Archivi categoria: Maternità

Vale la pena vivere

 

 

… mi chiederai, sì ma perchè?

 

 

Ed è quello che mi chiedo io quando mi guardo intorno e mi viene da pensare se la vita che ho donato ai miei figli sia stato un regalo a loro o a me. Io amo il mestiere di mamma (e questo si è capito) ma ogni tanto il dubbio mi viene.

Stragi, guerre, uomini cosiddetti civilizzati che trucidano balene e altri animali, ragazzi indottrinati di non si sa quale religione che si fanno saltare in aria massacrando centinaia di persone, violenza, violenza ovunque.

Mi spaventa la violenza.

A volte mi fermo senza respiro a guardare quello che mi succede intorno e mi chiedo, avrò fatto bene?

L’altro giorno, frastornata dai fatti di Parigi, mi sono detta, basta, basta. Se avevo qualche incertezza di fronte al fatto che Emmaluna sarà la mia ultima figlia, ecco, in quel momento ho semplicemente pensato, basta. Basta figli.

Ieri sera mio marito leggeva una fiaba ai bimbi di là in camera e io avevo la piccola sulla pancia, seduta. Mi guardava coi suoi occhioni stralunati  e rideva, e io la guardavo e mi chiedevo se avevo fatto bene a farla venire al mondo.

A questo mondo. 

Ma cosa ci sta succedendo?

Siamo veramente degni di essere chiamati umani?

Come sarà la loro vita? E se scoppierà la terza guerra mondiale? E se si troveranno faccia a faccia con il terrore? E se dovranno anche loro vivere quello che troppi, troppi bambini vivono nel mondo? E se un giorno anche loro dovranno scappare su un barcone?

Sono consapevole che sono pensieri di una mamma occidentale, abituata a stare bene, forse pensieri anche un po’ stupidi di fronte a chi le tragedie le vive quotidianamente e non solo attraverso il tran tran delle notizie.

Sono pensieri. Giusti sbagliati coerenti o ipocriti. Non lo so.

So che a volte ho paura che i loro sorrisi possano essere spezzati da qualcosa più grande di tutti noi. Ho paura di non poterli proteggere. Ho paura di aver sognato un mondo che non esiste.

Eppure lo so, in fondo al mio cuore, lo so.

Vale la pena vivere.

Perchè se no avrebbero vinto loro.

I cattivi.

E invece, come ha risposto Noemi l’altro giorno al mio tentativo di raccontare la guerra e il terrorismo, i supereroi, lo sai mamma, uccidono i cattivi.

Nuova vita

 

 

Nata per questo

Probabilmente sono nata per fare la mamma.

Per tanti motivi:

perchè vivo la gravidanza come uno stato di grazia, e non per tirarmela o per dire che non ho avuto nausee o disagi, ma perchè in quei mesi mi sento in pace con me stessa, in comunione con il mondo, mi sento che tutto torna, che in fondo il senso è tutto qui

perchè quando ho un fagottino tra le braccia mi sento la persona più fortunata del mondo e non ci sono problemi e non ci sono questioni da risolvere, io sono piena così, con il calore che quel corpicino mi dà

perchè i miei figli sono tutti diversi e li amo immensamente per tutto quello che mi danno e anche quando sono sfinita e li mando a letto al primo buio fingendo che sia tardi so che quello che mi danno loro non me lo darà mai nessun altro

perchè mi fanno ricordare le cose veramente importanti : un sorriso, un abbraccio, un ti voglio bene sincero, una partita a carte tutti insieme o un disegno che mostra tutto l’amore che c’è

perchè quando i grandi baciano la piccola capisco che non farò mai niente di così grande quanto lo sono loro

perchè amo, amo la vita immensamente e anche se li lascerò liberi di volare nei loro sogni non posso immaginare di separarmi da loro.

 

 

