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Un inizio e… una fine.

Ho (ri)cominciato a scrivere questo blog nel lontano 2008, mi ero trasferita in Sicilia da un paio di anni e avevo perso il lavoro in concomitanza col matrimonio (strano). Mi sentivo sola. Scrivere mi faceva bene: era uno sfogo, era una riflessione, era un modo di comunicare con amici e parenti lontani. In effetti quando rileggo le prime pagine di questo blog rivedo tutta la confusione dei miei venticinque anni, il tumulto che avevo in testa. Persino la gravidanza di Nicole, quel poco che è durata, è raccontata con superficialità e quasi fastidio (con lei le nausee sono state tremende, ma l’amavo e l’avevo desiderata da quando avevo poco più di vent’anni).

Poi l’ho persa e, volente o nolente, sono dovuta passare attraverso l’incubo dell’aborto terapeutico.

Sono cresciuta. Da allora, dal momento in cui tutto girava intorno a me, la vita ha preso una piega diametralmente opposta: tutto gira intorno all’essere mamma e quindi ai figli. All’epoca era lei, che non c’era più, e adesso sono Noemi, Nicolas e Emmaluna.

Io ci sono ma solo in parte. Non mi sento annullata, anzi. Mi sento viva.

Molte cose sono cambiate: la città, il lavoro di Salvo, le distanze, i sogni, gli impegni. La mia mente è cambiata. Sono una donna ora. 

Non è il tempo che mi manca per scrivere, è l’esigenza. Non ho più bisogno di raccontarmi per stare bene o per cercare conforto. Quelle cose ormai le trovo in me, o nei miei figli, nella vita piena di sorrisi che mi regalano.

Questo spazio rimarrà comunque aperto perchè molte donne e madri mi cercano per il loro conforto, per condividere con me l’esperienza dell’aborto terapeutico e ricevere in cambio qualche parola, che forse non fa la differenza ma penso possa scaldare il cuore e aiutare a sentirsi meno sole.

Per questo io ora passo e chiudo.

Grazie a tutti voi che siete passati, che avete condiviso con me, che mi avete abbracciata anche solo virtualmente. 

Un abbraccio a tutti voi,

Claudia

Caro Amico ti scrivo…

Com’è stato questo primo anno senza di te?

Non lo so, Piero. Ho spesso dovuto sopprimere l’istinto di scriverti su whatsapp, incapace di accettare la tua morte. Ora da qualche settimana, il tuo contatto whatsapp è sparito, sparito come sei sparito tu. 

L’anno scorso, esattamente in questi giorni, stavo completando l’aborto che mi aveva risucchiato gran parte delle energie di un agosto pieno di aspettative, ansie, gioie e paure. 

La sera in cui pare tu sia morto avevo appena pubblicato un articolo qui sopra e tu avevi postato le foto del tuo gatto con le orecchie stropicciate (tanto tipico tuo, ridere di queste cose) su facebook. Avevo sperato che mi chiamassi o che mi scrivessi per chiedermi come stavo. Non sapevo che appena riagganciato il telefono con la tua ragazza ti avrebbe colto un infarto.

Non lo sapevo, non era nemmeno il mio più remoto pensiero, quello di perderti.

Ci eravamo sentiti a fine luglio, eri arrabbiato, volevi cambiare la tua vita. 

Pensavo che ci saremmo rivisti a ottobre, quando anche Salvo sarebbe salito con me. 

Sapevi che desideravo un altro figlio e avevamo scherzato sul farlo contemporaneamente, ora che almeno alcune cose della tua vita si erano concluse.

Invece sono dovuta venire al tuo funerale.

Com’è stato quest’anno senza di te?

Non lo so, Piero. Non lo so perchè ancora fatico a credere che sia vero. 

Qualche volta ti ho sognato, una di queste volte ci parlavamo e ci salutavamo perchè sapevi che stavi morendo. L’ultima volta eri ubriaco fradicio e io ti aiutavo a nasconderti. 

Ho perso un amico. 

Non ho idea di quante persone capiscano il lutto che mi porto dentro, quel dolore sordo che tento di soffocare ma che mi rendo conto essere ancora fresco. 

