Archivi categoria: Pensieri e parole sparse

Nata per questo

Probabilmente sono nata per fare la mamma.

Per tanti motivi:

perchè vivo la gravidanza come uno stato di grazia, e non per tirarmela o per dire che non ho avuto nausee o disagi, ma perchè in quei mesi mi sento in pace con me stessa, in comunione con il mondo, mi sento che tutto torna, che in fondo il senso è tutto qui

perchè quando ho un fagottino tra le braccia mi sento la persona più fortunata del mondo e non ci sono problemi e non ci sono questioni da risolvere, io sono piena così, con il calore che quel corpicino mi dà

perchè i miei figli sono tutti diversi e li amo immensamente per tutto quello che mi danno e anche quando sono sfinita e li mando a letto al primo buio fingendo che sia tardi so che quello che mi danno loro non me lo darà mai nessun altro

perchè mi fanno ricordare le cose veramente importanti : un sorriso, un abbraccio, un ti voglio bene sincero, una partita a carte tutti insieme o un disegno che mostra tutto l’amore che c’è

perchè quando i grandi baciano la piccola capisco che non farò mai niente di così grande quanto lo sono loro

perchè amo, amo la vita immensamente e anche se li lascerò liberi di volare nei loro sogni non posso immaginare di separarmi da loro.

 

 

Emmaluna

  
Sei nata esattamente tre settimane fa: ormai ti aspettavo da qualche giorno, ma tu mi davi un segnale e poco dopo quel segnale spariva. Ti eri abbassata dopo una notte di contrazioni preparatorie e poi il silenzio.

Ti ho parlato a un certo punto, proprio come ho fatto cinque anni fa con Noemi. Dicono che il travaglio parta quando anche noi mamme siamo pronte.

Gioia, io sono pronta, ti ho detto quello notte. Il 15 è un numero che mi piace e nella nostra famiglia se nascessi di martedì saremmo tutti nati in giorni diversi. Carino, ho pensato. E poi Salvo oggi avrebbe pomeriggio, quindi perfetto, mi accompagna lui in ospedale.

Sono pronta, dai Emmaluna, fatti sentire.

Ed eccoti: una due tre e molte altre contrazioni “giuste”, come mi piace definirle.

Giuste, ma non regolari. Venti, dieci, otto minuti, poi di nuovo venti, poi il silenzio. Ho accompagnato i bimbi all’asilo e in piedi le contrazioni si facevano sentire. Ma appena mi sedevo tu ti zittivi. Abbiamo passeggiato io e Salvo e insomma tu c’eri. Ogni sette minuti. Sono tornata a casa perchè camminare diventava faticoso, mi sono seduta e di nuovo niente più contrazioni. Ho fatto la doccia, sono tornata a prendere Nicolas che usciva presto, siamo andati da mia mamma, che comunque un giro all’ospedale forse era il caso di farlo.

Mi prendevi in giro. Al terzo parto, non capivo cosa stesse succedendo.

Stavi arrivando oppure no?

Mi sono detta, mangiamo, poi se non parte il travaglio vado a fare una passeggiata, e casomai entro sera vado a farmi visitare.

Non faccio in tempo a finire la pasta che mi hai dato un segnale così forte che pensavo di partorirti in casa, lì, a quella contrazione. E altre tre, che a quel punto la paura di non arrivare in ospedale s’è fatta seria.

E invece ci siamo arrivati, e mezz’ora dopo eri sulla mia pancia.

Niente lacerazione, niente punti. 

Tu sei così, silenziosa, delicata, come consapevole di essere la terza e di doverti in qualche modo adattare. Il tuo primo sorriso l’hai regalato a Noemi, a poche ore dal parto. L’hai riconosciuta dalla voce, come già la riconoscevi da dentro di me. Ti fai accarezzare dai tuoi fratelli, non piangi se non raramente, vieni con noi ovunque.

E hai un nome che ogni volta che pronuncio sembra sempre più disegnato per te.

Benvenuta, dolce Emmaluna.

Orgoglio, questo mio peccato capitale

Non sono sempre stata così, orgogliosa intendo.

Sono stata insicura, mi è mancata l’autostima, mi sono odiata al punto di volermi annientare con le mie stesse mani. A un certo punto ho persino pensato che non sarei stata in grado di concludere niente e che forse anche la vita stessa aveva un po’ perso il suo senso.

Poi no. Poi è successo qualcosa che nel bene o nel male mi ha fatto uscire da quel circolo vizioso che la mia depressione era diventata: è successo che mi sono guardata intorno e ho creduto di aver tanto da dare, da fare, da ricevere. E lentamente, ma forse neanche troppo, sono risorta dalle mie ceneri.

Questa resurrezione, chiamiamola così, ha portato un grosso cambiamento nel mio modo di essere: mi ha reso orgogliosa, appunto. Orgogliosa di me.

Ha trasformato la mia rabbia in energia e forse ho anche un po’ peccato di presunzione credendo di poter fare tutto da sola, ma alla fine dei fatti direi che mi preferisco così. Non so gli altri, ma io finalmente mi piaccio. Mi stimo. Mi ammiro anche, per certe cose.

E quindi va da sè che se qualcuno si intromette in qualcosa che ho ottenuto, magari sudandomela, magari lottando contro burocrazia favoritismi e monopoli vari, io non ce la faccio – esplodo. Divento anche arrogante, pur di difendere quella che è stata una fatica mia e non un regalo piovuto dal cielo.

Sono fottutamente orgogliosa.