Quando il terrore ti entra dentro

Scrivo per esorcizzare la paura, nella speranza che battere i tasti al cellulare focalizzi la mia attenzione altrove, permettendomi di ritrovare il sonno.
Ascolto i telegiornali solo di sfuggita, non voglio lasciarmi influenzare – ma come succede a tutti le notizie degli ultimi tempi mi costringono a pensare. A chiedermi, e se?
Non passo le mie giornate a rimuginarci ma soprattutto in vista dell’Expo mi sono spesso chiesta se siamo davvero al sicuro come fingiamo di essere.
Mi sono appena svegliata da un sogno in cui un uomo nero vestito di bianco con un fucile mi separava dai miei figli. O meglio, sapevo che stava per farlo e in un primo momento ho lasciato la mano di Nicolas, come per volermi proteggere, ma poi l’ho ripresa tenendola forte, che sono loro a dover essere protetti.
Mi sono svegliata e non é successo niente ma mi é rimasta dentro un’inquietudine profonda. Continuo a vedere immagini di noi sorpresi dai terroristi. Come potrei nasconderli?
Vedo Nicolas col suo faccino ingenuo ridere e venire scoperto e mi salgono le lacrime agli occhi.
La verità è che mi sento impotente e… terrorizzata all’idea che possa succederci.
Non saprei proteggerli.
Li sento piangere, vedo la paura e l’incomprensione nei loro visi – nel buio della notte mi sembra tutto così tangibile.
Eppure sono qui accanto a me e respirano beati. Ignari ancora della cattiveria del mondo.
Come sarà il futuro?
Ne sto per mettere al mondo un terzo, voglio che sia questo ciò che conosceranno?
Non ho ragione ora. Per un attimo, nel buio, lascio che sia il terrore a comandarmi.
E domani sarà tutto finito, sarà di nuovo una remota possibilità.
Per ora é qui. Dentro. E pulsa al ritmo dei miei battiti accelerati e delle lacrime calde che scendono fuori controllo.
I bambini no.
I miei bambini no.

La cosa che più mi urta

Ho aspettato un’ora. Entro nello studio e una faccia poco accogliente storta il naso alla vista dei miei figli. Non è tanto il principio, la regola, o qualsivoglia motivo ci sia alla base: è la faccia storta alla vista dei bambini. E’ l’arroganza della risposta alla mia domanda.

Io non li impongo mai. Evito di portarli dove non dovrebbero andare, non guardo telegiornali in loro presenza, cerco nel mio piccolo di salvaguardare la loro innocenza ma mai, mai e poi mai, nascondo loro gli aspetti negativi della vita. La vita è meravigliosa, ma la vita a volte è dura e non è sempre gentile come nelle fiabe.

I miei figli (specialmente Noemi) sanno di Nicole e sono venuti con me al cimitero in più occasioni. Non vado al cimitero tutti i giorni, non ci andavo prima e non ci vado ora che sono lontana. Ma Nicole è mia figlia e, anche se non è mai stata, è la loro sorella. Non deve pesare sulle loro spalle ma voglio che la conoscano, voglio che sappiano quello che due bambini così piccini possono capire: che hanno avuto una sorellina che non stava bene e che non è riuscita a stare nella pancia della mamma. Una sorellina che forse è in cielo, forse è in terra, che probabilmente sicuramente non conosceranno mai. Non credo alla vita dopo la morte per cui non ho cercato di indorare la pillola, cerco di assecondare quello che loro mi lasciano intendere di poter capire. Nicole è volata via. Dove, la mamma di preciso non lo sa.

L’ultima volta, quando l’abbiamo salutata a ottobre, i bimbi le hanno lasciato due piccoli giochi nella sua tomba. L’hanno fatto loro, non gliel’ho chiesto io.

WP_20141009_030

L’anno scorso ho provato a parlare un po’ di più con Noemi e ho scoperto in lei una sensibilità che mi ha sconvolta. Noemi ha un animo profondo, dolce, gentile. Noemi chiede e si affida a quello che le diciamo. E io non me la sento di mentirle.

Mamma perchè Piero è morto? mi ha chiesto un mese dopo che è successo. Gli s’è fermato il cuore, gioia, le ho risposto con un nodo in gola. E allora lei ogni tanto mi chiede di lui e mi dice che si ricorda dei piccoli episodi che non pensavo avesse nemmeno interiorizzato. Quando siamo tornati in un parco giochi qui vicino dov’eravamo stati con lui mi ha detto che era il parco giochi dove lei e Piero erano stati sull’altalena.

Ha chiamato una bambolina con le ali Nicole.

Ma non per questo soffre.

Ma non per questo le sto togliendo la sua infanzia felice.

E certamente non per questo posso essere giudicata.

Nemmeno da te, caro medico dei miei stivali, che mi dici che trovi ingiusto che io parli di questa mia figlia ai miei bambini, che mi guardi con lo sguardo duro e mi consigli, dall’alto della tua esperienza di bimba traumatizzata, di non portarli al cimitero.

Io non piango Nicole ogni momento, io non vado al cimitero tutti i giorni e non vivo nel suo ricordo costante e triste.

