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Un inizio e… una fine.

Ho (ri)cominciato a scrivere questo blog nel lontano 2008, mi ero trasferita in Sicilia da un paio di anni e avevo perso il lavoro in concomitanza col matrimonio (strano). Mi sentivo sola. Scrivere mi faceva bene: era uno sfogo, era una riflessione, era un modo di comunicare con amici e parenti lontani. In effetti quando rileggo le prime pagine di questo blog rivedo tutta la confusione dei miei venticinque anni, il tumulto che avevo in testa. Persino la gravidanza di Nicole, quel poco che è durata, è raccontata con superficialità e quasi fastidio (con lei le nausee sono state tremende, ma l’amavo e l’avevo desiderata da quando avevo poco più di vent’anni).

Poi l’ho persa e, volente o nolente, sono dovuta passare attraverso l’incubo dell’aborto terapeutico.

Sono cresciuta. Da allora, dal momento in cui tutto girava intorno a me, la vita ha preso una piega diametralmente opposta: tutto gira intorno all’essere mamma e quindi ai figli. All’epoca era lei, che non c’era più, e adesso sono Noemi, Nicolas e Emmaluna.

Io ci sono ma solo in parte. Non mi sento annullata, anzi. Mi sento viva.

Molte cose sono cambiate: la città, il lavoro di Salvo, le distanze, i sogni, gli impegni. La mia mente è cambiata. Sono una donna ora. 

Non è il tempo che mi manca per scrivere, è l’esigenza. Non ho più bisogno di raccontarmi per stare bene o per cercare conforto. Quelle cose ormai le trovo in me, o nei miei figli, nella vita piena di sorrisi che mi regalano.

Questo spazio rimarrà comunque aperto perchè molte donne e madri mi cercano per il loro conforto, per condividere con me l’esperienza dell’aborto terapeutico e ricevere in cambio qualche parola, che forse non fa la differenza ma penso possa scaldare il cuore e aiutare a sentirsi meno sole.

Per questo io ora passo e chiudo.

Grazie a tutti voi che siete passati, che avete condiviso con me, che mi avete abbracciata anche solo virtualmente. 

Un abbraccio a tutti voi,

Claudia

Tratto da “Il gattopardo”

“Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai vicerè spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già completamente perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”

Adesso Chevalley era turbato. “Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato.”

“L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa delle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.”

Parlava ancora piano, ma la mano attorno a San Pietro si stringeva; l’indomani la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata. “Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portare loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo della manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.”

Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l’ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati e denutriti, aveva sentito parlare del teatro dei burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero antiche tradizioni autentiche. Disse: “Ma non le sembra di esagerare un po’, principe? Io stesso ho conosciuti a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi sono sembrati tutt’altro che dormiglioni.”

Il Principe si seccò: “Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto, avevo già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata con una goccia di sudore; e dopo ancora, le pioggie, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi momumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d’animo.”

L’inferno ideologico evocato in quello studiolo sgomentò Chevalley più della rassegna sanguinosa della mattina. Volle dire qualcosa, ma Don Fabrizio era troppo eccitato adesso per ascoltarlo.

“Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni già è tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarrano convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. Ma mi scusi, Chevalley, mi sono lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito.”

(…) “Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare; se gli uomini onesti si ritirano, la strada rimarrà libera alla gente senza scrupoli e senza prospettivi, ai Sedàra; e tutto sarà di nuovo come prima, per altri secoli. Ascolti la sua coscienza, principe, e non le orgogliose verità che ha detto. Collabori.”

Don Fabrizio gli sorrideva, lo prese per la mano, lo fece sedere vicino a lui sul divano: “Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘i Siciliani vorranno migliorare’. (…) I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che si credono perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una diecina di popoli differenti esse credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri del re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti vicerè spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?

“Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è del feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità.”

“Il Gattopardo” , Tomasi Di Lampedusa, ed. Feltrinelli

Elogio a Fabio Volo

Come potrei convincerti che saprò amarti se non sapessi amare me stesso?
Come potrei renderti felice se non potessi rendere felice me stesso?
Da questo momento mi tolgo ogni armatura, ogni protezione.
Con questo non ti sto dicendo “viviamo insieme”. Ti sto dicendo “Viviamo”. Punto.
Non sono innamorato di te…Io ti amo.
Per questo sono sicuro. Nell’amare ci può anche essere una fase di innamoramento, ma non sempre nell’innamoramento c’è vero amore. Io ti amo.
Come non ho mai amato nessuno prima. E sono anche innamorato di te.

Amore, lo so che non leggerai, ma io vorrei dire al mondo intero che ti amo tanto. Ti amo profondamente. Ti amo come si può amare la propria vita. Al di sopra del bene e del male. E soprattutto dei piccoli problemi di ogni giorno.

A grande richiesta (UN GRANELLO DI SABBIA)

Corri, corri, bambina. Non lasciare che questo mondo ti raggiunga. Scappa, supera questi mille stanzoni senza fine, uno dietro l’altro, uno dietro l’altro… Non finiscono mai. Questa vita è tua.

Corri, bambina, corri. Crea il tuo mondo passo dopo passo, distruggi ogni regola, crea il tuo pensiero. Rendilo reale, inseguilo.

