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La cosa che più mi urta

Ho aspettato un’ora. Entro nello studio e una faccia poco accogliente storta il naso alla vista dei miei figli. Non è tanto il principio, la regola, o qualsivoglia motivo ci sia alla base: è la faccia storta alla vista dei bambini. E’ l’arroganza della risposta alla mia domanda.

Io non li impongo mai. Evito di portarli dove non dovrebbero andare, non guardo telegiornali in loro presenza, cerco nel mio piccolo di salvaguardare la loro innocenza ma mai, mai e poi mai, nascondo loro gli aspetti negativi della vita. La vita è meravigliosa, ma la vita a volte è dura e non è sempre gentile come nelle fiabe.

I miei figli (specialmente Noemi) sanno di Nicole e sono venuti con me al cimitero in più occasioni. Non vado al cimitero tutti i giorni, non ci andavo prima e non ci vado ora che sono lontana. Ma Nicole è mia figlia e, anche se non è mai stata, è la loro sorella. Non deve pesare sulle loro spalle ma voglio che la conoscano, voglio che sappiano quello che due bambini così piccini possono capire: che hanno avuto una sorellina che non stava bene e che non è riuscita a stare nella pancia della mamma. Una sorellina che forse è in cielo, forse è in terra, che probabilmente sicuramente non conosceranno mai. Non credo alla vita dopo la morte per cui non ho cercato di indorare la pillola, cerco di assecondare quello che loro mi lasciano intendere di poter capire. Nicole è volata via. Dove, la mamma di preciso non lo sa.

L’ultima volta, quando l’abbiamo salutata a ottobre, i bimbi le hanno lasciato due piccoli giochi nella sua tomba. L’hanno fatto loro, non gliel’ho chiesto io.

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L’anno scorso ho provato a parlare un po’ di più con Noemi e ho scoperto in lei una sensibilità che mi ha sconvolta. Noemi ha un animo profondo, dolce, gentile. Noemi chiede e si affida a quello che le diciamo. E io non me la sento di mentirle.

Mamma perchè Piero è morto? mi ha chiesto un mese dopo che è successo. Gli s’è fermato il cuore, gioia, le ho risposto con un nodo in gola. E allora lei ogni tanto mi chiede di lui e mi dice che si ricorda dei piccoli episodi che non pensavo avesse nemmeno interiorizzato. Quando siamo tornati in un parco giochi qui vicino dov’eravamo stati con lui mi ha detto che era il parco giochi dove lei e Piero erano stati sull’altalena.

Ha chiamato una bambolina con le ali Nicole.

Ma non per questo soffre.

Ma non per questo le sto togliendo la sua infanzia felice.

E certamente non per questo posso essere giudicata.

Nemmeno da te, caro medico dei miei stivali, che mi dici che trovi ingiusto che io parli di questa mia figlia ai miei bambini, che mi guardi con lo sguardo duro e mi consigli, dall’alto della tua esperienza di bimba traumatizzata, di non portarli al cimitero.

Io non piango Nicole ogni momento, io non vado al cimitero tutti i giorni e non vivo nel suo ricordo costante e triste.

Ma Nicole è mia figlia. Nicole è la loro sorellina. E non ne hanno vissuto il dramma, per loro è un po’ come un angelo in cielo, una presenza leggera, che io racconto con parole dolci, non con il peso che ho nel cuore.

E allora ho aspettato un’ora e doveva essere un giorno felice, e tu che sei una donna come me mi hai fatto rinunciare. Mi hai portato a galla un dolore, mi hai giudicata come madre.

Mi faccio riconsegnare la ricetta, dico che non ho la minima intenzione di farmi visitare da lei – che non ho più la serenità per godermi questo momento.

Chiudo la porta con il cuore gonfio di rabbia e a mai più rivederci.

Irreale

Ogni tanto cammino per strada e mi sento irreale, come se tutto quello che mi circonda non fosse altro che una proiezione di quello che io sto pensando e una volta che l’avrò superato svanirà, come un sogno alle prime luci dell’alba.

Ogni tanto mi avvolgono i ricordi, e magari passo una o due giornate a cullarmi nei suoni del passato, di quel passato che sembra lontano anni luce e che invece basta un incontro a risvegliare.

Ogni tanto provo a pensarmi a un bivio e a chiedermi come sarebbe andata se

Oppure chiudo gli occhi e penso a come sarà quando non ci sarò più.

Ho una paura terribile di morire, tanto che ogni volta che devo prenotare un volo ho sempre la tentazione di rimandare, o rinunciare, o cercare un mezzo alternativo. E’ una paura folle per me che amo viaggiare, anche se da un po’ non lo faccio. E’ una paura viscerale, credo di sentirmi come se mettessero una scimmia allacciata al sedile (e lo fanno, e mica viaggiano così comode le scimmie): sento una paura istintiva che mi prende e riesco a calmare solo focalizzandomi altrove. Figurarsi viaggiare coi bimbi e dover essere felice per non trasmettere a loro la stessa terribile angoscia che mi prende appena l’aereo inizia a rullare in pista.

Noemi stamattina mi ha chiesto quando prenderemo l’aereo, che a me piace tanto, mamma.