Ma Nicole è mia figlia. Nicole è la loro sorellina. E non ne hanno vissuto il dramma, per loro è un po’ come un angelo in cielo, una presenza leggera, che io racconto con parole dolci, non con il peso che ho nel cuore.

E allora ho aspettato un’ora e doveva essere un giorno felice, e tu che sei una donna come me mi hai fatto rinunciare. Mi hai portato a galla un dolore, mi hai giudicata come madre.

Mi faccio riconsegnare la ricetta, dico che non ho la minima intenzione di farmi visitare da lei – che non ho più la serenità per godermi questo momento.

Chiudo la porta con il cuore gonfio di rabbia e a mai più rivederci.

Novembre di traversate, ricordi e ricoveri

Novembre non ha fatto in tempo ad iniziare che è già finito, non riesco a fissare nella mia mente tutto quello che vorrei: il tempo corre, mi sfugge, si succedono grandi cambiamenti e piccoli impedimenti, si cerca di incastrare tutto e in qualche modo ce la si fa. Ma che stanchezza nel mezzo!

Due settimane fa è arrivato Salvo, in furgoncino con il nostro amico muratore che ci ha aiutato con il trasloco (una manna dal cielo, un viaggio indimenticabile) e due giorni dopo, giusto il tempo di un colloquio in un’importante azienda (speriamo speriamo speriamo), siamo ritornati giù, a recuperare gatti e macchina e a chiudere casa, ancora invenduta.

Una settimana soli io e lui, evento che non si verificava dal giorno in cui è nata Noemi. Avrei voluto passare gli ultimi giorni al mare, in solitudine io e lui, ma parte del mio cuore è legato alle persone che negli ultimi anni sono entrate nella nostra vita come una seconda famiglia, che alcune di loro definirle amiche non rende proprio. Non è vero che me ne vado arrabbiata, la rabbia c’è stata ma io adesso ho il cuore gonfio di bei ricordi.

Abbiamo raccolto conchiglie sugli scogli e abbiamo portato il mare da Nicole, che non l’ha mai visto e mai lo vedrà.

Abbiamo riso e scherzato e ci siamo sentiti carichi e pronti a partire, tranne poi addormentarci come due bimbi sul furgoncino che per fortuna non guidavamo noi.

Ci siamo autoinvitati a ogni pranzo e ogni cena ma entrando in casa sapevamo di essere attesi.

Abbiamo salutato Lyla che adesso ha dei nuovi meravigliosi “genitori”.

Ho mangiato la mia ultima crepe a Modica bassa.

Ho aperto il cuore e risposto a domande sul mio passato alle uniche persone che in otto anni hanno avuto la curiosità di chiedere. E l’ho fatto volentieri, senza imbarazzo.

Al mio compleanno mi è stato regalato un mortaio fatto a mano, non me l’aspettavo e non mi aspettavo nemmeno di commuovermi una volta che i saluti sono finiti e la porta s’è chiusa alle nostre spalle.

Abbiamo attraversato l’Italia per l’ennesima volta, carichi di bagagli ma soprattutto di affetto.

Salvo ha fatto il secondo colloquio nell’azienda che nemmeno nei progetti migliori. Stiamo ancora aspettando una risposta (entro fine anno, hanno detto) ma osiamo sognare e in fondo non smetteremo nemmeno se dovesse andar male.

Noemi è stata ricoverata due giorni e non abbiamo capito la causa, se un virus o un’indigestione o una botta in testa che ha preso. Però s’è divertita e dice che ci vuole tornare. Viaggiava nel corridoio con la sua flebo e sembrava una piccola donna, non più una bambina. Niente le procurava disagio, tutto la incuriosiva.

Abbiamo ancora decine di scatoloni chiusi e probabilmente rimarranno chiusi per un po’. Abbiamo un nuovo letto a castello in camera e sempre meno spazio dove muoverci. Ma abbiamo una casa e non importa quanto sia piccola e quanto ci pesteremo i piedi.

Ora siamo davvero pronti a ricominciare.

20141128_170947

Bambini bambini e ancora bambini: di vita vissuta e desideri

L’altro giorno, così, per sicurezza, ho chiesto a Noemi se le piacerebbe un altro bambino in famiglia.

Sì! mi ha risposto entusiata. Però mamma io voglio un fratellino più grande.

Vabbè lo sapete tutti che vogliamo il terzo figlio e che lo vogliamo da un pezzo, io da oltre un anno e Salvo da poco meno. In genere una volta che hai fatto la coppia la gente dà per scontato che tu sia soddisfatta e che si possa mettere un punto al capitolo famiglia e andare oltre. Pensare ad altro.

