esserlo, alla fine stuferebbe anche. Le cose passano perchè dobbiamo renderci conto di quanto valore abbiano. Le cose passano perchè noi cambiamo e quello che oggi va bene domani non lo va più. Le cose passano così come passano le persone, e l’amico di oggi può rimanere o può diventare un dolce ricordo. Può andarsene e scegliere un’altra strada o può tradire e lasciarci una cicatrice.

Le cose passano, ma tutto serve.

E se c’è una cosa che mi domando spesso – quando sale la rabbia e imprechi e ti chiedi perchè succede tutto a te, perchè tutta questa fatica per ottenere quel poco che vorresti – è se forse il dolore non ci aiuti a comprendere meglio il valore delle cose. Il valore delle cose che passano, ma anche di quelle che restano.

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Non doveva succedere

Sono furiosa.

Ho dentro di me un tornado di emozioni che non so nemmeno bene definire.

Non so nemmeno dire perchè. Come se fosse (ri)successo a me.

Non doveva succedere. Non lo so, a me forse “doveva” succedere, perchè da quel momento in poi è cambiato tutto per paradosso in meglio. Ma non è così per tutti. E soprattutto, non è una consolazione.

Perdere un bambino, non è una consolazione. Niente di tutto quello che ci gira intorno potrà mai essere una consolazione.

Perchè se anche noi abbiamo imparato molto dall’esperienza che ci siamo trovati a vivere, ciò non toglie che questo non debba succedere.

A nessuno.

E invece succede.

Sempre.

E sono stanca, stanca di asciugare lacrime. Di asciugare le mie lacrime. Di asciugare le lacrime degli altri.

Mettiamo anche che il dolore esista, che la felicità eterna sia un’utopia.

Ma non doveva succedere. Non questa volta. Non un’altra vittima innocente.

Sono nera.

Sono furiosa.

Con la vita.

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Con le lacrime agli occhi…

Mi trovo a scrivere una nota nel pieno di un attacco di ansia, forse così le poche persone che ho tra gli amici capiranno che non sono pazza, ma che le circostanze mi stanno facendo uscire di me.
Inizia tutto con uno stereo troppo alto che chiedo venga abbassato.
Due anni e due aborti per arrivare a stamattina e tutto ricomincia daccapo.
Allora stavolta lo alzo io lo stereo. Madonna urla in salotto e io in camera tremo dal nervoso, dall’ansia, dalla voglia di spaccare la faccia a qualcuno – perchè c’è gente che capisce solo la violenza, fisica o psicologica che sia.
Faccio di tutto per trattenermi e non andare a citofonare per sprecare per l’ennesima volta parole inutili. Sto qui, con il mio stesso stereo che mi dà un fastidio inconcepibile, con l’unico preciso scopo di dare fastidio agli altri.
Prima di questo stavo piangendo per la mia bambina, perchè qualcosa non mi fa vestire e non mi fa andare al cimitero perchè… è morta. Tanto se mi sente, mi sente anche quando piango di fronte alle notizie della televisione, perchè ogni bambino che muore è lei.
E non basta il fatto che stai male a far capire alla gente che ti deve lasciare in pace. Ma lasciare in pace non significa, come molti di noi erroneamente credono, farsi i fatti propri e non salutarti quando ti incontrano, lasciare in pace significa rispettare la propria libertà. Significa che se abiti in un groviglio di palazzi e tieni lo stereo al massimo tutti saranno costretti ad ascoltare la tua musica, a rinunciare al proprio silenzio.
Io devo rinunciare al mio lutto perchè devo pensare a diventare matta dietro a questo tipo di persone, che non solo non capiscono, ma innanzitutto non rispettano. Eppure pretendono il tuo rispetto.
Allora se io devo rinunciare al mio lutto, il mondo intero deve rinunciare ad avere una persona rispettosa. Perchè io non posso esplodere ogni volta che sento uno stereo. Perchè io non posso andare in tachicardia ogni volta che vedo certe persone. Perchè io non posso aggredire verbalmente ogni tipo di persona che mi fa uno sgarbo.
Ora, ai telegiornali si chiedono il motivo di tante stragi condominiali. Io non arriverò mai a tanto, perchè – per fortuna o purtroppo – ho un autocontrollo e una valvola di sfogo che mi permettono di rimanere al mio posto e di rivolgermi ad altri per farmi giustizia. Ma quando la gente si chiede come mai, io a volte capisco.
Perchè se io mi sento svenire mentre lo stereo di altri entra nel mio lutto, e chiamo Salvo invece di scendere con un martello, ciò non toglie che ci sia gente che non ha un Salvo da chiamare.
Quindi, quando accendete lo stereo – o fate qualsiasi altra cosa che potrebbe arrecare disturbo agli altri – pensateci.
Perchè io ho i soldi per pagarmi un avvocato, altri no.
E soprattutto quando qualcuno vi chiede di smetterla perchè sta male, smettete di pensare egoisticamente a voi stessi, perchè quando avrete bisogno di aiuto tutti vi gireranno le spalle.
E quindi, con le lacrime agli occhi, mi trovo a scrivere una nota perchè capiate che non sono pazza, ma le circostanze mi stanno portando a impazzire. Il traffico e lo specchietto rotto, le strade interrotte, la gente maleducata, le ingiustizie profonde di ogni giorno… io non ho il pelo nello stomaco adeguato per affrontare tutto questo. Non ce l’ho.
Perchè disgraziatamente sono nata con una cosa dentro che si chiama sensibilità.
E maledico ogni giorno della mia vita per questo.
Perchè le mie lacrime non si asciugano mai.
La mia forza è credere profondamente che la ruota gira, gira per tutti. E se ora sono sotto io, prima o poi sotto ci sarà chi se lo merita davvero.