Avevo detto “gravidanza tranquilla”!

Emma Luna sta bene. Io sto bene. Stiamo tutti bene.
Però.
Ricordo di aver detto chiaramente all’ostetrica del consultorio che avrei voluto una gravidanza serena e non medicalizzata, a meno che non ce ne fosse bisogno, e che rifiutavo ogni tipo di ecografia di secondo livello e ogni controllo invasivo, nonchè ho barrato una bella casella in cui sotto la mia responsabilità rifiutavo la possibilità di fare diagnosi prenatale.
In poche parole, avrei voluto le tre classiche ecografie passate dal SSN e sottopormi ai soli esami di routine, molti dei quali tra l’altro non sono più in esenzione.
Non mi sono bevuta il cervello.
E nessuno, come successo durante una discussione con la ginecologa, può accusarmi di non interessarmi al mio feto a mia figlia.
Semplicemente, conscia di quello che ho passato, ma anche consapevole di avere gravidanze fisiologiche e assolutamente senza problemi, volevo godermi il dono di un altro figlio in santa pace.
E soprattutto, anche se molti hanno strabuzzato gli occhi quando l’ho detto apertamente, ho abortito una volta, ho avuto un lutto difficile, pesante e lungo svariati mesi – mesi in cui l’unico scopo della giornata era respirare per arrivare a sera – e di certo, se anche Emma fosse risultata malata, non avrei voluto ripetere l’esperienza.
Sono passati sei anni da allora, sono cresciuta, maturata, sono diventata madre. La mia scelta di allora era giusta per la Claudia di allora, non sarei stata in grado di assistere Nicole, mi avrebbe ucciso (e lei, mi hanno confermato svariati medici anche qui, non ce l’avrebbe comunque fatta). Ora forse non sarei più brava di prima ma sarei più forte.
O forse semplicemente rifiuto l’ipotesi che possa succedere ancora.
Emma sta bene.
E io voglio, volevo, vivere una gravidanza spensierata.
Spensierata, non scellerata.
Tutta questa premessa per arrivare a un punto: la mia volontà non è stata rispettata ed essendomi affidata al SSN il tutto è soltanto diventato un grande, un enorme, stress.
Dalla morfologica, fatta un mese fa, ho dovuto fare, nell’ordine: visita ginecologica al consultorio, toxo test e urine al centro prelievi convenzionato in cui vado da febbraio, ecografia di controllo all’ospedale di Saronno (dove vorrei partorire), prenotazione di persona di tampone e curva glicemica – il che ha significato perdere un’intera mattinata per indicazioni sbagliate prima e perchè nel primo ospedale in cui sono andata non ho nemmeno trovato il CUP, tampone ieri e stamattina avrei dovuto fare la curva glicemica ma non sono riuscita ad alzarmi dal letto. Domani ecocardiografia con una dottoressa guru nel settore dall’altra parte di Milano.
(Il tutto condito da: cambio residenza, scelta del medico, ricerca di una nuova casa, scadenza assicurazione della macchina, matrimonio e partenza di mia sorella per gli States, riunioni all’asilo, problemi con l’estinzione del mutuo, dichiarazione dei redditi, e vabbè… se non è tutto insieme non siamo felici.)
E, ripeto, Emma sta bene.
Ma.
Avendo io la storia che ho, alla morfologica la dottoressa scrupolosa ha visto un difetto nella valvola aortica che non c’era.
Quindi mi ha inserito, gentilmente e amorevolmente per l’amor del cielo, in Patologia della Gravidanza, con tutto quello che ne consegue.
Ora, il mio vecchio ginecologo in meno di dieci minuti ha con sicurezza escluso ogni tipo di problema e s’è felicitato con me di questa gravidanza.
Felicitato.
Gioia.
Sorrisi.
Emma mostrata anche nel suo semplice essere bimba nella pancia, e non feto da analizzare nel dettaglio.
Al controllo di settimana scorsa, la dottoressa di turno mi ha confermato, dopo un’ecografia di un’ora e il consulto con una sua collega, che mia figlia sta bene e non ha alcun tipo di difetto, però per sicurezza, mi dice, facciamo lo stesso anche l’ecocardio.
Per sicurezza.
Di chi?
Emma sta bene.
Io sto bene.
Perchè nessuno può semplicemente dirmi questo?
Confermare quella sensazione che io ho dal 13 gennaio, giorno in cui il test è risultato positivo?
Stiamo bene.
Lasciateci godere questo miracolo.