Non ci sono viaggi in programma al momento, io e Salvo siamo invitati a un matrimonio a giugno ma abbiamo deciso di non portare i bimbi perchè una due giorni con tanto di volo non è proprio il caso.

Ho davvero voglia di starmene un po’ da sola con lui, è qualcosa che non facciamo da molto. La nostra storia è come un treno impazzito: abbiamo corso come il vento sin dall’inizio e dopo otto anni ci sembra che stiamo insieme da venti. Non so dire se sia bello o brutto, è la nostra storia e a me va bene così. Solo che dopo quattro anni sento l’esigenza di averlo un po’ più mio, e probabilmente lui la sente anche di più.

Ogni tanto, quando mi tuffo nel passato, capisco molte cose di me che all’epoca mi risultavano sfuocate. Ogni tanto capisco che molte cose di quella che sono adesso arrivano direttamente da lì. Che tutta la forza che ho, che tutta la carica, che tutto il mio andare spedita come un treno e non fermarsi di fronte a niente non arrivano dall’aver perso una bambina in gravidanza ma da molto prima. Ed è quel prima che mi ha salvato dal perdere anche me stessa in quella gravidanza.

Chissà quante persone, dopo Nicole, avranno pensato che sarei crollata. Che ci vuole? Un’anoressica guarita che torna anoressica alla prima occasione. Eh no. Non funziona così. Io quando ho deciso di guarire sono guarita, perchè non è guarito il corpo – che nei fatti era guarito già da qualche mese – ma ero guarita io. Si era aperta dentro di me la voglia di vivere e di provare un rimedio nuovo.

Avrei voluto, quei giorni dopo l’aborto, cullarmi in qualcosa che mi facesse star male ma la verità era che l’aborto stesso mi procurava troppo dolore per poterlo alleviare con un altro tipo di sofferenza, magari fisica. Non avrebbe funzionato. Avrei potuto rovinarmi la pelle o digiunare per giorni, ma il dolore di perdere un figlio non si placa così. Il dolore di perdere un figlio lo devi attraversare, e per fortuna il dolore era un campo che conoscevo bene.

Così dicevano i miei terapeuti all’epoca, che io sapevo cosa voleva dire stare male, ma non sapevo cosa voleva dire stare bene, per questo avevo così tanta paura a lasciare quel porto sicuro che poi era la mia malattia.

Ma quando io ho abortito, io sapevo cosa voleva dire stare bene. L’avevo imparato da poco, pochissimo tempo, ma lo sapevo. Mi bastava guardare gli occhi di mio marito, lucidi di pianto, per ricordare quando quegli stessi occhi luccicavano fissi nei miei, pieni di sogni, pieni di futuro, pieni di un amore che non avevo mai conosciuto prima d’allora.

Amore

Quindi quello che teneva in piedi il mio disturbo alimentare era crollato. Il mio porto sicuro non era più la malattia ma era l’amore. E nell’amore sapevo che sarei rinata, ma sapevo anche bene che il dolore andava affrontato, che in quel mare di merda che ci era crollato addosso ci dovevo nuotare fino a che non avessi raggiunto l’altra sponda.

Tutto si incastra come un puzzle. A trent’anni mi chiedo se esista il destino o siano solo coincidenze, mi chiedo cosa ci sia dietro un incontro e cosa ci sia dietro una perdita. Mi chiedo se sono io che do un senso a tutto o se forse tutto ha un senso.

Non sono religiosa quindi non basta sapere che un determinato dio ha prestabilito la nostra strada. No, io la mia strada me la sto spianando da sola. E quanti ostacoli per arrivare non so ancora dove! E quanta voglia di mandare tutto al diavolo.

Eppure no, eppure noi siamo ancora qui. Siamo ancora in piedi.

 

Già ci sono uomini che vanno con gli uomini…

A volte mi sorprende pensare che siamo davvero nel 2014 e non in una specie di oscura prolunga dell’anno 1000 d.C..

L’altro giorno ho accompagnato Noemi all’asilo e mi sono fermata a chiacchierare con la mamma di una sua compagna (quella del “Se lo dici a qualcuno ti sparo”, n.d.A.). E’ una donna allegra, ma dalla risata vagamente isterica. Una di quelle persone che all’inizio si presentano come l’anima della festa e in un secondo momento ti sembra più che nascondano qualcosa, invece di essere realmente vivaci come sono. Dà vagamente l’idea di alcune eroine dei romanzi ottocenteschi, in chiave moderna. Anche un po’ bigotta, ma era quacosa su cui ero passata sopra. Fino all’altro giorno.

Stavamo parlando del più e del meno finchè s’è fermata per raccontarmi cos’aveva letto su un giornale dal parrucchiere.

Ma ci puoi credere, mi dice, ho letto un articolo, ora non ricordo di chi fosse il figlio, ma vabbè, insomma già ci sono uomini che vanno con gli uomini e non va bene eh, ma ci sono sempre stati e che dobbiamo fare, ce li teniamo, ma questo qui, tu pensa!, è nata femmina, è diventata uomo e la cosa pazzesca è che suo padre, voglio dire, un personaggio famoso, non una persona qualunque, e suo padre, sì insomma, è orgoglioso di lui! Ma ci puoi credere? Già gli uomini che vanno con gli uomini e vabbè, non va bene, mi ripete, ma ci sono, e ora pure le donne che diventano uomini e gli uomini che diventano donne!

