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Vale la pena vivere

 

 

… mi chiederai, sì ma perchè?

 

 

Ed è quello che mi chiedo io quando mi guardo intorno e mi viene da pensare se la vita che ho donato ai miei figli sia stato un regalo a loro o a me. Io amo il mestiere di mamma (e questo si è capito) ma ogni tanto il dubbio mi viene.

Stragi, guerre, uomini cosiddetti civilizzati che trucidano balene e altri animali, ragazzi indottrinati di non si sa quale religione che si fanno saltare in aria massacrando centinaia di persone, violenza, violenza ovunque.

Mi spaventa la violenza.

A volte mi fermo senza respiro a guardare quello che mi succede intorno e mi chiedo, avrò fatto bene?

L’altro giorno, frastornata dai fatti di Parigi, mi sono detta, basta, basta. Se avevo qualche incertezza di fronte al fatto che Emmaluna sarà la mia ultima figlia, ecco, in quel momento ho semplicemente pensato, basta. Basta figli.

Ieri sera mio marito leggeva una fiaba ai bimbi di là in camera e io avevo la piccola sulla pancia, seduta. Mi guardava coi suoi occhioni stralunati  e rideva, e io la guardavo e mi chiedevo se avevo fatto bene a farla venire al mondo.

A questo mondo. 

Ma cosa ci sta succedendo?

Siamo veramente degni di essere chiamati umani?

Come sarà la loro vita? E se scoppierà la terza guerra mondiale? E se si troveranno faccia a faccia con il terrore? E se dovranno anche loro vivere quello che troppi, troppi bambini vivono nel mondo? E se un giorno anche loro dovranno scappare su un barcone?

Sono consapevole che sono pensieri di una mamma occidentale, abituata a stare bene, forse pensieri anche un po’ stupidi di fronte a chi le tragedie le vive quotidianamente e non solo attraverso il tran tran delle notizie.

Sono pensieri. Giusti sbagliati coerenti o ipocriti. Non lo so.

So che a volte ho paura che i loro sorrisi possano essere spezzati da qualcosa più grande di tutti noi. Ho paura di non poterli proteggere. Ho paura di aver sognato un mondo che non esiste.

Eppure lo so, in fondo al mio cuore, lo so.

Vale la pena vivere.

Perchè se no avrebbero vinto loro.

I cattivi.

E invece, come ha risposto Noemi l’altro giorno al mio tentativo di raccontare la guerra e il terrorismo, i supereroi, lo sai mamma, uccidono i cattivi.

Nuova vita

 

 

Quando il terrore ti entra dentro

Scrivo per esorcizzare la paura, nella speranza che battere i tasti al cellulare focalizzi la mia attenzione altrove, permettendomi di ritrovare il sonno.
Ascolto i telegiornali solo di sfuggita, non voglio lasciarmi influenzare – ma come succede a tutti le notizie degli ultimi tempi mi costringono a pensare. A chiedermi, e se?
Non passo le mie giornate a rimuginarci ma soprattutto in vista dell’Expo mi sono spesso chiesta se siamo davvero al sicuro come fingiamo di essere.
Mi sono appena svegliata da un sogno in cui un uomo nero vestito di bianco con un fucile mi separava dai miei figli. O meglio, sapevo che stava per farlo e in un primo momento ho lasciato la mano di Nicolas, come per volermi proteggere, ma poi l’ho ripresa tenendola forte, che sono loro a dover essere protetti.
Mi sono svegliata e non é successo niente ma mi é rimasta dentro un’inquietudine profonda. Continuo a vedere immagini di noi sorpresi dai terroristi. Come potrei nasconderli?
Vedo Nicolas col suo faccino ingenuo ridere e venire scoperto e mi salgono le lacrime agli occhi.
La verità è che mi sento impotente e… terrorizzata all’idea che possa succederci.
Non saprei proteggerli.
Li sento piangere, vedo la paura e l’incomprensione nei loro visi – nel buio della notte mi sembra tutto così tangibile.
Eppure sono qui accanto a me e respirano beati. Ignari ancora della cattiveria del mondo.
Come sarà il futuro?
Ne sto per mettere al mondo un terzo, voglio che sia questo ciò che conosceranno?
Non ho ragione ora. Per un attimo, nel buio, lascio che sia il terrore a comandarmi.
E domani sarà tutto finito, sarà di nuovo una remota possibilità.
Per ora é qui. Dentro. E pulsa al ritmo dei miei battiti accelerati e delle lacrime calde che scendono fuori controllo.
I bambini no.
I miei bambini no.