Tu chiamalo se vuoi addio.

Non ho idea di che tipo di addio possa essere, non ancora.

Rabbia? Sì, tanta. Verso una moltitudine di cose e persone.

Tristezza? Sì, tanta. Per la casa, per il sogno, per un progetto di vita concluso.

Amore? Sì, troppo. Come in tutte le cose che faccio. E questo si ricollega alla rabbia.

Speranza? Sì, senza fine.

Mentre giro le spalle a quella che credevo potesse essere la mia vita lontana da un posto in cui non mi sentivo di appartenere, apro la porta alla moltitudine di possibilità che mi si parano davanti.

In tutto questo, tutto è andato storto e tutto è andato meravigliosamente.

La nostra nuova vita è già ricominciata, e anche piuttosto bene direi. Come al solito poi riusciamo a raggiungere più di quello che crediamo di perdere, o che qualcuno pensa di averci potuto togliere. Noi non lasciamo indietro niente più di quello che vogliamo lasciare indietro, tutto il resto viene con noi.

Avanti.

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Cara Emma Luna, preparati ad arrivare in una famiglia di pazzi sognatori. Di persone che non si arrendono mai, di persone inquiete, passionali, difficili. E per questo preparati a volare alto, perchè non è vero che chi si accontenta gode. Non per noi.