Era tanto che non eravamo più l’uno nel quotidiano dell’altra ma eri quella persona su cui sapevo di poter sempre contare, quella persona in grado di dirmi apertamente (ma con un sorriso e un abbraccio) che stavo dicendo una marea di cazzate. Eri quella persona che sapeva contenermi e ridimensionare le mie ansie o le mie rabbie. Eri quella persona che sapeva volermi bene incondizionatamente, anche se dicono che non esista l’amicizia incondizionata.

Io ce l’avevo.

E non ce l’ho più.

Il tuo cuore grande è scoppiato.

Nessuno sa perchè.

O di cosa.

Io so solo che ti ho perso e mi manchi come solo un amico vero può fare.

La fatica di lasciar andare

Credo sia a causa della fretta, o del poco tempo che ci separa dalla nascita di Emma Luna.

O forse è il desiderio di (ri)avere una casa nostra.

O forse sono i dubbi che ci assalgono ogni volta che vediamo una casa e che vorremmo comprarla.

Comunque, di fatto, l’anno prossimo rimarremo qui, per dare la possibilità a Noemi di finire l’asilo con i suoi amici e per inserire Nicolas, così abituato a stare solo con me e poche altre persone, in un ambiente che conosce, un ambiente rassicurante dopo tutto questo girovagare che c’è stato da quando è nato.

Dobbiamo comprare casa entro maggio, per non dover restituire la differenza dell’IVA al 4%, e vorremmo cambiare residenza entro novanta giorni dalla nascita della bimba, per poterci togliere dallo stato di famiglia di mia nonna e usufruire di quello che lo Stato offre per le famiglie a basso reddito. Niente giri strani, vorremmo semplicemente che le tasse che noi abbiamo sempre pagato regolarmente ci possano in qualche modo tornare indietro. 

Ci manca il tempo.

Ci manca la sicurezza di quello che vogliamo per i prossimi cinque anni. 

Forse ci manca anche un po’ di coraggio, di lanciarci e semplicemente abbandonare questa regione che amiamo così poco. Ma come si fa, quando tuo marito ha ottenuto quel posto di lavoro sicuro e tu aspetti la terza figlia? 

In fondo non possiamo nemmeno dire di trovarci male qui. È che non è la nostra vita.

E poi, non so, io in questi giorni ho quest’immagine in testa, e il rammarico che al posto mio ci siano altri a goderne.

  
Per cui mi sono fissata sull’unica casa che abbiamo visto che ha un panorama simile fuori dalla finestra (escludendo il mare). Mi sono fissata sull’unica casa che abbiamo visto che rendeva l’idea di quello che vorremmo: una casa di campagna in città – se così si può chiamare un paese di nemmeno cinquemila abitanti nell’alta Brianza che confina con la provincia di Lecco.

Una casa non male, non perfetta, ma non male, secondo i miei canoni estetici e quel poco che ne capisco del resto. Ma Salvo arredava case di professione e vede difetti ovunque, perchè è vero, costruttori e negozianti spesso si approfittano di chi non è del mestiere. Difetti che sono disposta a mettere di lato, pur di poter dare ai miei figli una camera grande e una vita dove l’aria è un poco più pulita, intanto che mio marito lavora in quel posto sicuro e vogliamo riservarci la possibilità di un trasferimento per il futuro, quando saremo più certi di quello che vogliamo.

Noemi mi chiede insistentemente la casa al mare, assecondando la mia idea che alla fin fine, se la famiglia è felice, ci si può spostare senza creare traumi. 

Ed ecco, non è che non siamo felici, è che ci manca qualcosa. Qualcosa che faceva parte di noi e che fatichiamo a lasciar andare.

E che inseguiremo, va da sè.

Ma per ora abbiamo fretta, perchè Emma sta arrivando e viviamo in una casa buia e minuscola, senza cameretta e con il comò ai piedi del letto, perchè dove era prima abbiamo dovuto incastrare il letto a castello dei bimbi. E se la piccola non vorrà stare nella carrozzina ci ritroveremo prigionieri di un co-sleeping forzato. E a noi le forzature non piacciono.

E abbiamo fretta perchè lo Stato italiano è una gigantesca macchina lenta e ingrippata, ma quando si tratta di ricevere pretende tutto e subito, ed entro dicembre non lo so, ma la vedo dura riuscire a fare tutto.