Innanzitutto, fare la coppia non è mai stato un obiettivo che mi sono posta, non avevo alcuna curiosità per il maschietto e se fosse venuta un’altra femmina sarebbe andata benissimo. Ora che ho Nicolas sono felicissima di avere nella mia vita un altro uomo: è un universo così diverso, un’esplorazione continua in diversi modi di sentire e di esprimersi che si vedono già dalla culla. Non avevo particolari desideri per la seconda (terza) gravidanza; al contrario ammetto di aver voluto una femmina con tutto il cuore quando sono rimasta incinta di Noemi, un po’ perchè già la desideravo quando ho scoperto di aspettare Nicole e un po’ proprio perchè l’avevo persa e desideravo ritrovarla. Insomma, poteva essere Nicolas o una bambina e sarei stata al settimo cielo alla stessa maniera.

Quindi per me l’aver fatto la coppia non significa niente. Amo entrambi i miei figli e apprezzo di loro ogni aspetto della loro femminilità (poca!) o mascolinità. Mi piace il confronto che hanno, mi piacciono le diverse dinamiche che si instaurano, odio quando litigano e amo osservarli di nascosto quando si siedono sul divano con un libro e Nicolas chiede a Noemi di leggerlo e lei gli racconta le immagini e risponde alle sue mille (incomprensibili) domande.

Non amavo i bambini prima di Nicole. E quando l’ho persa ho fatto fatica a rientrare in contatto con loro. All’inizio ero imbarazzata, non li capivo, non percepivo le loro esigenze, non sapevo cosa dir loro e detestavo che mi venissero intorno.

Non avrei mai pensato di arrivare oggi e desiderare con tutto il cuore di poter avere una grande famiglia.

Desidero il terzo figlio, che prima o poi arriverà, e non so se poi desidererò anche il quarto. Al contrario, non ho ambizioni lavorative o personali di particolare grandezza. Vorrei poter avere un po’ di tempo in più per me stessa ma mi rendo conto che al momento la mia felicità passa attraverso gli occhi dei miei figli.

Non mi sono rimbambita e anch’io sto attenta ai soldi e a volte ho paura che questo mio ottimismo verso la vita possa non essere ricambiato. Al momento nè io nè Salvo stiamo lavorando (ma… e incrociamo le dita non dico altro), abbiamo qualche piccolo risparmio e una casa da vendere quindi prima o poi un minimo di tranquillità finanziaria l’avremo. Non ora forse, non l’anno prossimo, magari fra dieci anni chissà. O forse finiremo sotto i ponti, ma finchè non succede non vedo perchè devo preoccuparmene. Siamo persone attente, il sognare e il desiderare non ci impedisce di essere razionali, ma ci permette di non scoraggiarci mai.

Ho davvero un forte desiderio di maternità. Amo la gravidanza in sè, è uno stato fisico che mi fa sentire utile, quando sono incinta mi sento in armonia con l’universo, come se alla fine il mio compito primordiale di donna fosse stato assolto. Amo sentire di avere vita dentro di me e amo pensare di aver creato io, insieme a mio marito, una cellula che è diventata un bambino in pochi mesi. Amo non sentirmi mai sola e amo gli ormoni gravidici che mi fanno sentire leggera (cosa che, avrete intuito, capita raramente nella mia vita mentale).

Amo il momento in cui ci si incontra e ora che ho vissuto anche l’incontro tra due fratelli non vedo l’ora di riviverlo, a tre. Quel momento magnifico in cui il grande accoglie il piccolo e lo riconosce come suo, esattamente come fa la mamma quando le appoggiano il figlio accanto.

Amo la maternità e come mi fa sentire. Amo la sensazione di avere un senso, un senso che per molti è normale e invece a me riempie. Amo vivere con i bambini e ricominciare tutto daccapo e riscoprire la vita che solo loro sanno ancora apprezzare così tanto. Amo rubare la loro fantasia e cercare di ritrovare la mia. Amo il non essere mai sola e l’essere sempre utile a qualcuno.

L’altro giorno prima di addormentarmi ho avuto un attimo di panico all’idea della terza (quarta) gravidanza. Quello stesso attimo di panico che ho avuto il mese prima di scoprire di aspettare Nicolas. Quello stesso attimo di panico che ho avuto il mese prima di rimanere incinta di Noemi. Quel panico che ti prende e che ti fa domandare, ommioddio ma ce la farò?