Io all’inizio sorridevo, pensando che in realtà volesse andare a parare in tutt’altra direzione, ma verso la fine mi sono plastificata in una smorfia che non riuscivo più a nascondere.

No, le ho risposto, tentando di essere anche diplomatica, io con mio marito ne ho anche parlato. E se succedesse ai nostri figli, che fai?

E lei, tranquilla, ridendo ma seria come poche volte l’ho vista da quando la conosco, ah no, fuori di casa! Fai quello che vuoi ma non farlo a casa mia!

Ho sorriso. Mah, le ho detto, non si può sapere.

Ah perchè? Tu l’aiuteresti anche? mi ha chiesto allora, sbalordita lei della mia opinione che a quel punto avrà creduto eretica.

Io sì, ne abbiamo parlato con mio marito e certo, c’è il dispiacere che avremmo un figlio con la vita in salita ma è sempre mio figlio, l’amerei come l’ho sempre amato e l’aiuterei fin dove posso.

Oh, ma guarda che queste operazioni costano!

Ah bè certo, tutto costa se la mettiamo sul piano economico. Non ho risposto perchè a quel punto sarebbe stato più facile discutere con un parroco di ottant’anni.

Ma non è finita qui, perchè ovviamente quando poi non ci si saluta nel momento giusto le cose vanno avanti anche se cambi discorso.

Ha avuto sua figlia tardi e ha preferito non fare l’amniocentesi, mi ha spiegato (lei, mi ha spiegato, ignara di quello che ho passato io) perchè insomma, che fai? Se scopri di avere un figlio malato lo butti via?

Non è esattamente questo quello che succede quando scopri di avere un figlio malato.

Ma chi ci si mette a spiegare la storia di un aborto terapeutico quando una persona non comprende l’esistenza di tendenze sessuali diverse dalle nostre?

E poi la cosa bella, a pensarci bene, è che lei se sua figlia fosse lesbica la sbatterebbe fuori di casa.

Storia di una scelta

Questa settimana cade il quinto anniversario del mio aborto. La vita è corsa in avanti nel frattempo, è corsa così veloce che forse sono un po’ rimasta indietro. Non mi sembra più ieri quando l’ho dovuta abbandonare su quel lettino, non mi sembra ieri quando ho dovuto scegliere di porre fine alla sua vita. Non mi sembra ieri. Mi sembra sia passata un’eternità.

Sono passati due figli, un terreno, la costruzione di una casa, un trasloco e una decisione drastica che riguarda le vite di tutti noi.

È passata un’eternità.

È passata un’eternità e a volte mi sento in colpa per non averla più così tanto nella mia vita come invece dovrei. Anche il tatuaggio sulla caviglia a giorni sembra non esserci più, un po’ perché è inverno ed è sempre coperto, un po’ perché è parte di me, un po’ perché è passato tanto tempo e il tempo cura il dolore meglio di ogni altra medicina.

A settembre sono finalmente riuscita a sistemare la sua tomba come volevo, per cui in qualche modo è come se l’avessi lasciata andare. Come se mi fossi lasciata andare anch’io. Lei è volata lassù, dove stanno le persone che abbiamo perso, e io sono tornata qua, a vivere la mia vita pienamente, con nel cuore una bimba che non c’è più ma senza quel senso di colpa che non mi porta da nessuna parte.

Lei c’è nella madre che tento di essere. Lei c’è nella donna che sono diventata – perché sono diventata donna nel momento esatto in cui ho sentito la sua testa fra le mie gambe. Lei c’è nelle scelte che ho preso in seguito. Lei c’è nella volontà di non far naufragare un rapporto alla prima crisi. Lei c’è nella dolcezza di Noemi, nel suo essere una bambina diversa, come se in qualche modo portasse con sé l’eredità di una vita che non c’è stata. Lo so che è un discorso tra il mistico e lo spirituale, e io non sono nessuno dei due, ma è così che sento Noemi ogni tanto. Perché non so se lei ci sarebbe stata se tutto fosse andato bene, e questo mi riempie d’angoscia al solo pensiero. Non so come potrebbe essere la mia vita senza Noemi, quindi non posso permettermi di avere sensi di colpa per ciò che ho dovuto decidere prima di lei.

Cinque anni sono un’eternità e non sono niente. A volte ho paura che fra vent’anni l’avrò dimenticata e sarà semplicemente una bambina che ho perso. In realtà in un angolo del mio cuore, ogni volta che penserò a lei avrò un battito in meno, una lacrima che scende e un nodo in gola.