Per una maniacale del controllo come me, questa situazione è dura, è stressante. Per certi versi, estenuante.

Per cui mi sveglio la notte e inizio a calcolare i metri quadrati della piccola camera matrimoniale che ci rimarrebbe, lasciando la camera grande ai (tre) bimbi, e arredandola mentalmente perdendo preziose ore di sonno e pensando che noi, in fondo, una casa ce l’avevamo. Ed era bella, e non era grande ma era perfetta.

E sì, in questo mi sento derubata. 

Derubata da chi avrebbe dovuto dare e invece ha costantemente, lentamente e inesorabilmente, tolto.

Il mare che non ho

Sapevo che mi sarebbe mancato, sapevo. Mi mancava in inverno, figuriamoci con trenta gradi la panza del settimo mese e le zanzare tigre.

L’asilo è finito soltanto ieri e già mi sento persa. Siamo qui, io la panza e i bimbi in un minuscolo appartamento con un balconcino che alla fine è più dei gatti che nostro. Qui, a sudare di un caldo che io non ricordavo e loro non conoscevano proprio. A pensare alla casa che abbiamo venduto e che non è più nostra, a chiederci, anzi a chiedermi, come passeremo i prossimi due mesi. 

In realtà dopodomani partiamo per una settimana di mare, anche se (perdonatemi Lignanesi) fatico un po’ a farmi piacere l’idea del mare di Lignano quando io avevo questo:

 
E vabbè. La vita è fatta di scelte, di rinunce e sacrifici che portano avanti. 

Mio marito non ha nemmeno per la testa di tornare in Sicilia, io in effetti ci sto pensando tanto ora che è arrivato il caldo ma poi so che se tornassi là sarei nervosa e stressata come lo sono stata tutta l’estate scorsa – anche se io adesso seleziono i ricordi ed ecco è il mare. Per ora è il mare.

Stiamo cercando casa e abbiamo trovato una zona verde e collinare che ci garba molto. Domani andiamo a vedere due villette a schiera e fino a settembre vorrei poter vedere più case possibile. A settembre arriva Emma Luna e quindi quanto meno mi piacerebbe avere in mano il compromesso.

Non stiamo ancora sognando in grande.

Un passo alla volta e ci arriviamo.

E ci torniamo, mare. 

Ci torniamo, vedrai.

Tu chiamalo se vuoi addio.

Non ho idea di che tipo di addio possa essere, non ancora.

Rabbia? Sì, tanta. Verso una moltitudine di cose e persone.

Tristezza? Sì, tanta. Per la casa, per il sogno, per un progetto di vita concluso.

Amore? Sì, troppo. Come in tutte le cose che faccio. E questo si ricollega alla rabbia.

Speranza? Sì, senza fine.

Mentre giro le spalle a quella che credevo potesse essere la mia vita lontana da un posto in cui non mi sentivo di appartenere, apro la porta alla moltitudine di possibilità che mi si parano davanti.

In tutto questo, tutto è andato storto e tutto è andato meravigliosamente.

La nostra nuova vita è già ricominciata, e anche piuttosto bene direi. Come al solito poi riusciamo a raggiungere più di quello che crediamo di perdere, o che qualcuno pensa di averci potuto togliere. Noi non lasciamo indietro niente più di quello che vogliamo lasciare indietro, tutto il resto viene con noi.

Avanti.

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Cara Emma Luna, preparati ad arrivare in una famiglia di pazzi sognatori. Di persone che non si arrendono mai, di persone inquiete, passionali, difficili. E per questo preparati a volare alto, perchè non è vero che chi si accontenta gode. Non per noi.