Vivo in casa di mia nonna da un anno e mezzo, non pago niente, mi adatto alle restrizioni di un appartamento in cui il sole arriva solo nei pomeriggi estivi e le cui dimensioni mi obbligano a condividere ogni singola cosa con gli altri membri della famiglia. Viviamo con tre scatole e un mobiletto di giochi in salotto, con meno di due metri quadrati per muoversi; dormiamo in quattro (fra poco cinque) in una camera matrimoniale; non abbiamo una cucina abitabile e la carta da parati è così vecchia che ha iniziato a fare la muffa. Nonostante questo, non mi lamento nè mi approfitto della situazione: continuo a fare la lavatrice e passare l’aspirapolvere dopo le sette di sera, a tenere il riscaldamento sui venti gradi per non ricevere bollette esagerate, a chiudere il rubinetto dell’acqua (e farlo chiudere ai bimbi) mentre mi lavo i denti. Il risultato è che le bollette della luce sono quasi invariate rispetto a quando ci viveva solo mia nonna e il gas mi pare sia circa la metà di quello che una normale famiglia consuma nei mesi invernali.

Non sono un parassita nè un’approfittatrice.

Però sì, mi scoccia dover rinunciare alle agevolazioni per l’arrivo di un nuovo bebè solo perchè faccio parte dello stato di famiglia di mia nonna.

Fino al mese scorso ho pagato il mutuo sulla mia casa, ho pagato le mie bollette, ho pagato le mie tasse (tutte, canone rai compreso), ho pagato l’assicurazione e il bollo della mia macchina, ho pagato la mia spesa, ho pagato la mia benzina, ho pagato il meccanico e il cambio gomme, ho pagato i miei cellulari (ci siamo addirittura concessi un extra di nove euro mensili per avere internet sull’ipad, perchè no, non abbiamo internet a casa), ho pagato l’asilo di mia figlia e via dicendo.

Non vivo di rendita nè mi crogiolo nella ricchezza. Non mi vanto ma non voglio essere sminuita.

Abbiamo venduto casa e quindi da due mesi siamo senza spese (anzi, veramente a fine giugno abbiamo pagato la tasi come tutti), ma stiamo cercandone un’altra e nel mezzo viviamo da mia nonna.

E’ vero, i miei ci hanno aiutato nell’acquisto del terreno e a risolvere un debito che qualche persona di basso livello ha pretesto di chiudere prima del previsto, persona che tra l’altro adesso ci deve circa tremila euro in più di quello che era il nostro debito allora.

Ma è anche vero che se i miei avessero necessità di riavere indietro i soldi, potremmo restituirglieli tutti. Adesso. Senza rateizzare.

E potremmo comunque continuare a cercare una casa, perchè avremmo ancora dei risparmi per permetterci un’offerta.

Io e Salvo abbiamo mille difetti, abbiamo avuto mille problemi, e abbiamo anche avuto molto aiuto – è innegabile. Ma quello che abbiamo fatto, l’abbiamo sempre portato avanti contando solo sulle nostre forze. Abbiamo risparmiato per nove anni, più o meno da quando ci siamo messi insieme. Non abbiamo ceduto a sfizi, abbiamo allontanato le tentazioni, abbiamo rinunciato a vacanze costose rimanendo nelle nostre spiagge per quasi tutte le otto estati passate a Modica.

Non abbiamo vissuto da eremiti, anzi. Abbiamo imparato a godere di altro, invece che delle cose materiali.

Orgogliosamente davanti alla nuova porta di casa nostra

Orgogliosamente davanti alla nuova porta di casa nostra – A.D. 2012

Abbiamo costruito casa nostra dal niente.

Abbiamo rischiato l’ulcera per mille cose, non abbiamo mai mollato.

Abbiamo dovuto vendere, siamo dovuti venire qui.

E’ vero, ci hanno prestato dei soldi (che non hanno voluto indietro) e al momento ne aspettiamo altri, i nostri, che corrispondono a un terzo sul totale di quello che ci hanno prestato. Non briciole, propriamente.

Eppure viviamo serenamente con due figli e una in arrivo.

Non abbiamo vizi, non abbiamo grandi svaghi, ma ci divertiamo e non sentiamo la mancanza di pressochè nulla.

Questo non significa che io non debba sentirmi in diritto di chiedere le agevolazioni fiscali che mi spettano. Salvo non ha un reddito alto, tutt’altro. Mia nonna non mi mantiene e se mi chiedesse l’affitto sarei in grado di pagarlo senza rinunce.

Io sono orgogliosa di quello che ho fatto. Molto orgogliosa.

E detesto che qualcuno si limiti a vedere l’anno e mezzo passato, quello in cui ho vissuto a casa di mia nonna.

Voglio vedere quanti di voi riuscirebbero a vivere in quattro in quarantacinque metri quadrati di casa. Senza internet e senza sky. E in inverno, pure senza sole.

Quindi sì, pecco di orgoglio. E molto.

E odio che mi si dica, eh però i tuoi ti hanno aiutata.

Amicizie e piacevoli sorprese

Negli ultimi anni ho un po’ rinunciato a conoscere persone nuove, mi sono chiusa nonostante all’esterno trasparisse tutt’altro: chi mi ha incontrata dalla nascita di Noemi in poi mi ha sempre vista carica, grintosa, sorridente e soprattutto… chiacchierona. Una gran chiacchierona.

Io, piccola timida e introversa secchiona, mi sono trasformata in una specie di intrattenitrice. Io mi do alle persone, non ho problemi a raccontarmi o ad aprirmi anche su questioni che per molti sono tabù o motivo di vergogna. Io parlo, parlo, parloparloparloparlo. A qualcuno piace, a qualcuno no. Ma la cosa spesso è reciproca e pace e amen. Non muore nessuno.