E’ che io già lo so. Non importa l’insicurezza, importa l’amore. Non importa che tipo di madre sarai, importa che sarai per sempre la loro mamma. Non importa la paura, loro ti daranno sempre un motivo per sognare ancora e per credere che la felicità esiste.

Io so che ce la faremo.

Così come sapevo che Noemi non sarebbe stata gelosa e avrebbe apprezzato un altro bimbo in casa. Ci sono attimi, minuti, di reciproca gelosia, ma i miei figli nell’essere fratello e sorella hanno trovato un’enorme risorsa e so che sarà lo stesso con il bambino che da qualche parte ci sta aspettando.

D’altronde Noemi ha saputo accogliere l’idea di una sorellina in cielo, si porta in giro una bambolina che ha chiamato Nicole e mi dice che noi non la possiamo vedere ma magari se la chiamiamo forte Nicole può vedere noi. 

E Nicolas ancora non comprende bene tutto questo, lui è nato già fratello ma è un bambino dolce, accogliente, pacifico.

Non ho dubbi su di loro, come non ho dubbi su di me. Come non ho dubbi sul papà.

SAM_0207

Io ho ancora posto nel cuore, ne ho ancora tanto. Non sono folle, in realtà ho trovato la mia strada e non c’è timore che tenga, non c’è giudizio, non c’è avvertimento. Io sono questa e cambieranno il dove il come il quando ma non cambierà l’essenza di quello che sento e di quello che mi porto dentro.

 

Esserci per gli altri… ma non per i figli.

Io ho scelto di esserci tutto il tempo che posso. Di prendermi (egoisticamente forse) tutto quello che posso. Di essere io quella che insegna loro a fare la pipì nel gabinetto. Di poter fare colazione con loro ogni mattina, di accompagnarli e andarli a prendere all’asilo. Di rinunciare a qualcosa di mio (più che altro il tempo libero) pur di poterli iscrivere in piscina o al giocasport dell’oratorio. Di essere io quella che un giorno mostrerà loro come volare lontano.

Io voglio esserci finchè loro vorranno. Io vorrei esserci il più a lungo possibile, ma non in maniera soffocante: voglio esserci perchè voglio vederli, voglio godere della loro infanzia e soprattutto della loro gioia di vivere.

Vengo spesso (mal)giudicata per questo. Perchè spreco la mia intelligenza, perchè non curo la mia persona (ma a me piace essere così, non lo sono diventata dopo i figli: io non amo nè truccarmi nè vestirmi ma non per questo mi sembra di andare in giro slavata), perchè non mi prendo del tempo per me stessa, perchè non coltivo hobby e passioni.

Tra gli hobby qualcuno ci infila anche il volontariato.

Perchè esserci per gli altri è importante.

Ma io che ho scelto di esserci per i miei figli sto buttando via del tempo prezioso.

Mi fa rabbia questo commento continuo, logorante. Mi fa rabbia perchè io sono una che mette l’anima in quello che fa, nel lavoro che avevo prima di trasferirmi in Sicilia così come nell’amore per la mia famiglia, marito o figli che siano. E sentirmi dire che sto sprecando tempo perchè mi prendo cura dei miei figli mi irrita. Figurarsi quando mi dicono che spreco la mia intelligenza.

Ho mille dubbi quotidiani. Spesso anch’io mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, per me e per i miei figli, se essere mamma a tempo pieno sia veramente appagante come dico. A giorni lo è, a giorni no. A giorni mi manca qualcosa, ma molto più spesso mi rendo conto che ora come ora non me la sento di rinunciare al tempo che passo con loro.

Finchè non c’è un bisogno economico, io preferisco così.

Se mi offrissero un part time sarebbe altra storia, ma al momento ti chiedono anche l’anima quando possono e io no, io non posso. Ci penso eh, quasi tutti i giorni. Penso a cosa mi piacerebbe fare e ho un paio di idee in testa. Un paio di idee che richiedono impegno e passione e io ce li metterei anche. Ma poi gira che ti rigira, sarò pigra, sarò gelosa, non me la sento e lascio perdere.

Io questi attimi li voglio vivere tutti. Finchè loro mi vorranno come centro del mondo, io voglio poterlo essere.

WP_20140514_00420140516225821

 

 

 

Lettera a mia figlia

Cara Noemi,

(pensavo a te mentre passeggiavo in spiaggia ieri pomeriggio, dopo avervi lasciato a casa con il papà perché avevo bisogno di una boccata d’aria e di sbollire un po’ di rabbia) ti auguro nella vita di non assomigliare a me.