Stiamo vendendo casa

Non ci dormo la notte. Pensavo fosse la gravidanza, ma no, non è la gravidanza, è il mio corpo che si ribella. Forse è una delle rare volte in vita mia in cui ho desiderato essere ricca, per tenermi quella casa e contemporaneamente la possibilità di provare a costruire una vita altrove. Due piedi in una scarpa insomma. Per poter decidere con più calma, per crearmi un porto sicuro.
Non si tratta di vendere una casa in cui si è vissuto, si tratta di vendere un progetto di vita, di regalare a un’altra persona qualcosa di profondamente nostro, di fortemente desiderato, qualcosa che abbiamo sudato, per cui abbiamo lottato nonostante in certi momenti tutto ci remasse contro.
Sto vendendo una parte di me e il mio corpo si ribella come se stessi vendendo un rene: il corpo ci vive senza, ma insomma se ne abbiamo due un motivo ci sarà.
Noemi l’altro giorno ha voluto comprare un paio di sandali “per quando andiamo a Modica”. Non ha capito che torniamo per un breve soggiorno e che non staremo a casa nostra perchè il giorno dopo l’atterraggio sarà di qualcun altro. Non ha capito che non ci passeremo dei mesi come l’anno scorso, e soprattutto non sarà nemmeno estate.
Si ricorda tutto.
Io mi ricordo quando l’abbiamo portata per la prima volta al cantiere, e quando l’abbiamo riportata a qualche mese dal trasloco, quando le abbiamo mostrato la cameretta ancora vuota e piena di polvere. Ci ha corso dentro ridendo per tutto il tempo che siamo stati lì.
Anch’io mi ricordo tutto.
Ogni singolo giorno passato là è stato voluto, sudato, e per questo immensamente carico di emotività, fosse solo per gli attimi spesi a lavare i quattro piatti che non entravano in lavastoviglie, affacciandosi fuori e vedendo i bimbi chiacchierare con qualunque cosa si muovesse nella campagna intorno a loro.
Mi ricordo Noemi che cercava la mucca e la mucca che le ruminava un metro sopra la testa.
Mi ricordo i primi passi di Nicolas, incerto sulla veranda sotto gli sguardi incoraggianti di tutti, nonna e zia compresi.
Mi ricordo ogni singolo tramonto.
Il profumo del mare in lontananza.
Il vento forte.
Lyla che rientrava dai suoi segreti pellegrinaggi ogni volta che tornavamo a casa. Lyla che ci seguiva quando uscivamo a passeggiare a piedi, io e i bimbi.
Le more che la mucca ci rubava.
Il falco.
La poiana.
La volpe Gisella che ogni sera veniva a mangiare i croccantini dei gatti.
Il riccio che beveva la loro acqua.
Le mantidi religiose.
I cavalli nel campo accanto.
La civetta.
Chiudo gli occhi e sento tutti i rumori.
Il mio corpo si ribella a quella che razionalmente è la cosa giusta.
Quando si sceglie, non è mai facile. Necessariamente qualcosa rimane dietro di noi.
Mi sono anche sorpresa a pensare “e se?”, in particolare riferito a una singola situazione. All’inizio, o la fine, di tutto.
Se avessi lasciato perdere, se non avessi tentato di regalare a mio marito quella fuga di cui avevamo bisogno, quei giorni di spensierata vacanza. Se avessi fatto finta di niente, se avessi chiuso un occhio, o anche tutti e due.
Ebbene, se lo avessi fatto… non sarei io.
Non mi piace vivere dove sono adesso, eppure mi trovo bene, faccio molte cose, sto con tante persone e i bimbi sono sbocciati, sono allegri, spontanei, chiacchieroni e socievoli come mai lo sono stati a Modica, e non solo per un fattore di età. Non sono solo cresciuti, sbocciati, sono proprio sbocciati.
In un solo anno hanno avuto molte più opportunità di quanto non sarebbe successo rimanendo giù. Io stessa le ho avute.
E non importa se a tutti manca quella casa e a tutti manca il mare.
Non importa se non ci dormo la notte e il mio corpo si ribella alla vendita, siamo qui ora. Abbiamo deciso altro e sappiamo cosa ci ha spinti a tagliare così drasticamente questo cordone con la Sicilia.
Passeranno le notti in bianco, passerà la sensazione di aver venduto un rene, arriverà un nuovo progetto di vita e questa volta sapremo che se l’abbiamo fatto una volta, possiamo sicuramente rifarlo una seconda.
Dobbiamo solo aspettare e con calma cogliere al volo l’occasione giusta.
Dobbiamo continuare a sognare, a crederci. Dobbiamo tenere accesa la speranza che no, non riavremo la casa che abbiamo disegnato, progettato e costruito, ma c’è dell’altro. C’è molto altro davanti a noi.

(Forza Claudia, un bel respiro e un passo dopo l’altro, come hai sempre fatto.)