Stiamo vendendo casa

Non ci dormo la notte. Pensavo fosse la gravidanza, ma no, non è la gravidanza, è il mio corpo che si ribella. Forse è una delle rare volte in vita mia in cui ho desiderato essere ricca, per tenermi quella casa e contemporaneamente la possibilità di provare a costruire una vita altrove. Due piedi in una scarpa insomma. Per poter decidere con più calma, per crearmi un porto sicuro.
Non si tratta di vendere una casa in cui si è vissuto, si tratta di vendere un progetto di vita, di regalare a un’altra persona qualcosa di profondamente nostro, di fortemente desiderato, qualcosa che abbiamo sudato, per cui abbiamo lottato nonostante in certi momenti tutto ci remasse contro.
Sto vendendo una parte di me e il mio corpo si ribella come se stessi vendendo un rene: il corpo ci vive senza, ma insomma se ne abbiamo due un motivo ci sarà.
Noemi l’altro giorno ha voluto comprare un paio di sandali “per quando andiamo a Modica”. Non ha capito che torniamo per un breve soggiorno e che non staremo a casa nostra perchè il giorno dopo l’atterraggio sarà di qualcun altro. Non ha capito che non ci passeremo dei mesi come l’anno scorso, e soprattutto non sarà nemmeno estate.
Si ricorda tutto.
Io mi ricordo quando l’abbiamo portata per la prima volta al cantiere, e quando l’abbiamo riportata a qualche mese dal trasloco, quando le abbiamo mostrato la cameretta ancora vuota e piena di polvere. Ci ha corso dentro ridendo per tutto il tempo che siamo stati lì.
Anch’io mi ricordo tutto.
Ogni singolo giorno passato là è stato voluto, sudato, e per questo immensamente carico di emotività, fosse solo per gli attimi spesi a lavare i quattro piatti che non entravano in lavastoviglie, affacciandosi fuori e vedendo i bimbi chiacchierare con qualunque cosa si muovesse nella campagna intorno a loro.
Mi ricordo Noemi che cercava la mucca e la mucca che le ruminava un metro sopra la testa.
Mi ricordo i primi passi di Nicolas, incerto sulla veranda sotto gli sguardi incoraggianti di tutti, nonna e zia compresi.
Mi ricordo ogni singolo tramonto.
Il profumo del mare in lontananza.
Il vento forte.
Lyla che rientrava dai suoi segreti pellegrinaggi ogni volta che tornavamo a casa. Lyla che ci seguiva quando uscivamo a passeggiare a piedi, io e i bimbi.
Le more che la mucca ci rubava.
Il falco.
La poiana.
La volpe Gisella che ogni sera veniva a mangiare i croccantini dei gatti.
Il riccio che beveva la loro acqua.
Le mantidi religiose.
I cavalli nel campo accanto.
La civetta.
Chiudo gli occhi e sento tutti i rumori.
Il mio corpo si ribella a quella che razionalmente è la cosa giusta.
Quando si sceglie, non è mai facile. Necessariamente qualcosa rimane dietro di noi.
Mi sono anche sorpresa a pensare “e se?”, in particolare riferito a una singola situazione. All’inizio, o la fine, di tutto.
Se avessi lasciato perdere, se non avessi tentato di regalare a mio marito quella fuga di cui avevamo bisogno, quei giorni di spensierata vacanza. Se avessi fatto finta di niente, se avessi chiuso un occhio, o anche tutti e due.
Ebbene, se lo avessi fatto… non sarei io.
Non mi piace vivere dove sono adesso, eppure mi trovo bene, faccio molte cose, sto con tante persone e i bimbi sono sbocciati, sono allegri, spontanei, chiacchieroni e socievoli come mai lo sono stati a Modica, e non solo per un fattore di età. Non sono solo cresciuti, sbocciati, sono proprio sbocciati.
In un solo anno hanno avuto molte più opportunità di quanto non sarebbe successo rimanendo giù. Io stessa le ho avute.
E non importa se a tutti manca quella casa e a tutti manca il mare.
Non importa se non ci dormo la notte e il mio corpo si ribella alla vendita, siamo qui ora. Abbiamo deciso altro e sappiamo cosa ci ha spinti a tagliare così drasticamente questo cordone con la Sicilia.
Passeranno le notti in bianco, passerà la sensazione di aver venduto un rene, arriverà un nuovo progetto di vita e questa volta sapremo che se l’abbiamo fatto una volta, possiamo sicuramente rifarlo una seconda.
Dobbiamo solo aspettare e con calma cogliere al volo l’occasione giusta.
Dobbiamo continuare a sognare, a crederci. Dobbiamo tenere accesa la speranza che no, non riavremo la casa che abbiamo disegnato, progettato e costruito, ma c’è dell’altro. C’è molto altro davanti a noi.

(Forza Claudia, un bel respiro e un passo dopo l’altro, come hai sempre fatto.)

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Com’è strana questa gravidanza…

Non riesco a parlarne più di tanto, e ora che ha fatto caldo e che vuoi o non vuoi la pancia ha fatto capolino non mi piace nemmeno rispondere alla curiosità delle persone.

Con la morfologica il mese prossimo e la nostra storia alle spalle, non mi sento sicura ad annunciare l’arrivo di un terzo figlio. Ne sono ovviamente felice, cercato lui o lei come tutti gli altri, ma non mi va di esternare più di tanto la sua presenza. C’è, lo so io, lo sanno le persone a cui vogliamo bene, basta così. Ma certo, la pancia c’è e si nota. E in linea di massima chi sa che ho già due figli non sa nemmeno bene come commentare la cosa – non che mi interessi: io sono sicura di questa scelta e non ho paure di alcun genere. Insomma, per ora il mio atteggiamento è anche ambivalente, mettiamoci poi che sono in una cittadina nuova in cui nessuno sa che la mia prima morfologica è finita con un durissimo aborto terapeutico. Quando lascio trasparire la mia ansia (poca, ma c’è) la risposta automatica è “Ma a quanto sei? Quarto mese? Ma allora vai tranquilla, il peggio è passato”. E no, io so che il peggio potrebbe ancora venire, e non solo alla morfologica. Purtroppo il peggio l’hanno visto in tanti intorno a me, oltre a me.