E dopo gli uomini che vanno con gli uomini, siore e siori…

… potevano secondo voi mancare i neri?

E ovviamente, no.

Come sapete, ho una mia personale idea dell’immigrazione e degli sbarchi ed è anche un argomento che per oscuri motivi mi sta particolarmente a cuore. Io non obbligo nessuno a pensarla come me, non obbligo nessuno a cambiare idea e non obbligo nessuno a sentire quello che sento io. Vorrei però, se non chiedo troppo, essere esentata da certi discorsi.

Perché per me era già abbastanza il punto di vista della signora su omosessuali e transessuali, avrei volentieri fatto a meno del punto di vista di un filonazista ottantanovenne.

Anzi quando l’ho incontrato è stato anche carino e gentile coi bimbi, sembrava un ottantanovenne – no, non sembrava un ottantanovenne, nei fatti – come molti: anziano ma in gamba, lucido, chiacchierone. E a me gli anziani spesso piacciono. Mi ha tenuta qualche minuto in strada a parlare del mondo moderno, del menefreghismo che ci vuole di fronte a certe situazioni. Nicolas e Noemi fremevano per venire via e allora ho fatto un cenno come per salutarlo e lui ha concluso così: sa, signora, una cosa sola abbiamo sbagliato con i negri. Già che dice negri mi urta e mi sale quel prurito, quel prurito primordiale che spingerebbe una gazzella a scappare non appena ha il sentore di un leone nei paraggi. Ma per – gentilezza? –  resto.

Sa cosa abbiamo sbagliato coi negri? Che a Hitler hanno fatto chiudere i campi di concentramento! Tutti, tutti, compresi i bambini, ce li avrei mandati! Porco mondo (che in realtà non era mondo ma una bestemmia bella e buona, esclamata di fronte ai miei figli), io ho mangiato la merda, cosa vogliono loro?!?

Arrivederci?

Ma spero a mai più.

Oggi pomeriggio mi sono distratta trenta secondi e non ho più visto Nicolas. Di solito non mi spavento perché so che si nasconde dietro qualche cespuglio, ma stavolta ho avuto una stretta di panico. Dopo un minuto che mi è sembrato un’eternità l’ho visto a qualche decina di metri da me, accompagnato da due anziani. Mi hanno guardata storto quando ho risposto che ero io la madre e che mi ero girata a controllare Noemi quando ho perso di vista lui. Mi hanno squadrata da capo a piedi. Mi hanno spiegato che era in mezzo alla strada e l’ha recuperato un ragazzo di colore.

Un negro.

La strada era piena di gente e mio figlio ha camminato per cinquanta metri prima che qualcuno lo fermasse. E l’unica persona che l’ha fermato è stato un ragazzo di colore che poi è andato via, senza rimproverarmi, senza neanche vedermi. L’ha preso dalla strada, ha chiesto a questi due signori se sapevano chi era la madre e al loro offrirsi di controllare è svanito, come ogni angelo che si rispetti.

Non ho mai perso di vista i miei figli in questo modo, ho sempre saputo dov’erano. Quando incontro qualcuno per strada non lo guardo mai negli occhi mentre parlo, perché sono totalmente concentrata a tenere d’occhio i bimbi. Con le orecchie ascolto, con lo sguardo controllo. Ma oggi no. Forse ero stanca, forse ero convinta che Nicolas non si sarebbe allontanato da me (non l’ha mai fatto), forse semplicemente doveva succedere. Due anni fa mi era successo con Noemi, due secondi, mi giro a posare le borse sul marciapiede, ombrello in una mano, chiavi nell’altra, la bimba appena lasciata accanto all’auto, a dieci centimetri da me, e improvvisamente riprendo le borse e lei è in mezzo alla strada. Una macchina è entrata un attimo dopo averla recuperata.