Sembra passata un’eternità ma ricordo ogni singolo istante del momento in cui abbiamo ricevuto la notizia. Ricordo ogni singolo istante della morfologica, quando ancora il mio ginecologo non aveva voluto dirmi chiaramente cosa c’era che non andava. Eppure l’avevo capito. Ricordo l’esatto momento in cui l’ho capito. Ricordo la rabbia di Salvo che non voleva accettare nemmeno lontanamente l’ipotesi. Ricordo quel guizzo nella pancia sentito un’unica volta pochi giorni prima del ricovero. Ricordo che Salvo era riuscito a farmi pensare che sarebbe andato tutto bene e quando l’altro medico ci ha detto che no, non andava bene, ero così paralizzata da non riuscire nemmeno a respirare. Sentivo le lacrime scendere ma non respiravo più, non parlavo più. Ricordo Salvo che alla notizia s’è accasciato sulla sedia, incapace di stare in piedi oltre. Ricordo il discorso del medico, la possibilità di abortire che nemmeno conoscevo, ricordo la sua telefonata al ginecologo confermando ciò che aveva sospettato pochi giorni prima e che io avevo capito. Avevo capito non dalle sue parole ma dalla sua stretta di mano, dalla sua mano che teneva forte la mia mentre mi diceva di stare tranquilla. Avevo già capito. Ricordo delle telefonate confuse che Salvo faceva per capire se dovevamo sentire un altro parere, l’appuntamento preso e poi cancellato. Non ricordo però cos’ho fatto nei due giorni che sono passati prima del ricovero. Li ho cancellati, non ho idea. Ricordo solo di essere andata il mercoledì sera dal ginecologo, arrabbiata e confusa, ma di non essere riuscita a chiedergli niente perché pareva non fosse opportuno parlare di questo di fronte alla sua assistente incinta, ironia della sorte, di poche settimane più di me. Ricordo il prericovero, l’infermiera che mi ha chiesto come mai non mi fossi accorta di essere incinta e non sapevo proprio come risponderle, non aveva nemmeno letto la cartella. Ricordo il giorno del ricovero accasciata contro il muro della maternità mentre gli altri bimbi piangevano e non sentivo più la mia. Non sentivo più la vita che avevo dentro e mi stringevo la pancia pensando solo a quando sarebbe finito tutto. Ricordo di aver voluto parlare con il mio ginecologo, di averlo preteso perché altrimenti non avrei preso alcun ovulo. Ricordo di essere stata arrabbiata con lui e invece di aver scoperto la persona che in quel periodo più di ogni altra, con i gesti più piccoli e più grandi allo stesso tempo, mi sarebbe stata vicino. Ricordo i primi dolori e la velocità con cui si sono intensificati. Ricordo il panico, le lacrime, il non sapere come resistere. Ricordo il vomito, il silenzio che tenevo, le parole sussurrate che dicevo e che si riducevano solo al “quando esce, quando esce” e ricordo di essermi odiata per questo. Ricordo delle persone accanto a me, mia madre, mia suocera, le ostetriche, Salvo. Ricordo quando mi si sono rotte le acque, la corsa in sala parto. Ricordo il silenzio della sala parto e l’ostetrica – quella che avrei incontrato un anno più tardi al corso preparto di Noemi – che ha spento le luci perché potessi riposarmi. Ricordo la dolcezza di tutte le persone che avevo intorno, anche se poi una di loro era obiettrice e mi ha fatto inserire da sola l’ultimo ovulo. Ricordo comunque i suoi massaggi alla schiena, il suo silenzio che ora capisco. Una donna lacerata come me probabilmente, tra quello che è giusto secondo coscienza e il dolore della persona che si ha di fronte. Ricordo di aver chiamato l’ostetrica che nel suo gabbiotto leggeva quando ho sentito Nicole scendere tra le gambe. Si sono accese le luci e l’ho partorita, sul letto. Erano le 2.45 del 31 gennaio 2009. Diventavo madre per la prima volta. Diventavo madre dando la morte a mia figlia.

È passata un’eternità e se anche dovessi dimenticarmi il dolore, queste sono cose che restano.

La mia vita da allora non è più la stessa.

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Seppellire o non seppellire: la speculazione sulle tombe-culla

A me sembra proprio che in Italia non si faccia altro – da una parte come dall’altra – che strumentalizzare il dolore della gente.

Questa è la volta delle madri dei bimbi non nati, e mi ci metto anch’io – anche se molti di voi là fuori, senza avere il coraggio di dirmelo in faccia, pensano che io non meriti questo titolo ma quello più banale di infanticida.

Premesso naturalmente che non mi importa quello che pensate di me, sono altrettanto certa che la quasi totalità della madri che ha abortito, per un motivo o per un altro, abbia comunque sperimentato un vero e proprio lutto.

Non entro nel merito della scelta di ognuno, non entro nemmeno nel merito della questione perchè poi come al solito finisce per parlare la mia rabbia e non il mio cuore di – all’epoca – mamma a metà.

Renzi approva il cimitero dei non nati e si scatena l’inferno.

Io, che una figlia non nata (o abortita, come molti là fuori vorrebbero sottilineare) l’ho seppellita, non capisco dove stia la compassionevole aggressione. Io l’aggressione semmai la vedo negli ospedali con l’alta percentuale di medici e personale obiettore, non nell’istituire una zolla di terra su cui piangere il proprio figlio feto. Per me è stato molto importante nel processo dell’elaborazione del lutto – perchè di lutto si tratta, sia che l’aborto sia volontario sia che non lo sia – poter avere un posto in cui sentirmi vicino alla mia bimba, che per me è sempre stata “bimba” e non “prodotto abortivo” come mi sono trovata scritta sulle carte per la tumulazione. Quello sì che è stato terribile da vedere, quella che è stata un’aggressione – e per niente compassionevole!