Eppure questa gravidanza non è strana per la paura. Paura non ne ho troppa, è più legata al fatto che non mi va di aprirmi agli altri. La stranezza sta nel fatto che sono quasi alla fine del quarto mese e fatico a entrare in connessione con l’esserino che mi abita. Lo sento anche muoversi, per questo. Noemi impazzisce per lui (lei è convinta che sia maschio, io ho più sensazioni sulla femmina), a volte si appoggia sulla pancia con l’0recchio per sentirlo, mi accarezza, mi studia con entusiasmo. Vuole altri due fratelli, non uno. E’ contenta, contenta davvero. Nicolas capisce che c’è un bimbo nella mia pancia ma per lui è tutto nuovo, e forse sarà più difficile, essendo abituato ad essere il piccolino.

Non riesco a sentirmi davvero incinta. E lo sono, il corp0 me lo ricorda in ogni suo sintomo.

Non riesco perchè abbiamo troppe cose in ballo, perchè io stessa ho troppe cose in ballo, perchè sono piena di pensieri, piena di cose da fare, piena della necessità di progettare ancora un futuro e di farlo nel più breve tempo possibile, perchè in fondo il tutto o niente mi appartiene e il niente mi terrorizza.

Fatico a vivere nel qui e ora, stiamo cercando casa nei dintorni (ma anche un po’ più in là) ma mi ancoro forte all’idea che fra qualche anno torneremo a vivere in campagna, non troppo lontani dal mare che ci manca tanto. E manca anche ai bambini, non solo a noi. Fatico a crearmi un progetto concreto, a capire io Claudia cosa voglio oltre ai figli. Perchè è vero, sono mamma e lo sono a tempo pieno e per ora è questo che voglio, ma inizio lentamente a sentire l’esigenza di riemergere e di crearmi un mio piccolo mondo, non necessariamente un lavoro, ma un qualcosa che appartenga a me e solo me.

Mi hanno detto, in uno scoppio di risa, che sono una vagabonda e sì, lo sono.

Anche nei pensieri.

(Ma io ti voglio, tu che stai laggiù e cresci dentro me, io ti voglio come ti ho voluto quando ancora non c’eri, e sono sicura che quando arriverai ti amerò immensamente come immensamente amo i miei altri bimbi.)

Quando il terrore ti entra dentro

Scrivo per esorcizzare la paura, nella speranza che battere i tasti al cellulare focalizzi la mia attenzione altrove, permettendomi di ritrovare il sonno.
Ascolto i telegiornali solo di sfuggita, non voglio lasciarmi influenzare – ma come succede a tutti le notizie degli ultimi tempi mi costringono a pensare. A chiedermi, e se?
Non passo le mie giornate a rimuginarci ma soprattutto in vista dell’Expo mi sono spesso chiesta se siamo davvero al sicuro come fingiamo di essere.
Mi sono appena svegliata da un sogno in cui un uomo nero vestito di bianco con un fucile mi separava dai miei figli. O meglio, sapevo che stava per farlo e in un primo momento ho lasciato la mano di Nicolas, come per volermi proteggere, ma poi l’ho ripresa tenendola forte, che sono loro a dover essere protetti.
Mi sono svegliata e non é successo niente ma mi é rimasta dentro un’inquietudine profonda. Continuo a vedere immagini di noi sorpresi dai terroristi. Come potrei nasconderli?
Vedo Nicolas col suo faccino ingenuo ridere e venire scoperto e mi salgono le lacrime agli occhi.
La verità è che mi sento impotente e… terrorizzata all’idea che possa succederci.
Non saprei proteggerli.
Li sento piangere, vedo la paura e l’incomprensione nei loro visi – nel buio della notte mi sembra tutto così tangibile.
Eppure sono qui accanto a me e respirano beati. Ignari ancora della cattiveria del mondo.
Come sarà il futuro?
Ne sto per mettere al mondo un terzo, voglio che sia questo ciò che conosceranno?
Non ho ragione ora. Per un attimo, nel buio, lascio che sia il terrore a comandarmi.
E domani sarà tutto finito, sarà di nuovo una remota possibilità.
Per ora é qui. Dentro. E pulsa al ritmo dei miei battiti accelerati e delle lacrime calde che scendono fuori controllo.
I bambini no.
I miei bambini no.