Ti auguro di non essere così forte e determinata, perché la gente ti farà soffrire e vedrà sempre e solo la tua corazza, non vedrà mai il tuo cuore. Preferirà chiamarti arrogante e tenterà di metterti i bastoni tra le ruote con un mezzo di cui i più ignorano la potenza: la parola.

Ti auguro di non essere sensibile come me, perché ti spezzeranno il cuore e passerai ore, giorni, settimane e magari mesi a chiederti cos’hai sbagliato, quando invece non hai sbagliato niente.

Ti auguro di non voler avere il controllo di tutto, perché alla fine ti troverai a dover fare anche quello che spetta agli altri, e non ti aspettare grazie: non arriveranno.

Ti auguro di non essere intelligente, perché capirai troppo presto che le cose non funzionano e cercherai di fare la tua parte per cambiarle, ottenendo in cambio solo sconfitte. Persino le persone che cercherai di aiutare ti si rivolteranno contro.

Ti auguro di non essere coraggiosa, perché vorrai sempre di più e te lo andrai a prendere a scapito di tutto. Eppure ci sarà sempre qualcuno che vorrà rovinare le tue conquiste, qualche volta riuscendoci, qualche volta no. Ma in ogni caso spesso ci vuole troppo dolore e forse è meglio accontentarsi e non andare oltre.

Ti auguro di non avere empatia e non provare mai a metterti nei panni degli altri: c’è già abbastanza dolore nella propria vita, non c’è bisogno di cercarne altro fuori.

Ti auguro di essere egoista e non curarti di chi hai accanto: non farà che rallentare i tuoi progetti e metterti in testa dubbi di cui non hai bisogno. Vai per la tua strada e investi chiunque ti si metta in mezzo.

Ti auguro di non provare un amore troppo grande verso nessuno, eviterai di starci male quando ti ferirà o quando non ci sarà nel momento del bisogno, sia un’amicizia o l’amore della tua vita.

Ti auguro di non vedere, non sentire e non parlare, vedrai che vivrai meglio. Ti auguro di saper distruggere le persone con il pettegolezzo e comunque di continuare a far loro la bella faccia. Ti auguro di non avere peli sullo stomaco, di passare sopra a tutto e a tutti, di non preoccuparti di cosa provano gli altri. Ti auguro di non sentire mai l’esigenza di guardarti allo specchio e vedere chi realmente sei.

Ti auguro di non essere come me, di non provare mai dolore, mai rabbia, mai tristezza, mai delusione, mai amarezza. Ti auguro di vivere in piccolo, come fanno molti, che tanto va bene così. Ti auguro di non essere nemmeno consapevole che sei viva, così non capirai mai l’importanza e la fragilità della vita ed eviterai di doverne rispettare il valore.

A questo pensavo ieri mentre passeggiavo.

Ero piena di rabbia e pensavo che vorrei risparmiarti tutto quello che sto provando io.

Cara Noemi, no. Io ti auguro di assomigliarmi un po’.

Vorrei tenerti lontano dal dolore, dalle delusioni, dal cuore che si sgretola nel petto e tu ne senti l’eco da fuori. Ma non posso: la vita è anche questo e se vuoi viverla davvero devi provare tutto. Ti auguro di avere il coraggio di andare avanti comunque, di ascoltare solo chi ti vuole davvero bene o comunque chi ti parla con il cuore. Ti auguro di avere la forza e la determinazione di cambiare quando la situazione lo richiede, la forza di lasciare andare le persone che ti hanno deluso, l’onestà verso te stessa per poter continuare a guardarti allo specchio e sentirti a posto, l’energia per fare le cose senza appoggiarti agli altri, la sensibilità per essere in grado di metterti nei panni di chi hai di fronte e di capirlo anche quando ti mostra una maschera. Ti auguro di essere generosa, intelligente e soprattutto di saper amare.

Non ti posso garantire una vita facile, ma ti posso insegnare una vita piena. Ti posso insegnare che nonostante tutto vale la pena vivere, ti posso insegnare che dolore e felicità spesso sono le due facce di una stessa medaglia, ti posso mostrare la forza delle passioni, ti posso raccontare la bellezza che ci circonda.

Le persone vuote questo non lo vedono.

Le persone vuote non lasciano traccia.

Si disintegrano al suolo appena la loro luce si esaurisce.