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Ricomincio da quattro

Ci sono attimi nella notte in cui chiudo gli occhi e mi arrivano come un pugno in faccia le immagini di casa mia, del mio mare, della mia campagna, di tutto quello che – poco o tanto – ho costruito in otto anni di vita modicana.

E’ una mancanza forte, soffocante, a tratti persino viscida. Per scacciarla devo impegnarmi, devo sognare più forte ancora, devo pensare alle parole di Noemi che mi grida forte in faccia, ridendo, che questa è casa sua adesso, che Palazzolo è casa sua e nessuno può comprarla. Ed è difficile spiegarle che non è proprio casa nostra, ci viviamo e probabilmente nel giro di un anno ci sposteremo ancora, per cui non ci provo nemmeno. Le sorrido e le dico solo che è casa della nonna e che un giorno o l’altro si dovrà anche vendere. Non voglio scombussolarle la vita, non voglio anticiparle un qualcosa di cui nemmeno io sono certa.

L’unica certezza per ora è che siamo qui, tutti insieme, e che Salvo martedì inizia a lavorare nel posto che avevamo desiderato – non tanto per il ruolo ma per la sicurezza economica che ci dà e per la possibilità di trasferimento in mezza Italia che eventualmente potremmo discutere. Una grande catena di supermercati, la più grande, almeno qui in Lombardia. Non mi sembra ancora vero. Quel curriculum mandato così, per provare, l’ultimo giorno di lavoro, la telefonata il lunedì successivo, il colloquio nel mezzo del trasloco, il secondo colloquio, la visita medica e la telefonata la vigilia per comunicare la firma del contratto e la sede di lavoro: a due chilometri da casa. Il tutto in meno di due mesi dalle sue dimissioni. Alla faccia di chi credeva che non fosse possibile. Alla faccia di chi pensava di averci offerto la terra promessa.

Noi non ci sentiamo arrivati comunque. Questo è solo l’inizio. La strada è ancora lunga, le decisioni da prendere molteplici, le insicurezze, i desideri, gli ostacoli… infiniti. Tante discussioni, tante paure, il nostro rapporto per l’ennesima volta messo alla prova. La necessità di credere, e di crederci forte, che la famiglia in fondo sia l’inizio di tutto.

La volontà di non sedersi, l’incessante ricerca della felicità.

Della nostra felicità.

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Questo treno in corsa che non si ferma mai

Sono (siamo) qui da tre settimane e mi sembra passato un anno. Ho la testa confusa per la velocità in cui succedono le cose, a tratti mi sento in una centrifuga, senza la forza di resistere. Giro, il vortice mi trascina, perdo il senso del qui e ora.

Ci siamo trasferiti, in qualche modo ci siamo riadattati a vivere con due bimbi e due gatti in un bilocale di meno di cinquanta metri quadri e non ci pestiamo i piedi come credevamo (a patto che in cucina si entri uno alla volta). I bimbi sono tranquilli, hanno superato la prima influenza e si avviano verso il prossimo raffreddore, ma dopo la gastroenterite soffiare loro il naso non mi sembra così terribile. I gatti iniziano a entrare in casa e non stanno più rintanati tutto il tempo nella loro cuccia. Gli amichetti di Noemi iniziano a venire a casa nostra e si sta stretti ma loro non sembrano farci caso. Io ho una nuova amica che sento molto vicina e ho ritrovato le mie vecchie amicizie (tranne una). Ho di nuovo una famiglia e per la prima volta da quando ho dei figli riesco a ricavarmi qualche piccolo spazio per me. Niente di che, sono ancora nella fase in cui non riesco a stare lontana da loro per troppo tempo, perchè è inutile, pur facendo mille progetti, pur sognando di un futuro più rivolto alla mia persona, io per ora vivo di loro e mi sta bene così. Qualcuno insiste nel chiedermi se non mi manca la realizzazione personale ma per me fare la mamma è la più grande realizzazione che finora io abbia provato (e ho la vaga sensazione che rimarrà comunque la più grande).

Non riusciamo ad allargare la famiglia e nonostante la delusione per ora non me ne faccio un cruccio. Anche se l’ho dimenticato, rimosso o accantonato per via di una perdita ben più grossa, ad agosto ho avuto un aborto ed evidentemente io l’ho superato ma il mio fisico no.