Ci sono due manine e due piedini

E tante domande di Noemi, che questo bimbo nella pancia lo adora già, lo sente, vuole sapere tutto. Ero abbastanza sicura che ne sarebbe stata contenta ma mai mi sarei aspettata la sua reazione quando le ho raccontato il mio segreto.

Ha sgranato gli occhi in un sorriso incredulo e, come una donna matura, mi ha abbracciata forte.

Da allora si cura di come sto: durante le nausee é venuta spesso a farmi le coccole – la mattina si svegliava e mi chiedeva come stavo oggi, se avevo ancora il vomito. Ora mi viene vicina, mi sorride e mi chiede se mi sono accorta che mi é cresciuta la pancia.

Avevo paura a dirglielo così presto, poteva finire, poteva non esserci battito. Ma non riuscivo a mentirle, mi sentivo che la stavo privando di qualcosa che invece era in grado di capire. Le ho anche accennato al fatto che non tutti i bimbi riescono a rimanere nella pancia della mamma e lei semplicemente mi aveva risposto, sì lo so.

Mi é spiaciuto non portarla con me all’ecografia.

Ci sono andata sola e ormai sapevo che c’era e che viveva. L’ho sentito. Quei movimenti leggeri che alla quarta gravidanza riconosci.

Ho visto le sue manine e i suoi piedini e si muoveva tanto. Ma a chi mi ha fatto l’ecografia interessavano solo le misure, non mi ha mostrato niente, non ha nemmeno sorriso di fronte al battito. Ho visto tutto da sola.

Esiste, ho detto a mezza voce.

Esiste, ha ripetuto distrattamente.

É una vita che nasce per la miseria! Non ci stupiamo nemmeno più di fronte a questo?

La cosa che più mi urta

Ho aspettato un’ora. Entro nello studio e una faccia poco accogliente storta il naso alla vista dei miei figli. Non è tanto il principio, la regola, o qualsivoglia motivo ci sia alla base: è la faccia storta alla vista dei bambini. E’ l’arroganza della risposta alla mia domanda.

Io non li impongo mai. Evito di portarli dove non dovrebbero andare, non guardo telegiornali in loro presenza, cerco nel mio piccolo di salvaguardare la loro innocenza ma mai, mai e poi mai, nascondo loro gli aspetti negativi della vita. La vita è meravigliosa, ma la vita a volte è dura e non è sempre gentile come nelle fiabe.

I miei figli (specialmente Noemi) sanno di Nicole e sono venuti con me al cimitero in più occasioni. Non vado al cimitero tutti i giorni, non ci andavo prima e non ci vado ora che sono lontana. Ma Nicole è mia figlia e, anche se non è mai stata, è la loro sorella. Non deve pesare sulle loro spalle ma voglio che la conoscano, voglio che sappiano quello che due bambini così piccini possono capire: che hanno avuto una sorellina che non stava bene e che non è riuscita a stare nella pancia della mamma. Una sorellina che forse è in cielo, forse è in terra, che probabilmente sicuramente non conosceranno mai. Non credo alla vita dopo la morte per cui non ho cercato di indorare la pillola, cerco di assecondare quello che loro mi lasciano intendere di poter capire. Nicole è volata via. Dove, la mamma di preciso non lo sa.

L’ultima volta, quando l’abbiamo salutata a ottobre, i bimbi le hanno lasciato due piccoli giochi nella sua tomba. L’hanno fatto loro, non gliel’ho chiesto io.