Ama Noemi, ama forte. Non ti fermare mai. Corri a prenderti quello che desideri, insegui i tuoi sogni, non ascoltare chi ti dice che non sei in grado. Vivi, Noemi. Vivi.

foto 2 (8) 

 (Dolce piccolo Nicolas, ho scritto a Noemi perché in questo mondo a volte essere una donna è più difficile, ma auguro a te le stesse cose, e soprattutto ti auguro di essere un uomo in grado di prendersi cura di chi ama, un uomo sensibile anche quando in fondo tutti ti vogliono solo forte e sprezzante. No, essere uomo è anche saper amare, sapersi donare. Essere uomo è molto più di quello che vogliono farci credere.)

Quei momenti in cui vorrei perdermi

Sono seduta davanti a questo mare.

mare a settembre

Che non è proprio questa spiaggia ma l’effetto oggi era identico. Perchè io vado al mare senza cellulare e senza tecnologia in genere, se no già lo so, invece di vivermelo tento di fotografarlo e tanto le foto non vengono mai come vorrei. Cambiano il ricordo, lo immobilizzano in un’immagine che poi non è mai quella che ho nel cuore.

Comunque.

Sono seduta davanti a questo mare. Noemi mi massaggia i piedi e Nicolas mi accarezza la schiena, dipingendo con la sabbia come se fossi un foglio bianco. Non c’è molta gente, gli stabilimenti non mandano musica a tutto volume. Non è tempo di divertimento, non è l’agosto sfrenato dei giochi e della confusione: è settembre. Il settembre del post-sbornia, il settembre del lento riprendere.

La spiaggia non è deserta ma ognuno ha il suo angolo di mare, anche noi. Sto lì, con una bambina davanti e un bambino dietro, con la pancia vuota e la consapevolezza che nemmeno questo mese si riempirà. Penso a un sogno che ho fatto stanotte, a lei che è tornata, per dirmi che non è vero che sono morta, sono qui e sono incinta di sette settimane e so che ho un tumore e che probabilmente non vedrò questo bimbo crescere ma mi sorride come se avesse tutta la vita davanti. Mi sorride di quel sorriso consapevole, che solo chi sa cos’è il dolore ha. Ed è un sorriso bellissimo.

E sto lì, con il solo rumore delle onde a farmi compagnia, con le manine dei miei figli che accarezzano la mia pelle, e mi ricordo di aver sognato anche lui ieri, ma non ho immagini nella mia mente. So solo che in qualche modo, per qualche breve attimo, l’altro giorno ho perso una lacrima dicendomi, ma allora è vero, non ci sei più.

I bimbi si spostano, Nicolas tra le ginocchia e Noemi più su, appoggiata al ventre vuoto, la stringo in un abbraccio e ci culliamo tutti e tre al ritmo delle onde. Passa un signore e mi dice, come una grande culla, è questo l’effetto che mi fate… sorride e passa via.

Mi cullo nei miei pensieri, mi cullo i miei bimbi che improvvisamente sono tranquilli e silenziosi, stanchi forse, o in profonda comunione coi miei stati d’animo.

Settembre non mi delude mai, penso.

Frustrazione e smarrimento: la mamma pubblicamente crocifissa

Chino la testa e mi cospargo il capo di cenere.

Ho sbagliato, sbaglio e sbaglierò.

So di farlo, non so come evitarlo, continuo a ripeterlo, cerco soluzioni nuove e complico la vita a me e ai miei figli.

Pensavo che la difficoltà estiva sarebbe stata togliere il pannolino a Nicolas e invece nel giro di una settimana tutto fatto. Non mi sono nemmeno troppo applicata, un po’ per mancanza di voglia un po’ per mancanza di energia e un po’ per provare il gusto di questo “vediamo se è pronto”. E lo era. Certo, continua a capitare un po’ di pipì qui e là, e notoriamente, almeno fino al mese scorso, lui amava fare la cacca mentre la sua mamma si concedeva i pochi incontri con i pochi amici rimasti. Che un po’ fingevo e un po’ era proprio impossibile: puzzava tremendamente e aveva quella inconfondibile palla compatta che penzolava dalle mutande.

Ma tant’è, pannolino andato. Da due mesi ormai, notte compresa. E incidenti notturni per ora quasi zero: uno solo se non ricordo male, e credo si trattasse più che altro del freddo e del fatto che avevo lasciato la finestra della cameretta aperta in una nottata decisamente poco estiva.

Il nostro problema quest’estate è un altro, non nuovo in effetti (ora che ci penso è capitato con Noemi alla sua stessa età): il riposino pomeridiano. Santa Mecca della mamma esaurita esauriente.