Io le femministe a volte non le capisco proprio. Se voi pensate di avere il diritto di scelta sul vostro corpo mentre le madri pensano di avere il diritto di scelta sul proprio figlio, o se voi pensate che il feto non sia altro che un grumo di sangue, sta bene. Ma non obbligate le migliaia di madri che là fuori hanno perso un figlio a pensare che sia così anche per loro.

Io il cimitero dei non nati non lo vedo come un’aggressione o una presa in giro. Lo vedo innanzitutto necessario (e non capisco come non fosse legge prima) e lo vedo quanto meno una scelta da lasciare alla madre. C’è sicuramente chi preferisce non seppellire, ma è un po’ come chi vuole essere cremato e chi vuole essere tumulato. Almeno sulla morte dei propri cari evitiamo di mettere bocca, che già lo scempio dei cimiteri abbandonati è abbastanza duro da sopportare, quando tua figlia è seppellita in mezzo alle erbacce.

L’argomento è sempre molto al limite ma ricordo, quando ho scelto di non far nascere mia figlia, che la cosa terribile da pensare era proprio che fosse buttata nella spazzatura come un rifiuto. E so che a molti è successo perchè semplicemente non sono stati avvertiti che era possibile seppellire e dare dignità al proprio figlio non nato. E magari avrebbero scelto lo stesso lo smaltimento, ma è diverso scegliere da subire. La legge permette di seppellire i feti già dalla diciottesima settimana (se non vado errando) ma molti medici semplicemente non lo dicono, forse perchè non ci credono meritevoli di tale – piccolo – conforto.

A me la tomba-culla dà enorme conforto. La curo come curerei la sua stanzetta, le ho scritto lettere e gliele ho lasciate lì, anche se so che non le leggerà. Le ho scritto quello che nessuno sa della mia scelta. Le ho spiegato perchè, le ho detto come mi sono sentita, ho cercato di urlare il mio amore. La chiamavo piccolo fiore, perchè non è diventata bambina ma forse un piccolo fiore sì.

Quando l’agenzia funebre che s’è occupata di seppellire il bimbo accanto alla mia ha ricoperto la nostra tomba di ghiaia, io ho sentito l’orrenda sensazione di soffocare. La mia bambina, là sotto, stava soffocando.

La mia bambina, là sotto, c’è.

E per me è un grande conforto. Non uno schiaffo in faccia.

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Qui, e nei link riportati nel post, giusti e doverosi chiarimenti.

Le persone non lo sanno…

… ma quando incrocio un bimbo con una qualche disabilità, il mio cuore affonda.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’aver scelto l’aborto terapeutico anzichè proseguire una gravidanza complicata, non mi rende insensibile verso il tema ma anzi, ne acuisce il dolore.

Ognuno di noi di fronte a un handicap più o meno vistoso ha molte reazioni: pena, compassione, ribrezzo (c’è anche questo al mondo), tenerezza, amore o paura.

Quello che provavo io era molto simile alle sensazioni che ho appena elencato. In generale però sono sempre stata una persona che si imbarazzava e girava lo sguardo dall’altra parte. Non per cattiveria, solo perchè mi impauriva il non sapere cosa fare. E sì che esperienze con handicap gravi ne ho avute nella vita. Non dirette, ma per esempio alle medie avevo in classe un ragazzino con grossi problemi mentali. Come tutti gli altri bambini, cercavo di evitarlo perchè non sapevo cosa fare, come comportarmi. Ma poi alla fine io evitavo anche i neonati e i bimbi più piccoli per lo stesso motivo. Quindi forse era più dovuto a una mia forma di timidezza, che tra l’altro è stato un mio cruccio per anni.

(Come sia completamente sparita a volte non me lo spiego!)

Quello che provo ora è molto diverso. Provo vergogna e imbarazzo, guardo invece di girarmi dall’altra parte, osservo i genitori, osservo la parte di vita che mi offre quel piccolo spazio temporale. Quando in alcune occasioni un ragazzo down ha mostrato molta simpatia nei miei confronti mi sono sentita a disagio. Nella mia testa pensavo, guarda che io mia figlia non l’ho fatta nascere, non hai di fronte la persona che credi.

Se non si è provato l’aborto, in questo senso credo sia difficile comprendere quello che sto scrivendo.

Non provo pena verso di loro, provo grande ammirazione per i loro genitori e mi sento un po’ in colpa verso di loro, che tra l’altro con la mia vita e con le mie scelte non c’entrano niente.

E neanche posso dirmi pentita di quello che ho fatto, perchè sono decisioni così grandi – in un senso come nell’altro – che non credo esista qualcuno privo di dubbi e incertezze a riguardo. E’ un tema importante, che fingiamo di non vedere o mascheriamo con una finta compassione che non abbiamo, perchè comunque la realtà è che nessuno di noi lo vorrebbe un figlio malato. Di qualunque malattia: cervello, cuore, fisico.

Ma quando capita?

Io l’ho saputo al quinto mese di gravidanza, alcuni genitori lo scoprono al quinto mese di vita.