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L’anno scorso ho provato a parlare un po’ di più con Noemi e ho scoperto in lei una sensibilità che mi ha sconvolta. Noemi ha un animo profondo, dolce, gentile. Noemi chiede e si affida a quello che le diciamo. E io non me la sento di mentirle.

Mamma perchè Piero è morto? mi ha chiesto un mese dopo che è successo. Gli s’è fermato il cuore, gioia, le ho risposto con un nodo in gola. E allora lei ogni tanto mi chiede di lui e mi dice che si ricorda dei piccoli episodi che non pensavo avesse nemmeno interiorizzato. Quando siamo tornati in un parco giochi qui vicino dov’eravamo stati con lui mi ha detto che era il parco giochi dove lei e Piero erano stati sull’altalena.

Ha chiamato una bambolina con le ali Nicole.

Ma non per questo soffre.

Ma non per questo le sto togliendo la sua infanzia felice.

E certamente non per questo posso essere giudicata.

Nemmeno da te, caro medico dei miei stivali, che mi dici che trovi ingiusto che io parli di questa mia figlia ai miei bambini, che mi guardi con lo sguardo duro e mi consigli, dall’alto della tua esperienza di bimba traumatizzata, di non portarli al cimitero.

Io non piango Nicole ogni momento, io non vado al cimitero tutti i giorni e non vivo nel suo ricordo costante e triste.

Ma Nicole è mia figlia. Nicole è la loro sorellina. E non ne hanno vissuto il dramma, per loro è un po’ come un angelo in cielo, una presenza leggera, che io racconto con parole dolci, non con il peso che ho nel cuore.

E allora ho aspettato un’ora e doveva essere un giorno felice, e tu che sei una donna come me mi hai fatto rinunciare. Mi hai portato a galla un dolore, mi hai giudicata come madre.

Mi faccio riconsegnare la ricetta, dico che non ho la minima intenzione di farmi visitare da lei – che non ho più la serenità per godermi questo momento.

Chiudo la porta con il cuore gonfio di rabbia e a mai più rivederci.

Ricomincio da quattro

Ci sono attimi nella notte in cui chiudo gli occhi e mi arrivano come un pugno in faccia le immagini di casa mia, del mio mare, della mia campagna, di tutto quello che – poco o tanto – ho costruito in otto anni di vita modicana.

E’ una mancanza forte, soffocante, a tratti persino viscida. Per scacciarla devo impegnarmi, devo sognare più forte ancora, devo pensare alle parole di Noemi che mi grida forte in faccia, ridendo, che questa è casa sua adesso, che Palazzolo è casa sua e nessuno può comprarla. Ed è difficile spiegarle che non è proprio casa nostra, ci viviamo e probabilmente nel giro di un anno ci sposteremo ancora, per cui non ci provo nemmeno. Le sorrido e le dico solo che è casa della nonna e che un giorno o l’altro si dovrà anche vendere. Non voglio scombussolarle la vita, non voglio anticiparle un qualcosa di cui nemmeno io sono certa.

L’unica certezza per ora è che siamo qui, tutti insieme, e che Salvo martedì inizia a lavorare nel posto che avevamo desiderato – non tanto per il ruolo ma per la sicurezza economica che ci dà e per la possibilità di trasferimento in mezza Italia che eventualmente potremmo discutere. Una grande catena di supermercati, la più grande, almeno qui in Lombardia. Non mi sembra ancora vero. Quel curriculum mandato così, per provare, l’ultimo giorno di lavoro, la telefonata il lunedì successivo, il colloquio nel mezzo del trasloco, il secondo colloquio, la visita medica e la telefonata la vigilia per comunicare la firma del contratto e la sede di lavoro: a due chilometri da casa. Il tutto in meno di due mesi dalle sue dimissioni. Alla faccia di chi credeva che non fosse possibile. Alla faccia di chi pensava di averci offerto la terra promessa.