Ho pensato che avesse una buona stella.

L’ho pensato anche oggi con Nicolas.

La buona stella nel mio cuore è Nicole, ma razionalmente so che non è così. E’ stato un caso, un caso fortunato.

Ho perso i miei figli di vista trenta secondi ed erano in mezzo alla strada.

Una madre di colore perde i figli di vista trenta secondi e annegano in mare, quando il barcone si capovolge.

Stavo uscendo da due negozi.

Stava scappando da uno sterminio di massa che nessuno racconta più.

Un ragazzo di colore ha preso per mano mio figlio e l’ha tolto da in mezzo alla strada.

Cento uomini bianchi non hanno risposto all’sos lanciato dal barcone.

Mio figlio dorme nel suo lettino stasera.

Decine di bimbi giacciono sul fondo del mare.

E un vecchio signore, insieme a tante altre persone, si lamenta perché non dovevamo chiudere i campi di concentramento, dovevamo sterminarli tutti, anche i bambini, porco mondo.

Se questo è un uomo.

Io giudico.

Spesso, quando parlo con qualcuno, lo sento dire “Io non giudico nessuno, ma…“. E’ una frase che oltre ad essere ambigua a me suona ipocrita.

L’ho detta migliaia di volte anch’io.

E invece no, io giudico. Noi giudichiamo, eccome.

E..?

Quindi?

Che male c’è?

Credo sia piuttosto normale farlo. Non è il giudizio su un comportamento che ferisce, non è l’esprimere apertamente la propria contrarietà all’aborto che ferisce chi l’ha compiuto, non è l’essere oneste di fronte a un corpo tatuato e dire “Non mi piace” che fa sentire l’altro male, non è l’ammettere di non voler fare la mamma a tempo pieno che ferisce chi lo è.

Quello che fa male è l’impedire all’altro di vivere serenamente.

Fare propaganda contro chi abortisce mettendo le persone al rogo anche se non fisicamente. Impedire a un uomo tatuato dalla testa ai piedi di diventare manager. Dire che una mamma a tempo pieno non fa niente.

Questo è quello che ferisce.

Perchè il giudizio è parte di noi. Noi giudichiamo da sempre – e menomale che lo facciamo perchè altrimenti non saremmo in grado di scindere il bene dal male, la bugia dalla verità, il nero dal bianco. Ognuno di noi ha una propria morale, che magari è opposta a quella dell’altro ma finchè non si pretende di far vivere all’altro la propria vita, con le proprie convinzioni, non vedo dove sia il problema.

Io giudico.

Lo faccio ogni giorno.

Negli ultimi mesi ho spesso giudicato tipi di maternità differenti dai miei, ammetto di aver anche alzato un po’ i toni, ma erano in risposta a una serie di provocazioni che avevano l’obiettivo di screditarmi. Io giudico duramente se mi devo difendere, ma poi non mi intrometto nelle vite altrui cercando di adattare il loro pensiero al mio (facciano quel che pare loro, io il mio modo di essere mamma l’ho trovato). Anzi, la cosa che mi spiace è quando mi si chiedono consigli ripetutamente, consigli che io non amo dare per cui metto sempre la mia esperienza davanti, sottolineando che è personale e non certo universale, e alla fine, quando qualcosa non va, mi viene rinfacciata la mia saccenza, la mia pretesa di essere unica e trina.

E no.

Io giudico così come giudica ognuno di noi. Se io al parco vedo un genitore tirare una sberla in piena faccia a un figlio, giudico eccome. Poi magari fra dieci anni troverò mio figlio al parco che spaccia una dose di droga e quello che farò sarà lo stesso.

Il giudizio, le opinioni, sono qualcosa che nascono dal nostro carattere, dalla nostra morale, dal nostro vissuto, dalla nostra idea di vita vera, dai nostri sogni, dai nostri desideri, dalla nostra visione del mondo. E’ naturale giudicare, credo che non bisognerebbe vergognarsi di farlo.