Ci ho pensato spesso. Io Nicole ho scelto di non farla nascere – scelta che può piacere o meno, ma è mia, e soltanto io posso fare i conti con la mia coscienza e con il mio dolore. Comunque ho perso una figlia – e l’avrei persa lo stesso, forse non nei primi anni di vita, ma non penso mi abbiano voluto mentire quando mi hanno detto che alle elementari non sarebbe mai arrivata – ed è giusto che la mia sofferenza venga rispettata e non passata al setaccio.

A 25 anni non eravamo pronti e non avevamo i mezzi per affrontare il percorso disabilità. E’ facile dall’esterno dire che ce l’avremmo fatta lo stesso, che l’amore guarisce tutto e via dicendo. Ma io non ero pronta a vederla morire al di fuori di me. E non ero pronta, forse, ad amarla senza rabbia. Non rabbia verso di lei, ben inteso, ma rabbia verso una vita che non mi ha mai regalato niente.

A 25 anni non mi sentivo in grado di affrontare una situazione così grande, in un paese così piccolo.

Piccolo di mentalità, piccolo di aiuti, piccolo di sensibilità.

Forse ora sì. Forse solo cinque anni più tardi qualcosa in me è cambiato, perchè in qualche modo mi sento mamma di una bimba disabile anch’io. Non ho affrontato cure, terapie, successi e fallimenti. Non ho affrontato i no dei medici, la disperazione di non trovare sostegno, non ho affrontato gli stronzi che parcheggiano sulle strisce gialle. Non ho affrontato gli sguardi – diretti, ho affrontato quelli indiretti, subdoli, di chi conosce quello che pensa di sapere e giudica quello che non ha il diritto di giudicare. Non ho affrontato niente.

Ma ho affrontato la perdita di mia figlia.

E questo è qualcosa che cambia completamente il modo di vedere. E di sentire.

E di (non) giudicare.

Addio, bambina.

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Ommioddio.

Sapevo che sarebbe arrivato questo momento.

Lo sapevo.

Cerco su internet ma com’è normale si trovano un sacco di banalità e mai niente che dia una risposta.

Mi batte il cuore a mille, o no. Forse ha appena perso qualche battito.

Un paio di blog mi rimandano all’argomento. Non so bene come reagire, se con rabbia, con un sorriso, con ammirazione.

E poi arriva: arriva il dubbio.

E se davvero i medici mi avessero prospettato una situazione più grave di quella che realmente era? E se Nicole fosse davvero solo stata affetta da sindrome di Down? E se il cuore fosse stato operabile?

Non ho a portata di mano le sue vecchie ecografie, sono – insieme a quelle degli altri due miei figli – ancora negli scatoloni nel vecchio appartamento in cui vivevamo. Ricordo vagamente qualche sigla: DIA, DIV, CAV non lo so. Mi ricordo che il ginecologo aveva parlato di grave difetto interatriale. E una qualche probabile sindrome cromosomica, 21 o peggio.

Ho sempre ringraziato il cielo perchè lei stava così male… perchè lei comunque non sarebbe sopravvissuta che qualche tempo. Mesi, anni, o forse non ce l’avrebbe fatta a superare il parto.

Sto lottando contro l’obiezione di coscienza, sto lottando perchè pur considerando l’embrione un bambino sin nelle sue prime fasi, non posso io decidere per un’altra donna in base alle mie credenze. Non posso non assisterla se anche decidesse di farlo. Non posso permettere che ospedali pubblici neghino assistenza a chi prende questa decisione, che sia giusta o sbagliata secondo noi o secondo il dio in cui si crede (o non crede).

E nel mezzo di questa lotta, un paio di commenti e un paio di blog mi gettano nel panico.

Non ho mai permesso a nessuno di entrare nel merito delle mie scelte, nè lo farò ora. Non permetterò mai a nessuno di dirmi che ho sbagliato perchè questi sono affari miei, se mai arrivassi ad affermare qualcosa di simile. Non mi sento nè assassina nè egoista, ho amato mia figlia e l’ho amata come madre. L’ho cercata e l’ho voluta. E un bel giorno mi sono trovata di fronte a un referto medico e a una domanda: cosa volete fare?

Cosa vogliamo fare?

Noi vogliamo cancellare gli ultimi dieci minuti, avrei voluto rispondere al dottore. Fare finta che non sia successo niente, che la bimba stia bene e che a giugno partoriremo.

E ora qualcuno dice che i medici sono sbrigativi, che in un Paese in cui c’è una percentuale di obiettori di coscienza che sfiora il 90%, i ginecologi propendono per l’aborto terapeutico non appena intravedono un difetto nel feto.

Non lo so.

Non lo so proprio io. Sono combattuta. Non mi convince.

Ma mi terrorizza.

Ecografia 10-12-2008[ritocco]

Nicole, spiegata a mia figlia

Stamattina era troppo presto per andare direttamente alla Decathlon, dove dovevo prendere una bicicletta per l’imminente compleanno di Noemi, per cui ho pensato che essendo sulla strada potevo passare al cimitero. Entrambi i miei figli ci sono già stati, ma Noemi ha un’età in cui inizia a capire.