Noi non ci sentiamo arrivati comunque. Questo è solo l’inizio. La strada è ancora lunga, le decisioni da prendere molteplici, le insicurezze, i desideri, gli ostacoli… infiniti. Tante discussioni, tante paure, il nostro rapporto per l’ennesima volta messo alla prova. La necessità di credere, e di crederci forte, che la famiglia in fondo sia l’inizio di tutto.

La volontà di non sedersi, l’incessante ricerca della felicità.

Della nostra felicità.

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Questo treno in corsa che non si ferma mai

Sono (siamo) qui da tre settimane e mi sembra passato un anno. Ho la testa confusa per la velocità in cui succedono le cose, a tratti mi sento in una centrifuga, senza la forza di resistere. Giro, il vortice mi trascina, perdo il senso del qui e ora.

Ci siamo trasferiti, in qualche modo ci siamo riadattati a vivere con due bimbi e due gatti in un bilocale di meno di cinquanta metri quadri e non ci pestiamo i piedi come credevamo (a patto che in cucina si entri uno alla volta). I bimbi sono tranquilli, hanno superato la prima influenza e si avviano verso il prossimo raffreddore, ma dopo la gastroenterite soffiare loro il naso non mi sembra così terribile. I gatti iniziano a entrare in casa e non stanno più rintanati tutto il tempo nella loro cuccia. Gli amichetti di Noemi iniziano a venire a casa nostra e si sta stretti ma loro non sembrano farci caso. Io ho una nuova amica che sento molto vicina e ho ritrovato le mie vecchie amicizie (tranne una). Ho di nuovo una famiglia e per la prima volta da quando ho dei figli riesco a ricavarmi qualche piccolo spazio per me. Niente di che, sono ancora nella fase in cui non riesco a stare lontana da loro per troppo tempo, perchè è inutile, pur facendo mille progetti, pur sognando di un futuro più rivolto alla mia persona, io per ora vivo di loro e mi sta bene così. Qualcuno insiste nel chiedermi se non mi manca la realizzazione personale ma per me fare la mamma è la più grande realizzazione che finora io abbia provato (e ho la vaga sensazione che rimarrà comunque la più grande).

Non riusciamo ad allargare la famiglia e nonostante la delusione per ora non me ne faccio un cruccio. Anche se l’ho dimenticato, rimosso o accantonato per via di una perdita ben più grossa, ad agosto ho avuto un aborto ed evidentemente io l’ho superato ma il mio fisico no.

Salvo ha quasi un lavoro e per ora stiamo correndo dietro ai suoi colloqui, le sue visite, i suoi certificati e i nostri (inteso come italiani) incompetenti.

Non mi sono ancora fermata un attimo e temo di non riuscirci per un po’. E se non mi fermo io, figurarsi i miei pensieri.

Siamo stati in fiera dell’Artigianato, finalmente dopo otto anni sono riuscita a portarci anche mio marito, uno dei rari (forse l’unico) eventi che mi mancava seriamente. Ho comprato poco e niente ma abbiamo mangiato come dei maiali.

L’anno scorso ci ero andata con il mio amico Piero.

Piero non c’è più e ora inizio a sentirlo veramente. Devo ripetermelo più e più volte, farlo rimbombare nella mia testa fino a farmi male. Piero è morto, Claudia. Piero è morto e non tornerà più. E inizia a mancarmi. Ma non permetto al dolore di salire in superficie perchè non mi servirebbe a niente. Due volte mi è apparso in sogno, aspetto che si affacci ogni tanto, ma non credo nell’aldilà – è una mera illusione che mi fa svegliare malinconica.

La gente viene a vedere casa a Modica ma ancora nessuna offerta. L’ultima coppia s’è spaventata per aver visto la piastrella di Nicole che abbiamo dimenticato fuori (come abbiamo fatto? Non lo so, è rimasta lì, sarà che pochi giorni dopo io me la sono tatuata addosso). Pensavano fosse morta lì e non ne hanno voluto sapere di comprare casa. A niente è servito che gli spiegassero che la bimba se n’è andata ancora prima che noi comprassimo il terreno. Cosa volete che vi dica? A questo punto sono io che non voglio venderla a loro. Non mi piacciono queste superstizioni, tanto più se sono su mia figlia che per me è una stella che protegge silenziosamente Noemi, che qualcuno che ha vissuto una storia simile alla mia ha definito bimba arcobaleno.