Il problema vero è che non riesco ad affezionarmi. Certe ferite bruciano e negli anni le delusioni sono state troppe, spesso da persone molto vicine. Non amo creare legami online e a volte mi dispiace, ma non ho trovato che abbagli e purtroppo come io non sono quello che leggete, gli altri non sono quelli che leggo. Mi piace seguire i racconti di vita e spesso sento proprio delle affinità con chi scrive ma non riesco e non voglio andare oltre. Non è paura, non è superbia, forse è un limite che per ora non mi sento di superare.

Io in amicizia cerco presenza, una voce sicura, meglio ancora se c’è del contatto reale. Mi piacciono gli abbracci e mi piacciono le persone che non faticano a darne.

Un’altra cosa mi piace particolarmente: mi piacciono gli sguardi. Mi piacciono quelle persone con cui non ho mai parlato a lungo ma con uno sguardo ci siamo spesso intese e con piccoli gesti ci siamo rassicurate. Pur non avendo costruito un reale rapporto di amicizia costante, ci siamo creati una piccola sfera di sicurezza, almeno per me. Il cassiere al supermercato che mi caricava la spesa in macchina e che una sera di novembre di due anni fa è rimasto più di un quarto d’ora ad appiattire scatoloni da infilare nel mio baule, scatoloni che mi aveva messo appositamente da parte per il trasloco, lui che ho rivisto il mese scorso e che mi ha passato sottobanco dei coupon per pagare meno il sapone di marsiglia. La commessa del negozio di animali in cui passavo intere mattinate solo per parlare, che un giorno mi ha detto che la mia energia le dava forza. La titolare della piscina dei miei figli che mi sorprende con un piacevolissimo pensiero, specialmente ora che sono lontana e che ricordo quel posto come un rifugio tranquillo. Il mio ginecologo che con i suoi piccoli accorgimenti mi ha accudito dall’aborto in poi, che si fida del mio sesto senso più del suo ecografo, che mi ascolta e che mi dice che quando tutto intorno è stagnante è meglio andare via. Il mio veterinario, la mia veterinaria, persone diverse fra loro eppure ugualmente calorose e disponibili nei miei confronti, che non ci siamo mai visti al di fuori dell’ambulatorio ma mi hanno fatto sentire accolta e mi hanno ascoltata senza mai giudicare. Due clienti di Salvo, che hanno deciso di conoscerci al di fuori e che mi hanno fatto sentire in diritto di sentirmi così, così come mi sento ora. Persone che si ricordano di me a distanza di anni, a distanza di tempo… a distanza e basta.

E gli amici veri, quelli che ci sono stati, che non hanno mai preteso niente ma hanno dato tanto. Richard, il nostro muratore, il nostro papà acquisito, lui che ci ha fatto il regalo più grande che si possa immaginare, e insieme a sua moglie ci ha accolto a braccia aperte e ci sono stati sempre, dal momento in cui ci siamo conosciuti. Nonna Gu e nonno Enzo, nonni acquisiti meravigliosi per i nostri figli, un porto sicuro per noi, che ci hanno prestato la casa quando la situazione nella nostra era diventata insopportabile. I vicini di casa, ragazzi come noi che di meglio non potevamo trovare, quelli del caffè la domenica mattina, degli incontri al volo, quelli che ci fanno arrivare un piatto di focacce fatte in casa e che terranno la nostra gatta selvaggia, Lyla, che in appartamento non può più stare e che il giorno dopo avertelo detto le hanno già tirato fuori una cuccia e ti mandano foto per dirti che sta bene. Giuli, che ci siamo viste poco ma sentite tanto, una persona dolce e sempre pronta ad ascoltare, l’amica che ti abbraccia piangendo l’ultimo giorno prima di partire. Mia suocera, che con tutti i limiti della sua vita, nel momento del bisogno vero non ha mai ritardato un attimo, che mentre partorivo Nicole se ne stava fuori dall’ospedale, in macchina, che così se telefonavo era già pronta a salire. I miei cognati che nella loro riservatezza ci hanno sempre fatti sentire a casa e non hanno mai giudicato, mai, ma sempre accolto e sempre sostenuto.

lyla

E poi ci sono quelli che dicono che non sei mai stata niente, che hai solo fatto un gran casino e che ti considerano il male reincarnato. Ma questa è altra storia, e ce ne frega poco e niente.

Io le mie persone le ho già trovate, e sono felice così.

Eh sì. Le ho trovate in Sicilia. Eh sì, le porterò nel cuore con me, qui a Milano. E ovunque la vita decida di portarmi.

 

Milano sguardo di ghiaccio

Il cielo grigio non aiuta gli stati d’animo, metaforicamente la mia é stata una traversata, un passaggio da un mondo a un altro, oltre che al banale viaggio da sud a nord, da estate a autunno, da sole a pioggia, dalla natura quasi selvaggia al cemento.

E non è facile se andando via una piccola distrazione, una disattenzione o una vera e propria mancanza di tatto arrivano a minare i pochi bei ricordi che ti erano rimasti.

Si parte sempre con la speranza di aver lasciato qualcosa di sé, specie con chi in qualche modo ti eri aperto e con cui seppur brevemente eri entrata in contatto.

Forse, come spesso accade, mi sbagliavo.

Continuo a permettere alle persone di ferirmi con niente, continuo ad avere quella sensibilità bambina che tanto mi ha fatto soffrire in passato.

Spostava le rocce con incredibile forza e determinazione e inciampò in un sassolino.

Sarà la pioggia, sarà che per un mese io e Salvo saremo ancora lontani, sarà che forse cerco sempre di dare agli altri più di quello che dovrei, ma oggi va così.