Quello che ferisce è lasciare il giudizio pendente sulla testa di qualcuno. Mettere in giro una voce che si basa su una nostra personale visione di quanto successo.

Mi piacerebbe molto raccontare l’episodio concreto a cui mi riferisco ma non lo faccio per rispetto verso me stessa, quella me stessa che giudica, ma non va in giro a sputtanare le persone perchè pensa che abbiano sbagliato.

Non sono unica e trina. Sono unica come unico è ognuno di noi. Penso e mi faccio un’opinione come ognuno di noi. Giudico come ognuno di noi. Poi provo a mettermi nei panni dell’altro e cerco di capire meglio. Raramente chiedo scusa, e questo è certamente un difetto, un peccato d’orgoglio, ma poi alla fine chi mi conosce capisce se riconosco di aver sbagliato. O comunque se anche nessuno riconosce di aver sbagliato, perchè nel proprio modo di vedere ognuno ha agito nel giusto, pace: non sempre si può essere d’accordo e non sempre si può avere lo stesso pensiero. Si discute, si alzano i toni e amici come prima. Probabilmente non si tornerà più sull’argomento perchè tanto sarebbe inutile: io penso così, tu pensi colà, lo sappiamo, bene. Basta.

Giudicare non è universalmente sbagliato, a mio parere. E’ sbagliato solo quando si pretende di far cambiare opinione all’altro o quando ci si trincera dietro a una visione immutabile, mentre invece tutto intorno a noi si evolve, si trasforma.

Noi compresi.

 

Già ci sono uomini che vanno con gli uomini…

A volte mi sorprende pensare che siamo davvero nel 2014 e non in una specie di oscura prolunga dell’anno 1000 d.C..

L’altro giorno ho accompagnato Noemi all’asilo e mi sono fermata a chiacchierare con la mamma di una sua compagna (quella del “Se lo dici a qualcuno ti sparo”, n.d.A.). E’ una donna allegra, ma dalla risata vagamente isterica. Una di quelle persone che all’inizio si presentano come l’anima della festa e in un secondo momento ti sembra più che nascondano qualcosa, invece di essere realmente vivaci come sono. Dà vagamente l’idea di alcune eroine dei romanzi ottocenteschi, in chiave moderna. Anche un po’ bigotta, ma era quacosa su cui ero passata sopra. Fino all’altro giorno.

Stavamo parlando del più e del meno finchè s’è fermata per raccontarmi cos’aveva letto su un giornale dal parrucchiere.

Ma ci puoi credere, mi dice, ho letto un articolo, ora non ricordo di chi fosse il figlio, ma vabbè, insomma già ci sono uomini che vanno con gli uomini e non va bene eh, ma ci sono sempre stati e che dobbiamo fare, ce li teniamo, ma questo qui, tu pensa!, è nata femmina, è diventata uomo e la cosa pazzesca è che suo padre, voglio dire, un personaggio famoso, non una persona qualunque, e suo padre, sì insomma, è orgoglioso di lui! Ma ci puoi credere? Già gli uomini che vanno con gli uomini e vabbè, non va bene, mi ripete, ma ci sono, e ora pure le donne che diventano uomini e gli uomini che diventano donne!

Io all’inizio sorridevo, pensando che in realtà volesse andare a parare in tutt’altra direzione, ma verso la fine mi sono plastificata in una smorfia che non riuscivo più a nascondere.

No, le ho risposto, tentando di essere anche diplomatica, io con mio marito ne ho anche parlato. E se succedesse ai nostri figli, che fai?

E lei, tranquilla, ridendo ma seria come poche volte l’ho vista da quando la conosco, ah no, fuori di casa! Fai quello che vuoi ma non farlo a casa mia!

Ho sorriso. Mah, le ho detto, non si può sapere.

Ah perchè? Tu l’aiuteresti anche? mi ha chiesto allora, sbalordita lei della mia opinione che a quel punto avrà creduto eretica.

Io sì, ne abbiamo parlato con mio marito e certo, c’è il dispiacere che avremmo un figlio con la vita in salita ma è sempre mio figlio, l’amerei come l’ho sempre amato e l’aiuterei fin dove posso.

Oh, ma guarda che queste operazioni costano!