Anni fa mi sono spesso chiesta come sarebbe stato questo momento, anche se mi era chiaro che avrei portato ogni figlio che avrei avuto a conoscere la sorella maggiore sorellina.

Non è facile nemmeno l’idea di spiegare a mia figlia l’aborto terapeutico, così ora mi soffermo sul fatto che ha una sorella che non è qui con noi. Per parlare di aborto terapeutico, di scelte e via dicendo, ci sono molti anni ancora. E allo stesso modo, non ho alcuna intenzione di spiegare il concetto di morte alla bambina. Dicono che l’infanzia finisca nel momento in cui vieni a contatto con l’idea di morte, e siccome per me è stato così, non ho per niente voglia di parlarle di un argomento così enorme. Pure per noi.

E come la spieghi a tua figlia la tomba di sua sorella?

Non lo so come, ma le parole mi escono naturali quando sono lì.

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Insomma, siamo lì e Noemi inizia a farmi domande sui giochi che vede. Da sempre ama i cavalli (ed è un’amabile coincidenza che io a suo tempo avessi scelto un cavallo per adornare la croce di cemento così vuota – il coniglietto simboleggia Niglia, la coniglietta che mia sorella ha perso per un tumore e che ha voluto lasciare lì con lei, a farle compagnia).

Allora prima mira al cavallino, poi si ricorda un nostro dialogo, e mi dice “Mamma il cavallo è attaccato?”. Certo gioia, le rispondo, se no il vento e la pioggia lo portano via. Lo posso prendere? No, gioia. Questi giochi sono tutti della tua sorellina.

E lì mi escono le parole.

Sai Noemi, ti ricordi, lei è Nicole, la tua sorellina. E’ lì perchè non è riuscita a uscire dalla pancia della mamma quand’era piccola piccola.

Lei mi fissa con i suoi grandi occhi marroni.

Eh sì, mi risponde.

E’ una visita veloce, per cui usciamo quasi subito, giusto il tempo di una spazzolata alla piastrella.

Siamo quasi al cancello, Nicolas in braccio, Noemi per mano. Lei si gira e mi chiede

Mamma ma Nicole è accollata (incollata, come il cavallino)?

Eh sì.

Eh sì. E’ accollata perchè non è riuscita a uscire dalla pancia della mamma.

 

Metterci la faccia

Ok. Questo è un argomento delicato. Non ho mai amato espormi, ma l’ho sempre fatto. E ho sempre pianto, e me la sono sempre presa con me stessa per averlo fatto e per non aver capito che sarebbe stato meglio stare zitta nel proprio angolino. Non ho mai amato essere giudicata, ma ho sempre dato modo di farlo. Perchè ho sempre detto quello che mi veniva dalla pancia. Sempre, a proposito e a sproposito.

Ora la situazione è questa. Ho un blog, un blog che (ri)nasce per caso vari anni fa –  ne avevo anche uno precedente che ho cancellato in seguito a un enorme misunderstanding – e che certo non nasce per trattare temi così importanti.

Ma sapete com’è. Nella vita le cose accadono.

E accadono pesanti.

Dopo aver lottato per anni contro una depressione (leggesi: anoressia, bulimia, autolesionismo e qualcuno ha parlato di borderline ma borderline non era) che mi stava succhiando via la vita dalle vene, ne esco vincente. E che vincente.

Da quel bozzolo esce una farfalla splendida, delicata, ma consapevole. E la consapevolezza – come dico sempre – è la base di tutto.

Ho chiuso così le sedute dal mio psicologo: “Ho dato un senso a tutto, ora posso permettermi di fare cose senza senso”.

Le cose senza senso sono amare, andare di pancia, permettermi di seguire più l’istinto della ragione. Non chiedermi sempre il perchè delle cose, ma farle. E vedere come va.

A volte va bene, a volte va male.

Ma com’è: sono sempre qua. Forte, debole di nervi forse, ma forte in ciò che conta. So capire quando sto male, e so capire quanto sto male. So capire se posso essere d’aiuto e so capire se devo stare zitta.

Una cosa però non è mai cambiata: so che per le grandi battaglie è necessario esporsi.

Non sono così coraggiosa da espormi a discapito della mia vita o di quella della mia famiglia (nè d’altronde m’è mai successo di doverlo fare), ma sono abbastanza coraggiosa da metterci la faccia se si parla di qualcosa che ho vissuto e che non va come dovrebbe andare.

Mi espongo e mi sono esposta per quanto riguarda i disturbi alimentari, sono stata in Rai tre volte, ci ho messo la faccia, ci ho messo la pancia. E sto cercando di espormi per quanto riguarda l’aborto terapeutico (e la tutela della 194 in generale). Non sono una giurista e non sono mai scesa in piazza, questo no (ma mai è capitata l’occasione). Ci metto la faccia con la mia storia, il mio nome, la mia rabbia.

Forse non è molto e forse è abbastanza. Non lo so.

So che l’unico posto dove ormai si riesce a raggiungere tutti è la rete, e io lì mi sto buttando.

Faccio bene o male, non mi importa. Io faccio.