Speriamo torni presto il sole.

Di silenzi che fanno troppo rumore

I bimbi sono nella vasca da bagno e ho questo quarto d’ora di (mezza) libertà, il computer è acceso e vorrei approfittarne ma la verità è che non ho proprio niente da dire. Improvvisamente le parole mi perdono un po’ il loro significato e preferisco lasciarmi cullare da cose poco mondane come i tramonti di questa nostra campagna e la solita mucca che pascola a pochi metri da casa.

I bambini ultimamente sono impegnativi ma perchè sono impegnativa anch’io. Mi sembra di vibrare continuamente in questa gabbia immaginaria che sono i miei pensieri. A volte sto proprio sveglia la notte e non è che mi porti grandi consigli. In realtà ho già rimuginato abbastanza di giorno, ma mi sveglio e sento che sto metabolizzando qualcosa che con la luce del sole preferisco nascondere.

Quest’estate era piena di progetti che a uno a uno sono crollati. Se mi giro indietro vedo un luglio ormai lontanissimo, un agosto volato tra l’illusione di una gravidanza e la sberla dell’aborto e un settembre che è ancora qui ma in fondo non c’è nemmeno stato. Abbiamo vissuto nell’attesa di qualche desiderio che non s’è realizzato e noi ci credevamo tanto, invece.

Non sono nemmeno triste, no. Malinconica sì, ma quella è la mia indole e non posso farci molto. E’ un po’ come la rabbia, io ce l’ho e me la tengo e imparo a sfruttarla al meglio per creare nuova energia e nuovi sogni. Perchè non sono una che smette di sognare, posso cadere e rialzarmi un centinaio di volte di fila: se voglio qualcosa me la vado a prendere.

(Ed ecco che i bimbi iniziano a litigare nella vasca, rubandomi quei cinque minuti di intimità con me stessa che speravo, almeno oggi, di poter avere.)

Ho tatuato sulla pelle un’amicizia. Ho detto ad alta voce a Salvo che avevo sognato Piero, che veniva e mi abbracciava e mi chiedeva scusa per non essersi fatto sentire per un po’. Ma di che, figurati. Lo abbracciavo e mi ricordavo che era morto. Allora mentre lo raccontavo a Salvo ho detto ad alta voce e poi mi ricordavo che Piero era morto. L’ho detto ad alta voce e improvvisamente è come se fosse stato vero.

Tutto il resto diventa più piccolo di fronte a tanto.

E’ come una lente di ingrandimento che finalmente passa sopra le cose giuste e sfuoca tutto il resto.

Settimana scorsa sono tornata a un supermercato che ha cambiato nome dopo essere stato chiuso vari mesi. In tutto erano quasi due anni che non ci andavo, ma ho sempre nel cuore il ricordo di questo commesso sorridente anche quando stava per rimanere a casa, un uomo dolce e premuroso, che mi aiutava a portare il latte in macchina e che mi ha messo da parte decine di scatoloni per il trasloco, rompendoli e infilandoli nel baule mentre io stavo dietro a Nicolas nell’ovetto.

Sono entrata e c’era lui di turno. Mi ha accolta con un sorriso che non so dire, grande e genuino. Sono passati due anni e mi sembrava ieri. E lui era contento di rivedermi, segno che allora qualcosa di me rimane. Che non ci vogliono tante parole in fondo, che a volte è meglio uno sguardo.

Ed è un po’ quello che sto facendo in questi giorni: getto sguardi. Osservo, imprimo. Mi cullo in un silenzio che è pieno di rumore, e non sempre è una cosa brutta.

 

Cosa vuoi fare da grande?

Non avevo certo in mente di fare la mamma quando in prima elementare mi sono appassionata all’inglese. Pensavo in grande, ovviamente. Per anni ho creduto che mi sarebbe piaciuto tradurre libri e ho lavorato in quella direzione. Amavo le lingue, le amo tutt’ora. Ho studiato inglese, spagnolo, tedesco (l’avrei studiato meglio se avessi avuto un’insegnante decente ma d’altronde ho avuto anche troppa fortuna con tutti gli altri) e al primo anno di università ho scelto norvegese.

Se non mi fossi fatta mangiare dall’anoressia e scavare dalla depressione a quest’ora probabilmente lavorerei per qualche casa editrice scandinava, come molti miei compagni universitari. Invece io, mentre loro si laureavano, mi facevo ricoverare e lottavo come una tigre contro qualcosa che era dentro di me, ed ero io e allo stesso tempo non ero io.

Così, per qualche anno, mi sono appassionata di psicologia. Lasciata Mediazione linguistica e culturale all’inizio del secondo anno, ho provato il test di Psicologia. Anzi non l’ho provato, mi sono seduta, ho aspettato i fogli, poi un contrattempo via l’altro e quell’emozione che sale, quel ma che ci faccio qui? che esplode e prima ancora di poter scrivere il nome scendo alla cattedra e mi ritiro. Capisco subito che non fa per me, che sono stufa di risolvere problemi, che sì, bella la psicologia ma forse non mi va più.

Io voglio vivere.

E improvvisamente la vita prende una strada diversa.

Conosco Salvo, mi trasferisco e mi sposo nel giro di un anno.

Già mentre ero malata spesso sognavo di avere un bimbo: era un sogno tra il metaforico e il realistico, la mia rinascita ma anche un semplice e genuino istinto materno. Onestamente non pensavo nemmeno di essere fertile: anni nella malattia qualcosa dovevano lasciarlo, pensavo. E invece Nicole è arrivata subito, e veloce com’è arrivata se n’è andata.

Da allora è cambiato tutto.