Sogna, sogna, bambina. Non permettere a nessuno di entrare nel tuo mondo. Scappa, sogna, corri.

Non fermarti, non soffrire.

Corri, piccola. Sogna.

Si apre una porta e se ne chiude un’altra. Ti senti persa, vuoi tornare indietro. Ma non ce n’è bisogno.

Corri verso il futuro, lascia il passato alle spalle. Ciò che è stato è stato. Corri, non voltarti. Il passato lo porti nel cuore, non morirà mai. Chi ami vive con te.

Sogna forte. I sogni sono linfa vitale. Non voltarti, il passato non perdona. E’ un’ombra che ti segue, ma il sole è davanti, l’ombra ti si incolla dietro. Non guardarla. Credici.

Un tramonto, una visione.

Una nuova porta si apre, una nuova stanza comincia. Entra. Corri. Sogna.

Piccola, invisibile, quasi senza consistenza fisica. Corri, non fermarti, bambina. Cresci senza crescere. Cambia senza cambiare. Sii te stessa, con le tue mille facce, con le tue mille reazioni. Non essere coerente con il passato.

Il futuro è sempre nuovo. Sogna.

Corri e questa corsa non avrà mai fine. Il silenzio di questi enormi stanzoni ti spaventa, non c’è nessuno che ti prende fra le braccia, che ti coccola e ti consola. Le lacrime, cadendo al suolo, producono un’eco, un suono angoscioso che sembra eterno. Ti accompagna nella corsa, ma tu corri, bambina, La vita ti chiama.

Apri questa porta, non fermarti. Non fermarti, no… no, bambina, no! Urla il tuo sì! Non fermarti, no…

No.

Ti sei fermata. La vita è tua. Non ascoltare quelle voci, non stancarti così presto. C’è il sole, non è un tramonto.

E’ l’alba. E’ un’alba che durerà per sempre, che non ti lascerà mai sola.

E’ dietro alla porta – una nuova porta, una nuova alba. Non fermarti ora.

Cresci. Crescere non significa morire… e quelle lacrime non sono dolore. E’ amore racchiuso in un infinito.

Quest’infinito che è la vita. Corri, nessuno ti ha abbandonato.

Questa porta sembra così pesante, bambina. E tu sei così piccola, così appassita. Un fiorellino senz’acqua… e le tue lacrime? Sono acqua. Sale della vita. Non sono salate.

Sogna, bambina, sogna. Aggrappati forte.

Ma ti sembra già tutto inutile…

Così piccola… così inconsistente.

Una mano s’è appoggiata sulla tua spalla. Ti dice, corri, piccola, corri. Questo stanzone enorme, questo vuoto immenso non sarà mai troppo grande. Un granello di sabbia illuminerà il tuo cuore e ti starà accanto.

Persa nell’eco di questa stanza, ti sembra tutto così difficile.

Non fermarti, bambina. Sii coraggiosa.

Quella è una finestra. Quello è il sole. Un granello di sabbia.

Il blocco dello scrittore

Diciamo che in questo periodo sono portata a pensarci più spesso: tutti si ricordano una Claudia decisamente logorroica nello scrivere, racconti, lettere, poesie, e persino un paio di volumi che potrebbero anche chiamarsi libri. Ovviamente mai pubblicati, e l’unico pubblicato, una gran truffa. Che a pensarci ancora mi sale la rabbia.
Mi piacerebbe riportarne qui qualcuno, ma effettivamente mi trovo di fronte alla scelta di non sapere quale, e poi comunque… non sono neanche sicura che qualcuno lo leggerebbe. Un racconto non è un commento. Un racconto è un racconto.
E in ogni caso, nuovi non ce ne sono da un pezzo. L’ultima volta che ho provato a scrivere è stato circa un anno fa: il risultato non è stato dei migliori. In realtà molto bella la prima pagina. Sono bravissima negli inizi, nell’attaccare. Ma poi mi trascino. E poi torno a essere bravissima nel chiudere, per il semplice motivo che questo meraviglioso "flow of consciousness" che mi accumuna con grandissimi scrittori (James Joyce fra tutti) è stupendo quando dal niente ti butta nel tutto… ma il tutto è talmente caotico che poi è stupendo anche quando dal tutto si ripassa al niente. Si chiude la finestra e si smette di guardare cosa succede là dentro, in uno spezzone di vita qualsiasi.
Ciò non toglie che se qualcuno vuole leggere qualcosa, io sono veramente più che disponibile a mandarvelo via email. Ma qui sopra no… forse non avrebbe molto senso.
Eppure mi logora il non riuscire più a scrivere, ora che paradossalmente avrei così tanto tempo da dedicare alla scrittura…
Allora mi ritorna l’antica domanda: cosa vuol dire per te scrivere?
Era uno sfogo.
Scrivevo perchè non ero in grado di far uscire da me quel gomitolo intricato di emozioni che mi paralizzava e mi faceva inciampare ad ogni passo della vita.
Avevo scoperto che quando scrivevo la gente riusciva a capirmi, a entrare in quel mondo buio da cui non ero più in grado di uscire.
E ora che sono felice, che senso ha scrivere?
Forse nessuno più.