Salvo ha quasi un lavoro e per ora stiamo correndo dietro ai suoi colloqui, le sue visite, i suoi certificati e i nostri (inteso come italiani) incompetenti.

Non mi sono ancora fermata un attimo e temo di non riuscirci per un po’. E se non mi fermo io, figurarsi i miei pensieri.

Siamo stati in fiera dell’Artigianato, finalmente dopo otto anni sono riuscita a portarci anche mio marito, uno dei rari (forse l’unico) eventi che mi mancava seriamente. Ho comprato poco e niente ma abbiamo mangiato come dei maiali.

L’anno scorso ci ero andata con il mio amico Piero.

Piero non c’è più e ora inizio a sentirlo veramente. Devo ripetermelo più e più volte, farlo rimbombare nella mia testa fino a farmi male. Piero è morto, Claudia. Piero è morto e non tornerà più. E inizia a mancarmi. Ma non permetto al dolore di salire in superficie perchè non mi servirebbe a niente. Due volte mi è apparso in sogno, aspetto che si affacci ogni tanto, ma non credo nell’aldilà – è una mera illusione che mi fa svegliare malinconica.

La gente viene a vedere casa a Modica ma ancora nessuna offerta. L’ultima coppia s’è spaventata per aver visto la piastrella di Nicole che abbiamo dimenticato fuori (come abbiamo fatto? Non lo so, è rimasta lì, sarà che pochi giorni dopo io me la sono tatuata addosso). Pensavano fosse morta lì e non ne hanno voluto sapere di comprare casa. A niente è servito che gli spiegassero che la bimba se n’è andata ancora prima che noi comprassimo il terreno. Cosa volete che vi dica? A questo punto sono io che non voglio venderla a loro. Non mi piacciono queste superstizioni, tanto più se sono su mia figlia che per me è una stella che protegge silenziosamente Noemi, che qualcuno che ha vissuto una storia simile alla mia ha definito bimba arcobaleno.

La Sicilia sembra così lontana.

Ma non mi sento arrivata. Io so di essere ancora in transizione, so di avere ancora molte scelte da fare. So di avere ancora molto futuro da costruire.

Per ora, nonostante la velocità, mi godo il treno che corre.

Novembre di traversate, ricordi e ricoveri

Novembre non ha fatto in tempo ad iniziare che è già finito, non riesco a fissare nella mia mente tutto quello che vorrei: il tempo corre, mi sfugge, si succedono grandi cambiamenti e piccoli impedimenti, si cerca di incastrare tutto e in qualche modo ce la si fa. Ma che stanchezza nel mezzo!

Due settimane fa è arrivato Salvo, in furgoncino con il nostro amico muratore che ci ha aiutato con il trasloco (una manna dal cielo, un viaggio indimenticabile) e due giorni dopo, giusto il tempo di un colloquio in un’importante azienda (speriamo speriamo speriamo), siamo ritornati giù, a recuperare gatti e macchina e a chiudere casa, ancora invenduta.

Una settimana soli io e lui, evento che non si verificava dal giorno in cui è nata Noemi. Avrei voluto passare gli ultimi giorni al mare, in solitudine io e lui, ma parte del mio cuore è legato alle persone che negli ultimi anni sono entrate nella nostra vita come una seconda famiglia, che alcune di loro definirle amiche non rende proprio. Non è vero che me ne vado arrabbiata, la rabbia c’è stata ma io adesso ho il cuore gonfio di bei ricordi.

Abbiamo raccolto conchiglie sugli scogli e abbiamo portato il mare da Nicole, che non l’ha mai visto e mai lo vedrà.

Abbiamo riso e scherzato e ci siamo sentiti carichi e pronti a partire, tranne poi addormentarci come due bimbi sul furgoncino che per fortuna non guidavamo noi.

Ci siamo autoinvitati a ogni pranzo e ogni cena ma entrando in casa sapevamo di essere attesi.

Abbiamo salutato Lyla che adesso ha dei nuovi meravigliosi “genitori”.

Ho mangiato la mia ultima crepe a Modica bassa.

Ho aperto il cuore e risposto a domande sul mio passato alle uniche persone che in otto anni hanno avuto la curiosità di chiedere. E l’ho fatto volentieri, senza imbarazzo.