Io ho scelto di fare la mamma.

A tempo pieno, intendo.

Sono passati quasi sei anni da quel momento e non me ne sono mai pentita. E’ vero quello che dicono, che le mamme a tempo pieno alla fine si annullano un po’, qualcuno dice che dipendiamo dai figli, qualcuno che non abbiamo una nostra vita. Non è così. Noi viviamo attraverso di loro.

Non è un concetto semplice da spiegare, non è dipendenza, non è una scusa che ci diamo per non fare altro, non è romantico e non è nemmeno eroico: è un modo di vivere come tanti altri.

Ho scelto i bambini perchè credo fortemente nella vita che continua. Fare figli è un dono per me e per loro: per me che riscopro il mondo per come lo vedono loro e per loro che possono vederlo, questo mondo che tanto amiamo e tanto odiamo.

Ho scelto di fare la mamma anche perchè non avrei comunque trovato un impiego: chi si mette a cercare lavoro mentre è incinta? In Italia è improbabile che qualcuno anche solo accetti di farti un colloquio. Ma non è stato un ripiego: è stata un’opportunità. Per qualche anno decido di accantonare i miei deboli progetti e di vedere la vita sotto un’altra prospettiva.

Decido di dare alla vita il valore che le danno i miei figli: assaggiare, assaporare, godere, imparare, scoprire… meravigliarsi. Per noi che ormai siamo arrivati all’amaro delle cose credo che sia importante potersi fermare e rigenerare.

Generare e rigenerarsi. 

Qualcuno recentemente mi ha accusato di buttare via la mia vita in questo modo, di non essere onesta con me stessa e di farmi andare bene qualcosa che in realtà è solo capitato.

No.

No.

Questa cosa non è capitata, questa cosa è voluta.

Non penso proprio che la mia vita così sia sprecata, o che lo siano la mia intelligenza e la mia vivacità mentale, anzi.

Scopro una nuova voglia di fare, una nuova voglia di mettermi in gioco, scopro che ora come ora le lingue possono servirmi ma solo per viaggiare, scopro o forse riscopro che l’acqua è il mio elemento naturale e mi viene voglia di provarci, di sognare, di credere che anch’io posso fare un lavoro che mi piace. Scopro che mi piacciono i bambini e vorrei poter lavorare con loro.

Ma non adesso. Adesso ho i miei figli.  Adesso ho la voglia di provare ancora questa maternità meravigliosa, questa sensazione di portare in grembo la vita e di donarla a qualcuno che saprà assaporarla nel modo migliore.

Perchè la vita – e lo so è pura filosofia per i più ma non per me – è unica, è rara, è preziosa, è… bella.

E io voglio poterla regalare finchè mi sento in grado di farlo.

 

Scoperchiare vasi di Pandora

Da un paio di anni ormai ho lasciato la mia vecchia digitale a mia figlia Noemi – all’epoca aveva due anni quindi si limitava a incastrare lo zoom spingendo forte con le dita ma ora inizia a capire il meccanismo. Anzi, scaricando le foto della scheda di memoria mi sembra di vedere che scatta foto da più di un anno ormai. Non le avevo mai riguardate in effetti e ce n’è persino un paio di me con Nicolas piccino piccino che mi stupisco siano state scattate da una duenne.

Ma questa mi ha un po’ lasciato senza fiato.

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E’ ovvio che non significa niente, ha fatto mezzo miliardo di foto a un po’ tutto quello che vedeva ma ecco, non ha fotografato nient’altro sulle pareti della loro cameretta, solo il cuore di Nicole.

Ormai non parlo spesso di lei, e il tatuaggio sulla caviglia è un po’ sbiadito. Nella vita sbiadisce tutto, persino il dolore. A volte devo un po’ sforzarmi per ricordare che mi è successo veramente. Noemi la sentivo legata alla sorella, Nicolas no. Nicolas è vita nuova. Che non è dimenticare ma è andare avanti. Comunque Nicole c’è stata, comunque Nicole mi ha cambiato la vita. Comunque Nicole mi ha costretto a cambiare anche il mio modo di pensare. Ed è lei che mi ha reso profondamente madre come sono oggi.

Il lutto però è finito.

Non so spiegarlo senza che sia frainteso ma è così. Lei c’è in un modo molto diverso e in un certo senso leggero. Lei c’è ma non è più una presenza ingombrante. Non ne parlo volentieri fuori dalla rete, quando mi trovo a dover raccontare mi limito a dire che ho perso una bimba al quinto mese. Il mondo non è pronto a capire quello che ho passato e io non ho voglia di sentirmi messa al rogo. Spesso mi chiedo mille cose, non sono mai del tutto sicura di aver fatto la cosa giusta, ma è qualcosa che deve rimanere fra me e la mia coscienza, perchè non c’è nessun altro in grado di rispondere ai miei dubbi.

C’è poi che ora che sono tornata qui ho anche troppo tempo per pensare. Ho capito molte cose, ho finalmente una piccola certezza interiore, ma non è facile venire a capo di tutto. Sono sola, e mi rendo conto di essere stata sola per sette lunghi anni. Già c’è il fatto che dopo i vent’anni è molto raro creare veri rapporti di amicizia, se poi ci metti in mezzo il Mediterraneo e un secolo di storia ciao. Io non sto qui a dire se sia meglio la mia mentalità o quella di questo posto, ma sicuramente sono incompatibili. In spiaggia mi metto nel punto più lontano da tutti, non ho voglia di distrarmi dai miei figli, ho voglia di vivermeli come non riesco a fare quando sono in casa. Tra queste quattro mura, per quanto circondate da campagna e infinito, mi sento assalire dall’ansia. L’ansia di continuare a non capire quale sia il mio posto nel mondo. L’ansia di dover riempire questo vuoto di persone, questo vuoto di cose da fare. Certo, l’idea di togliere il pannolino a Nicolas non è stata male, almeno sono sicura di avere un paio di mutande da lavare ogni cinque minuti, ma tolto questo a volte mi sento un po’ persa.