Mi sono imbattuta solo un paio di volte in persone così dette pro-life e onestamente li vedo così ipocriti e fasulli che non mi è rimasta grande memoria delle nostre discussioni. Leggo le leggi morali che loro riportano come dettate da Dio e mi viene da ridere, non per Dio in sè ma perchè onestamente mi sembra un po’ poco.

Ho detto un miliardo di volte che non sono pro-aborto ma sono per la libertà di scelta di ognuna di noi. Io non sceglierei di abortire se dovessi rimanere incinta “per caso” (virgolette doverose, perdonatemi) ma non è giusto che una mia scelta morale del tutto personale vada a influire su una legge di uno Stato (laico?) e soprattutto sul diritto di una donna di autodeterminarsi (ossia: fare un po’ quel che je pare – la mia libertà finisce quando inizia la tua). Non si arriva a certe scelte con leggerezza, o meglio, c’è sicuramente chi lo fa e credo sia sbagliato, ma io non sono Dio e non ho il diritto di giudicare nessuno. O posso giudicare, ma non posso decidere io per la vita di qualcun altro (anche qui il discorso è ampio, ma noi genitori in maniere più o meno esplicite e in cose più o meno importanti decidiamo sempre per i nostri figli). In poche parole, il tutto nella vicenda si riassume con due semplici parole: secondo coscienza. Non “secondo religione” o “secondo morale comune”. Secondo la propria coscienza.

Io ho abortito, vero. Non lo considero un vero e proprio aborto volontario anche se in cartella viene trascritto come IVG. Perchè sei tu che vuoi, non è che ti capita che lo perdi.

No, io la volevo. Io la volevo così tanto che già mi ci vedevo con lei, con questa biondina vivace e curiosa, a chiacchierare e a ridere insieme. Io, noi, abbiamo messo gli occhi su questo terreno (ancora non c’era nemmeno una recinzione) pensando alla casa che le avremmo dato, pensando a Nicole che correva sull’erba.

Nicole non avrebbe mai potuto correre. Tanto meno sull’erba.

Nicole sarebbe nata con un cesareo programmato, operata istantaneamente a cuore aperto. C’erano il 50% di possibilità che nascesse viva, e se fosse nata viva, il 50% di possibilità di uscire viva dall’operazione. E in ogni caso, nessuna possibilità che potesse mai arrivare a correre.

Quindi, io ci metto la faccia. Voi scagliate la prima pietra.

claudia

Mi stavo quasi dimenticando del tempo passato insieme…

Stavo rileggendo questo vecchio post e un po’ tutti quelli che riguardano la mia prima gravidanza (da qui fino alla morfologica e al tragico epilogo) e mi sono resa conto di ricordare perfettamente il dolore, ma di aver cancellato tutta l’aspettativa di quei mesi. Ricordo bene di aver visto il terreno in cui ora abbiamo costruito casa il giorno della morfologica, ricordo di aver pensato a cosa volevo per l’infanzia di Nicole, ricordo di averla immaginata grandicella, mentre parlavamo… ma non ricordo niente della gravidanza oltre all’incredulità iniziale e le nausee che mi hanno steso per quasi tutto il tempo che l’ho avuta con me.

Non si capisce molto dai post del 2008. Non si capisce quanto io l’abbia voluta e quanto io fossi felice di averla. Ero piccola, avevo il vomito dalla mattina alla sera (lo stesso vomito che ho poi benedetto con la gravidanza di Noemi) ed ero arrabbiata, frustrata, perchè vivevo una vita che – ancora adesso – non considero pienamente la mia.

Ma io l’amavo.

L’amavo profondamente. E se in questo blog, per forza di cose, parlo di lei per quello che non è stata, io improvvisamente ricordo di averla vissuta per quello che era. La mia bimba. Avevo avuto il sentore che fosse femmina già prima della fine del terzo mese, quando poi ho avuto la conferma. Sapevo che l’avrei chiamata Nicole. Ero felice, perchè fino a quel momento, nella mia vita, tanta felicità non ce n’era stata.

Ho incontrato l’amore tardi, non sono passata per mille innamoramenti. L’ho incontrato a fine marzo del 2006 e l’ho seguito fin dove ora non voglio più stare. Ho amato come mai avevo amato, mi sono lasciata andare ed ho combattuto con tutte le mie forze contro i demoni che mi tenevano indietro. E ho vinto. E per la seconda volta nella mia vita, ho vinto.

La gravidanza era un sogno di entrambi, ma lui aveva paura all’inizio. Lui che mi ha chiesto di fare un bambino che stavamo insieme da poche ore, poi ha avuto paura. E ho insistito, perchè la gravidanza per me segnava l’inizio e la fine di un miliardo di cose. Volevo dare alla luce un essere umano, volevo scoprire la grandiosità dell’essere donna, volevo lei, volevo Nicole. L’ho voluta e amata sin dai primi attimi (nella foto sapevo di essere incinta da due settimane appena) ma poi mi sono persa per strada.

L’ho persa per strada.

Mia figlia. Cos’è rimasto degli attimi di noi insieme? Perchè ora se penso a lei io sento solo il dolore, sento il vortice, sento il vuoto.

Eppure lei c’era, lei era tutto. Lei era il… pieno.

Ed era dentro di me. Ed era me.

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