Al mio compleanno mi è stato regalato un mortaio fatto a mano, non me l’aspettavo e non mi aspettavo nemmeno di commuovermi una volta che i saluti sono finiti e la porta s’è chiusa alle nostre spalle.

Abbiamo attraversato l’Italia per l’ennesima volta, carichi di bagagli ma soprattutto di affetto.

Salvo ha fatto il secondo colloquio nell’azienda che nemmeno nei progetti migliori. Stiamo ancora aspettando una risposta (entro fine anno, hanno detto) ma osiamo sognare e in fondo non smetteremo nemmeno se dovesse andar male.

Noemi è stata ricoverata due giorni e non abbiamo capito la causa, se un virus o un’indigestione o una botta in testa che ha preso. Però s’è divertita e dice che ci vuole tornare. Viaggiava nel corridoio con la sua flebo e sembrava una piccola donna, non più una bambina. Niente le procurava disagio, tutto la incuriosiva.

Abbiamo ancora decine di scatoloni chiusi e probabilmente rimarranno chiusi per un po’. Abbiamo un nuovo letto a castello in camera e sempre meno spazio dove muoverci. Ma abbiamo una casa e non importa quanto sia piccola e quanto ci pesteremo i piedi.

Ora siamo davvero pronti a ricominciare.

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Adattamento

Uno si preoccupa tanto per i bimbi e poi alla fine sono quelli che in trenta secondi si sono già adattati. Abbiamo letteralmente attraversato l’Italia in macchina e loro buoni buoni hanno passato diciassette ore sui loro seggiolini, con solo due ore di pausa tra pranzo cena e soste caffè-pipì, che Nicolas ha viaggiato senza pannolino e bisogna fargli una standing ovation. Hanno dormicchiato, chiacchierato, cantato e giocato e devo essere sincera, da quel punto di vista il viaggio è stato splendido. Tra l’altro, bel tempo da Modica fino quasi a Firenze. Poi bombe d’acqua su tutto il tratto appenninico (e qui la standing ovation me la faccio da sola, che la serata si illuminava a giorno col temporale che abbiamo attraversato) e appena fuori Milano, per accoglierci come si deve e non lasciarci troppe illusioni.

Qui è autunno.

Non lo ricordavo, l’autunno.

Bastano davvero otto anni lontani per dimenticare il clima del posto in cui sei nato e in cui hai vissuto più di vent’anni?

Sì.

A Modica era ancora stagione balneare, qui non abbiamo i giubbini ma non siamo nemmeno in maniche corte, e io ho tolto i sandali giusto il giorno del viaggio.

Non è stato facile, non è mai facile. Non sono più milanese, fatico a vivere nel cemento. Mi sono persino abituata alla guida siciliana, non mi arrabbio quasi per niente, è come se avessi fatto scuola di sopportazione per tutto il periodo in cui ho vissuto a Modica.

E sappiamo che è così.

Però nello stesso momento in cui ho spento il motore, ne ho sentito la mancanza.

I bimbi no.

Noemi è già tornata all’asilo, dove una sua compagnetta l’aspettava trepidante da settimane e ogni giorno mi guarda con ansia nell’attesa che io me ne vada per potersela portare via. Nicolas s’è tranquillizzato tantissimo, gioca per ore senza che io mi renda conto della sua presenza. Dopo i primi giorni di nottate allucinanti, in tre sul lettone (e no, niente, il cosleeping non funziona quando per figlio hai un toro impazzito), ora dormiamo piuttosto bene e anche se il sonno perso non si recupera io mi sento finalmente riposata.

Ho rivisto un paio di amiche, ho ricominciato a sentirmi parte del mondo, non più isolata e in solitaria per giorni interi. Parlo anche con persone adulte e quasi non me ne capacito.

Mi mancano i miei vicini di casa, l’idea che stavano costruendo un bellissimo rapporto e dobbiamo interromperlo. Mi mancano quelle poche persone che ci sono sempre state, anche quando non l’abbiamo chiesto. Mi manca la campagna e mi manca il mare. Mi manca naturalmente Salvo.

Ma guardo i miei figli di nuovo tranquilli e sereni, e non più capricciosi e irritanti come poche settimane fa, e mi rendo conto che sì, abbiamo fatto la scelta giusta.

Qui abbiamo molte più possibilità per loro.

E per noi.