La Sicilia sembra così lontana.

Ma non mi sento arrivata. Io so di essere ancora in transizione, so di avere ancora molte scelte da fare. So di avere ancora molto futuro da costruire.

Per ora, nonostante la velocità, mi godo il treno che corre.

Novembre di traversate, ricordi e ricoveri

Novembre non ha fatto in tempo ad iniziare che è già finito, non riesco a fissare nella mia mente tutto quello che vorrei: il tempo corre, mi sfugge, si succedono grandi cambiamenti e piccoli impedimenti, si cerca di incastrare tutto e in qualche modo ce la si fa. Ma che stanchezza nel mezzo!

Due settimane fa è arrivato Salvo, in furgoncino con il nostro amico muratore che ci ha aiutato con il trasloco (una manna dal cielo, un viaggio indimenticabile) e due giorni dopo, giusto il tempo di un colloquio in un’importante azienda (speriamo speriamo speriamo), siamo ritornati giù, a recuperare gatti e macchina e a chiudere casa, ancora invenduta.

Una settimana soli io e lui, evento che non si verificava dal giorno in cui è nata Noemi. Avrei voluto passare gli ultimi giorni al mare, in solitudine io e lui, ma parte del mio cuore è legato alle persone che negli ultimi anni sono entrate nella nostra vita come una seconda famiglia, che alcune di loro definirle amiche non rende proprio. Non è vero che me ne vado arrabbiata, la rabbia c’è stata ma io adesso ho il cuore gonfio di bei ricordi.

Abbiamo raccolto conchiglie sugli scogli e abbiamo portato il mare da Nicole, che non l’ha mai visto e mai lo vedrà.

Abbiamo riso e scherzato e ci siamo sentiti carichi e pronti a partire, tranne poi addormentarci come due bimbi sul furgoncino che per fortuna non guidavamo noi.

Ci siamo autoinvitati a ogni pranzo e ogni cena ma entrando in casa sapevamo di essere attesi.

Abbiamo salutato Lyla che adesso ha dei nuovi meravigliosi “genitori”.

Ho mangiato la mia ultima crepe a Modica bassa.

Ho aperto il cuore e risposto a domande sul mio passato alle uniche persone che in otto anni hanno avuto la curiosità di chiedere. E l’ho fatto volentieri, senza imbarazzo.

Al mio compleanno mi è stato regalato un mortaio fatto a mano, non me l’aspettavo e non mi aspettavo nemmeno di commuovermi una volta che i saluti sono finiti e la porta s’è chiusa alle nostre spalle.

Abbiamo attraversato l’Italia per l’ennesima volta, carichi di bagagli ma soprattutto di affetto.

Salvo ha fatto il secondo colloquio nell’azienda che nemmeno nei progetti migliori. Stiamo ancora aspettando una risposta (entro fine anno, hanno detto) ma osiamo sognare e in fondo non smetteremo nemmeno se dovesse andar male.

Noemi è stata ricoverata due giorni e non abbiamo capito la causa, se un virus o un’indigestione o una botta in testa che ha preso. Però s’è divertita e dice che ci vuole tornare. Viaggiava nel corridoio con la sua flebo e sembrava una piccola donna, non più una bambina. Niente le procurava disagio, tutto la incuriosiva.

Abbiamo ancora decine di scatoloni chiusi e probabilmente rimarranno chiusi per un po’. Abbiamo un nuovo letto a castello in camera e sempre meno spazio dove muoverci. Ma abbiamo una casa e non importa quanto sia piccola e quanto ci pesteremo i piedi.

Ora siamo davvero pronti a ricominciare.

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