Quando sono in strada e viaggio verso il mare, mi guardo intorno e non capisco più dove sono. Tutto quello che mi risultava famigliare ora è ostico, tutto quello che amavo mi sembra arido deserto. Penso di aver resistito tanto solo per amore di Salvo, nella cieca convinzione che non potevo portarlo via di qui e che tanto a me Milano non piaceva nemmeno.

Capisco molte cose, ma siamo solo alla prima settimana quindi cercherò di ritrovare la quotidianità che avevo qui, con più mare e meno città possibile. Non sono ancora riuscita a entrare nel centro abitato, se devo essere sincera. Ieri ho comprato due cose all’Eurospin e già mi sembra di aver abbattutto un muro. Ho lasciato un euro a questo ragazzo che se ne stava quasi nascosto dietro ai carrelli senza chiedere niente a nessuno, e quando la moneta è caduta nelle sue mani ho visto negli occhi più paura di quanta ne vedo di solito. Perchè di solito quando sono lì ai carrelli sono ormai bravi a sorridere, a dirti grazie, ad attaccare bottone. No, lui come me se ne stava schivo, in un angolo. Mi ha fatto un inchino, incapace forse di dire grazie nella nostra lingua. Forse uno dei tanti sopravvissuti ai naufragi degli ultimi mesi. Dargli l’euro, che non è niente alla fine, mi ha fatto sentire un po’ meglio.

Forse ricomincio da qui.

O forse ricomincio dal mare e dalla gioia di essere madre che provo quando sono con i miei figli in spiaggia. Perchè purtroppo a casa ho troppi pensieri per essere una buona madre. Ho poca pazienza, avrei voglia di non sentirmi costretta dai loro ritmi, dai loro orari, dai loro bisogni. Avrei voglia di passare un intero pomeriggio a leggere o scrivere o dormire o inebetirmi davanti alla tv.

Non sono una buona madre in questi giorni. Non sono nemmeno una buona moglie. Sicuramente non sono una buona amica.

Ma sono me stessa e al momento non chiedetemi di più.

Otto mesi in un minuto

Sono arrivata qui con molta confusione in testa, la tipica confusione di chi sa che deve affrontare un lungo periodo di tempo lontano da tutto e da tutti. Sono arrivata qui nervosa, arrabbiata, delusa. Sono arrivata qui nel panico, in mezzo alla nebbia e all’incertezza, spinta dall’unico desiderio di fare del bene a me e ai nostri figli, consapevole che non sarebbe stato un bene per la coppia. O forse no, allora non ne ero consapevole. L’anno scorso è stato piuttosto duro, per vari motivi, ma soprattutto per l’improvvisa e fulminante consapevolezza che la Sicilia non mi piaceva più. Consapevolezza arrivata con un allarmismo impressionante, visto che ci eravamo appena trasferiti nella nostra nuova casa in campagna, costruita dopo quattro lunghi anni di fatiche e di ulcere e di ripensamenti e di collere e di folle desiderio.

La Sicilia non mi piaceva più. Non solo non mi piaceva più, la odiavo con tutta me stessa. Odiavo ogni singola persona, ogni singola situazione, ogni singolo intoppo che ci capitava sulla strada. Odiavo e mi stavo facendo mangiare viva da questa fiamma che mi bruciava le viscere.

Otto mesi lontani sono tanti. Non siamo riusciti a vederci molto, nè io e mio marito nè io e la Sicilia. Non è stato facile, all’inizio mi chiedevo costantemente che senso avesse avuto la nostra scelta, che razza di famiglia saremmo diventati stando lontani, che pazza idea quella di lasciare la nostra casa nuova, una casa che abbiamo letteralmente costruito mattone dopo mattone. Con i mesi è subentrata la routine e la nostalgia è stata un po’ coperta, un po’ superata. Anche la mia nuova relazione a distanza non mi dispiaceva: sentivo che stavo recuperando qualcosa che avevo perso, e non era solo il tempo per me stessa, dopo anni di assoluta dedizione all’altro, ma era soprattutto il rispetto per ciò che l’altro è e fa nella coppia. Credo che Salvo si sia reso conto del carico di lavoro di una “casalinga” – per modo di dire, visto che in casa ho sempre fatto in modo di starci il meno possibile – e io mi sono resa conto di quello che lui faceva nel tempo che poteva dedicarci. Che magari è meno di quello che faccio io, ma anche solo cambiare il pannolino a Nicolas la sera o alzarsi la notte quando ha un incubo, o lavare i denti a Noemi e metterla a letto dopo una giornata sfiancante era qualcosa che mi permetteva di sedermi cinque minuti.

Ecco, questo più di tutto mi è mancato: sedermi cinque minuti. Da sola, senza dover tendere l’orecchio e aguzzare la vista. Senza dover riprendere nessuno, senza dover rispondere alla curiosità di nessuno, senza dover forzatamente sorridere anche quando l’umore è basso.

Poco fa, dopo essere andata a prendere Noemi all’asilo, la coordinatrice si è complimentata con me per quello che sono riuscita a fare in un anno da sola. Mi dice, tante mamme non sanno gestire due figli contemporaneamente e tu non solo li hai gestiti ma non avevi nemmeno tuo marito accanto. Sei stata bravissima.