Dal giorno in cui abbiamo messo piede in terra sicula, i miei bimbi hanno iniziato a riprodurre fedelmente alcuni episodi di Sos Tata di fronte ai quali avevo spesso sorriso. Urla, salti, risate, piedi sbattuti, pianti da parte loro e – orrore – grida, rimproveri e sculaccioni da parte nostra.

Io non sono una mamma del tutto contraria allo sculaccione, credo che in certi momenti serva come freno, come contenimento, come rottura. Rottura di un circolo vizioso (raramente mi capita coi capricci, invece, quelli per paradosso li gestisco benissimo) e rottura momentanea della complicità che quasi sempre ho con loro: eh no, adesso non sono “amica”, adesso sono mamma. Fino a qualche mese fa ne avevo dati veramente pochi. Mi viene molto più semplice gridare, perchè purtroppo tendo ad alzare la voce con niente e non solo con loro. Ma da quando siamo tornati ho, e hanno, perso il controllo. Spesso si addormentano sfiniti dalla lotta che portiamo avanti, per quasi un’ora. Che tante volte, specie per quanto riguarda Noemi, mi sono chiesta se forse era arrivato il momento di non farla più dormire. Ma poi dormono, eccome se dormono. Hanno provato a sfiorare le quattro ore di nanna pomeridiana e comunque dormono la notte senza problemi. Quindi non è questione di bisogno. E’ una lotta di potere, sono le prime sfide, che forse partono dalla grande e che il piccolo prontamente imita. Ma su noi genitori sono devastanti. Lo dico veramente chinando il capo e spargendomi la testa di cenere: io mi sento una madre pessima in quei momenti.

Ottengo sì quello che voglio, ma a quale prezzo?

Fuori casa i miei figli sono esemplari: composti, educati eppure vivaci e sorridenti. Ascoltano, fanno pochi capricci, camminano mano nella mano.

Appena varcata la soglia di casa è un incubo. Non sempre ma spesso.

Che ho provato a pensare che fosse la mia sindrome premestruale, che fossero i miei lutti, che fosse il mio nervosismo, che fosse la mia ansia e la mia poca pazienza ma no. Forse sono proprio loro.

Non amo essere sfidata. Reagisco male. Colpisco forte – a parole: non sono una che alza le mani, non ne ho le doti fisiche.

Non ero mai stata sfidata da un bambino prima d’ora, e ora che sono i miei figli a farlo mi sento persa. Perdo il controllo di me, mi sale la rabbia, vorrei urlare, vorrei allontanarli da me, vorrei che mi lasciassero in pace. Non capisco e divento matta. E non posso scappare, cosa che ero abituata a fare per sbollire. E devo pure trattenermi, cosa che non mi fa esplodere ma… implodere.

Il mio grande problema è che ho grosse difficoltà a gestire la rabbia, il che è abbastanza semplice con un adulto. Fare scene con un adulto (nello specifico: mio marito) non mi scompone più di tanto. L’adulto comprende. Si arrabbia, magari ti risponde pure (ma non mio marito) ma capisce che sei arrabbiata e come inizia finisce.

Gestire la rabbia coi bimbi è difficile. Non puoi urlare loro addosso tutto quello che hai dentro, non puoi certamente picchiarli (beninteso: lo sculaccione è un’altra cosa), non puoi chiuderti la porta di casa dietro le spalle e ciao.

L’altro mio grosso problema è che ho sofferto e superato la depressione ma comunque qualcosa dentro rimane. E se generalmente sono una persona piena di autostima (duramente conquistata negli anni), con loro mi perdo. Mi basta un piccolo fallimento per crollare e sentirmi mancare la terra sotto i piedi.

E’ così che mi sento a volte: una mamma fuori controllo. Una mamma che alza troppo la voce, una mamma autoritaria e non autorevole, una mamma che le tendenze moderne metterebbero in croce facilmente.

Ogni volta che sbaglio penso a tutte le possibili soluzioni che conosco, ai consigli degli esperti, all’assecondare di più le esigenze dei bimbi, a quanto sbagliato sia stato quello sculaccione (e infatti improvvisamente entrambi i miei figli alzano le mani più spesso di prima – e magari è normale ma dentro di me penso sia tutta colpa mia). Penso di aver toccato con mano un mio limite e a quanto destabilizzante questo sia, quando sei mamma e non semplicemente una persona ordinaria.

Non è di fronte allo specchio che io devo fare i miei conti, è di fronte ai miei figli.

Di fronte a loro giusto e sbagliato diventano immensi.

E io piccolissima.

SAM_1166