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Storia della mia vita

Giorno 1: ho un ritardo. Quasi non ci credo, ci abbiamo provato solo questo mese. Non ho avuto perdite nei giorni precedenti, lo so che c’è qualcosa di diverso stavolta. Eppure ho avuto una brutta infezione alle vie urinarie, con tanto di sangue. Non pensavo…

Giorno 2: ho un ritardo di due giorni ma non ci credo. E’ già successo in passato, rare volte, è più facile che anticipino che non il contrario ma chissà. Per ora è solo un ritardo. Ma ci penso, ci penso costantemente. Non posso dirlo a nessuno, mi sentirei stupida. Non voglio dirlo a nessuno perché ho paura. Dentro di me so già che c’è qualcosa di diverso questo mese ma non voglio davvero crederci perché sta andando tutto troppo bene e non può essere.

Ho paura di svegliarmi.

Giorno 3: ho un ritardo di tre giorni e inizio a crederci. Mi sto illudendo. Non voglio illudermi ma sta succedendo. Sì, sta succedendo. Non voglio crederci ma ci sto già credendo e ho sempre più paura che sia solo un sogno. Ho paura di svegliarmi. E’ troppo bello per essere vero. Così, senza fatica, senza ossessioni, senza ansia. Non ci credo. Non ci voglio credere. Ma un po’ sì.

Giorno 4: ho un ritardo di quattro giorni e dolori forti alla schiena. Ho delle perdite. Salvo mi chiede quando dovevano venirmi. Inizio a pensare che stia già finendo tutto. E ti pareva che potesse andarmi bene. In fondo il mio cuore un altro aborto se lo aspettava. Un uovo cieco, che dir si voglia. Ho paura, ho una folle paura che sia una extrauterina.

Giorno 5: faccio il test. Anzi, faccio due test perché ho perdite e la linea del primo è troppo leggera. Già so che significa. Ci credo sempre meno. Le lacrime mi avvolgono. I dolori continuano ma non sono fissi. Provo a credere che sia un impianto tardivo ma “le donne lo sanno, lo sanno per prime” e io lo so che qualunque cosa sia stata se ne sta andando. Voglio che se ne vada in fretta. Mi abbandono sul letto e piango mezz’ora. Poi mi alzo e vado dai miei figli. Ho loro, non voglio dare più importanza a una vita che non ce la sta facendo piuttosto che a due vite che ce l’hanno fatta. Se questo ipotetico embrione non è forte non starò a letto nove mesi trascurando i miei bimbi.

Vado a dormire insieme a loro. Sto nel letto di Nicolas e tengo la mano di Noemi che si addormenta subito. Lui invece inizia a riempirmi di bacini, mi abbraccia, mi bacia, mi guarda con tutto l’amore che c’è. Mi offre una zampa di Ippopotamo da ciucciare ma rifiuto gentilmente.

Sono pronta a lasciarlo andare. Ho capito che non ce la farà e sono pronta ad accettare che questa gravidanza finisca. Qualunque cosa fosse. O non fosse.

Giorno 6: i dolori continuano, le perdite anche. So che non è normale, voglio solo che finisca. Dopo pranzo perdo un grumo di sangue e mi decido a sentire il dottore. Per fortuna è di turno in ospedale, vado senza nemmeno spiegargli perché sto andando. Dopo un’ora e passa di attesa mi accoglie. Sa che sono incinta ma smorzo il suo entusiamo perché non ho buone sensazioni, dottore. Non ho buone sensazioni da giorni e mi è successo quando poi ho dovuto affrontare l’aborto terapeutico e mi è successo quando ho avuto l’uovo cieco sei mesi dopo. Lui rimane serio, a casa Salvo continua a illudersi ma non so come spiegargli che è finita. Che se non è finita finirà presto. Il dottore mi ascolta, si fida delle mie sensazioni, anche se non sono buone. L’ecografia rivela un puntino, per fortuna in utero, ma è troppo presto e lui scuote il capo. Non mi tranquillizza, ma mi rassicura. Io di lui mi fido. Lui di me si fida. Mi prescrive le beta e ci salutiamo con un laconico “speriamo bene”. Mi stringe la mano e mi dà due bacini. Torno a casa e sono rassegnata, ma in qualche modo serena.

Giorno 7: le beta sono 31, i dolori continui, inizia a uscire sangue vivo. Poco, ma immagino che già non ce ne sia più. Non ho nemmeno la forza di arrabbiarmi.

Giorno 8: tutto finito. Non era niente, o forse era qualcosa. Sarebbe stato comunque meglio non doverlo affrontare. Di nuovo.

Storia della mia vita.

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Panta Rei

La vita scorre, prima o poi tutto è destinato a cambiare.
Ci sono momenti in cui la ruota scende vorticosamente, che nel punto più basso ti sembra di sfiorare il fondo dell’abisso, e poi lentamente risale… e di nuovo ti trovi in cima. Che ti sembra di toccare il cielo. Ma manca sempre un pezzetto, c’è sempre un pensiero, sempre una paura, sempre qualcosa che ti frena.
E così il tuo bel sorriso stavolta si permette di stare attento. E ti sembra di rovinare il momento. Ma non è così, forse è solo un rimandare un festeggiamento al momento in cui la consapevolezza renderà la felicità un po’ più vicina.
La felicità.