Non sono solita prendermi un complimento così facilmente, ma oggi l’ho fatto. Non ho sminuito il mio lavoro dicendo che “sono a casa” ed è tutto più semplice, no. Io il complimento me lo sono preso e me lo porto a casa, perchè credo di meritarmelo. Sono stufa di chi mi dice che la vita da casalinga è più facile perchè decidi tu del tuo tempo. Non è stato così per me: Nicolas non ho potuto mandarlo al nido per questione di soldi e quindi no, non ho mai deciso del mio tempo. Ho sempre fatto tutto incastrandolo nei suoi, di tempi. E quando alle tre e mezza tornava a casa, incastrandolo nei suoi, e in quelli di Noemi.

La doccia per esempio. Sono mesi che non mi faccio una doccia quando ne ho voglia, o più semplicemente bisogno. No: io faccio la doccia quando riesco. Che può significare il pomeriggio alle due, quando il piccolo dorme, o la sera alle dieci, quando sono sicura che entrambi siano ben addormentati. E la sera alle dieci molte volte avrei solo voluto andare a dormire, che a quel punto le forze di lavarmi non le avevo manco più. Non avevo un marito o qualcuno che potesse tenerli d’occhio cinque minuti, quanto meno il tempo in cui sto sotto l’acqua, per cui dovevo concentrare tutto nelle ore dei riposini, o in notturna. Lavare i pavimenti, buttare la spazzatura, o caricare la macchina di valigie come ho fatto ieri. Tutto in quell’ora e mezzo in cui i bimbi dormono, e magari avrei voluto leggere un libro o guardare la televisione o semplicemente dormire.

Io amo fare la mamma, è qualcosa che mi viene dal cuore, che mi dà tanto. Ma otto mesi di solitudine sono stati lunghi. Ho fatto solo la mamma, non sono stata nè moglie, nè amica, nè Claudia. E ho ricevuto tanto, ho ricevuto così tanto in cambio che non oso nemmeno lamentarmi. Posso solo guardarmi indietro e pensare che sì, è stata dura, sì, ci sono stati momenti in cui avrei voluto mollare tutto e fare le valigie e e tornare indietro, sì, come coppia ci siamo messi anche troppo in gioco. Ma alla fine dei conti quest’anno mi ha dato tanto: mi ha riaperto gli occhi su tutte le considerazioni che mi avevano portato a questa scelta, ho rivalutato molti dei miei pensieri, ne ho scartati altri.

Ho sofferto nei mesi invernali e sono rinata con la primavera. Mi sono lasciata trascinare dai miei figli e ho iniziato a conoscere persone, ho iniziato a vivere una nuova vita e a dar vita a nuovi progetti, mi sono buttata a capofitto in quella che forse è stata un’avventura, forse è stato un viaggio, forse è stato un breve intermezzo, non lo so. So solo che domani parto e torno a Modica e ho fatto pace con la Sicilia.

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Giorni di riflessioni

Sono giorni di grandi riflessioni, questi. Bè io sono una persona riflessiva quindi probabilmente la cosa non stupisce molto, ma ogni tanto mi capita di fermarmi a passare la mia vita sotto una lente di ingrandimento.

Penso un po’ a tutto, alle cose che mi, anzi ci succedono, che ci sono successe come coppia e come singoli, penso a come mi sono comportata in determinate situazioni, penso alle mie scelte, penso al mio vissuto. Penso e magari inciampo.

Non è facile conciliare il mio essere mamma con questo. Con il mio essere così riflessiva, intendo. A volte io ho proprio bisogno di estraniarmi, di chiudermi in camera e star lì a rimuginare su cose che magari sono vecchie di secoli. Penso alle persone che sono nella mia vita, a quelle che se ne sono andate – e magari per sempre, penso a quelle che hanno appena fatto capolino, a quelle che sono state una grande bufala, a quelle che ci sono dai tempi immemori e anche quando credi che siano ormai lontane poi riappaiono e ti confondono.

Non sono una persona possessiva. Di più. Se sei mio, non solo sei mio, ma non devi essere di altri. Che va bene in amore, dal mio punto di vista e per fortuna da quello di mio marito, ma non va bene in amicizia e in generale non va bene punto. Sono esclusivista, diciamo così. Me la prendo terribilmente se stai diventando mia amica e un pomeriggio mi lasci per andare dalla tua vicina di casa, per dire. Per fortuna so che razionalmente non è un ragionamento sensato, ma solo un capriccio che non ha proprio niente di diverso da quello dei miei figli.

Non è solo questo.

Penso anche alle scelte. A volte mi giudico in maniera cattiva. Magari mi dico che ho abortito perchè mia figlia era come un gioco guasto e meglio buttarlo via piuttosto che vederlo lì, brutto e diverso. E quando mi vengono questi pensieri è persino difficile ricordare la sofferenza di quei giorni in cui tutto era annebbiato e di cui infatti non ricordo che pochi istanti. E’ difficile perchè a volte si cede ai commenti di quelle persone buoniste che pensano che devi accettare le scelte divine chinando il capo e ringraziando il Signore. Si cede e ci si chiede se forse non hanno ragione loro a pensare che dovremmo bruciare nel rogo dell’inferno per l’eternità. Perchè poi c’è che io guardo Noemi e in fondo lo so che forse non sarebbe qui se avessi portato avanti la mia prima gravidanza. E con la consapevolezza di questo mi sento in colpa due volte: la prima con Nicole e la seconda con lei.

A volte mi sento profondamente ipocrita. Penso di predicare bene e razzolare male o semplicemente di mostrarmi per quella che non sono. Forse, mi dico, cerco di far vedere una mia perfezione che non esiste. Forse cerco di far credere di essere migliore degli altri o forse alla fine è quello che passa da chi mi legge con superficialità o da chi legge quello che vuole leggere perchè è offuscato da un litigio o da una vita che non è andata come doveva andare. Mi sento quasi di dover giustificare la sicurezza che ho nel mio essere madre e persino nelle minchiate che faccio quotidianamente coi miei figli. Quando sono al parco mi capita di osservare le altre madri e mettermi a paragone con loro e poi che ci devo fare? Alla fine della giornata io sento di aver fatto bene il mio mestiere di mamma.

Certo a casa tra le quattro mura domestiche è un po’ diverso. I miei figli hanno la particolarità di essere davvero buoni e angelici appena varcata la soglia di casa ma di scatenarsi una volta dentro. Che poi, anche lì, no. Perchè ho visto i bimbi veramente scatenati e i miei hanno i loro raptus ma in linea di massima se sto lavando i piatti in cucina e loro giocano in sala non vado neanche a controllarli. Più o meno ho capito quali sono i no che recepiscono e quelli che fanno finta di non sentire e so quando Noemi punterà i piedi e so quando Nicolas inizierà a frignare perchè gli chiedo qualcosa di diverso da quello che vorrebbe. Ma quando loro puntano i piedi io li punto di più e questo è semplicemente un pregio del mio essere cocciuta e testarda e irremovibile sulle mie posizioni.

A volte quando si è mamma quelli che spesso vengono considerati difetti si trasformano in preziosi aiuti. Io poi sono una che davvero di fronte a un capriccio si crea una bolla e non sente più, un po’ come la pubblicità dell’Amplifon, e infatti oggi l’ottico cercava il mio sguardo per capire se doveva continuare a parlare lo stesso anche se mia madre dall’altro lato del negozio stava litigando con la bimba per metterla a sedere in un angolo come le avevo suggerito – non potendone più dei suoi capricci – e io non capivo perchè non parlasse che io le grida di mia figlia non le sentivo neanche più. Tanto mi irritano questi capricci che so di doverli ignorare per non dover dare di matto.

Ma sono io che sono così. Tanti mi chiedono ma come fai. Se io dico no è no e se i bimbi si mettono a piangere e urlare perchè diventi un sì per me potremmo essere in udienza privata di fronte al Papa ma figurarsi se cedo. Ma sono fatta così. Non so se è fortuna, pratica o quello che è. Forse è solo che a furia di sentire gli altri e di ascoltare poco me stessa mi sono rotta le balle e ho iniziato ad andare avanti con la stessa cocciutaggine di un mulo.

Anche tante altre scelte, le ho fatte, al momento erano giuste, ora sono sbagliate: come sono andata avanti dritta allora, vado avanti dritta adesso. Scelta e controscelta. Ma sono convinta. Mi chiedono, ma sei sicura? E certo che lo sono. Finchè non sono sicura al mille per cento io mica mi muovo.

Sembro scema, dico ogni tanto a Salvo.

Sembro, ma non lo sono.

Sto sempre schiscia quando conosco gente nuova. Io non lo faccio mica capire che ho un cervello funzionante. Preferisco stare buona buona e osservare bene prima di espormi. Non tanto per paura di farlo, ma perchè mi conosco e siccome io e la rabbia andiamo molto bene insieme, preferisco tenermi lontano dalle situazioni che in qualche modo potrebbero scalfire la sicurezza che ci ho messo un millennio e mezzo a raggiungere.

Perchè la rabbia è un mio grande problema, e da quando lo so ho deciso di sfruttarla. Di essere opportunista anche con lei. La rabbia è il mio motore. Da fuori sembro la persona più serena del mondo ma dentro ribollo. Non credo ci siano molte persone in grado di capire, e infatti preferisco non spiegare più.

Solo che ecco, poi mi metto a riflettere.

A volte penso anche, e se muoio? E se muoio cosa succede?

A parte l’atavica paura di morire che ho praticamente da quando sono nata, ora ho paura di lasciare i miei figli senza mamma. Se penso a loro senza di me mi manca l’aria. Se penso di non vederli più crescere, di non poter vedere Noemi diventare donna e Nicolas diventare uomo, mi sento venire meno.

Poi penso a tutti i problemi del quotidiano, alle rotture di balle, ai rapporti che devi mantenere anche se vorresti solo alzarti e dire, sai che c’è? C’è che te ne puoi andare a fancu quel paese! e invece ci tocca stare qui a far finta che vada tutto bene, che ci vogliamo bene lo stesso anche se continui a comportarti di merda. E il bello è che manco te ne accorgi. Penso alle grandi questioni irrisolte dell’Italia, penso agli immigrati che mi stanno tanto a cuore e alle persone che li farebbero annegare tutti – come poi tra l’altro ultimamente succede. Penso che stronza, potevo darglielo un euro, che mi cambiava? E poi mi racconto su che a me è ‘sto fatto dell’elemosina che non mi va, perchè poi alla fine si potrebbe pure fare qualcosa per guadagnarselo ‘sto euro no? E penso che siamo pieni di contraddizioni e io non sono da meno.

E penso che parlo troppo e che spesso mi espongo male. Penso che a volte sbaglio i tempi e arrivo troppo tardi o troppo presto. Mi chiedo cosa farò ma mi rispondo sempre che andrà tutto bene. Che alla fine sono una di quelle persone che hanno poco e che insieme hanno tanto. Che in fondo la vita sta andando un po’ come la sto scegliendo io e un po’ a seconda di come riusciamo ad aggirare gli ostacoli. Ma ferma, ecco, ferma non ci so stare.

Nemmeno coi pensieri.