Ah bè certo, tutto costa se la mettiamo sul piano economico. Non ho risposto perchè a quel punto sarebbe stato più facile discutere con un parroco di ottant’anni.

Ma non è finita qui, perchè ovviamente quando poi non ci si saluta nel momento giusto le cose vanno avanti anche se cambi discorso.

Ha avuto sua figlia tardi e ha preferito non fare l’amniocentesi, mi ha spiegato (lei, mi ha spiegato, ignara di quello che ho passato io) perchè insomma, che fai? Se scopri di avere un figlio malato lo butti via?

Non è esattamente questo quello che succede quando scopri di avere un figlio malato.

Ma chi ci si mette a spiegare la storia di un aborto terapeutico quando una persona non comprende l’esistenza di tendenze sessuali diverse dalle nostre?

E poi la cosa bella, a pensarci bene, è che lei se sua figlia fosse lesbica la sbatterebbe fuori di casa.

A proposito di condivisione

Qualche tempo fa una bambina che tiranneggiava i miei figli mentre giocava con loro è stata giustificata con la spiegazione che i miei figli stavano usando i suoi giochi e che io avevo sbagliato a non presentarmi a casa loro con qualche gioco portato da casa mia.

Non ricordo nella rabbia del momento cos’ho risposto di preciso, ma i rapporti con quella famiglia si sono interrotti quello stesso giorno. Da allora ho frequentato altre persone, altri bambini, altre età ed altri caratteri, ma mai più è successa una cosa del genere. I bambini fra di loro litigano, i miei litigano quotidianamente, si rubano giochi, si spintonano, Noemi ha morso in qualche occasione Nicolas e lui ha imparato a tirarle i capelli, ma poi i giochi sono quelli e nel corso del pomeriggio imparano da soli a gestirseli. L’unica cosa che io non accetto è la violenza, sotto ogni forma, verbale o fisica. Noemi è stata rimproverata prima e punita poi per un morso che ha lasciato al fratello un grosso livido: nessuno sculaccione, nessuna predica – le ho tolto quello che più ama in questo momento: il dvd di Cars. E non per un giorno, ma per un’intera settimana. Un’eternità per un bimbo della sua età. Com’è come non è, ha funzionato. Continuano a litigare per i giochi, continuano a farsi i dispetti, ma alla fine continuano a giocare insieme e non si mordono più.

È però vero che il rapporto tra fratelli è a sé stante, tant’è che Noemi all’asilo è completamente diversa: non litiga, incassa, risponde con l’indifferenza alle piccole lotte quotidiane.

Quel giorno di qualche mese fa, quando ho capito che non avremmo più frequentato quella bambina, Noemi era stata messa a terra da un abbraccio violento, una stretta al collo, che era partita come un gioco ed era finito con una ciocca di capelli nelle mani dell’altra e svariati colpi di tosse da parte della mia che non riusciva a respirare. Mia figlia non piange, non urla. Lei sta lì e ti guarda come se ti chiedesse, mamma ma è giusto così? e no, amore mio, non è giusto. E improvvisamente ci siamo trovate nella situazione in cui mai ci si vorrebbe trovare: la voglia di sgridare una bimba non tua, di rimproverarla, e lo sconcerto di fronte alle parole della madre che la giustificano colpevolizzando te, che non hai portato qualche gioco da casa tua.

Noemi e Nicolas ormai frequentano parecchi bimbi, poche persone vengono a casa nostra ma noi andiamo da molti amici e a parte il cambio del piccolo, io da casa non mi sono mai portata niente, né mai mi sognerei di chiedere a un altro bimbo di venire a giocare a casa mia portando però i suoi giochi. I bambini devono imparare a condividere, devono imparare il senso della parola insieme.

A mio parere, ovvio.

Io sono una mamma così, che fa quello che viene, che impara da quello che vede, che segue la strada che i figli trovano. Io sono una mamma di poche regole e di qualche principio, su cui però sono irremovibile. No alla violenza, in ogni sua forma; no ai cartoni mentre si mangia (e se si può spegnere la tv in favore della radio tanto meglio); no alle parolacce e no a cellulari e computer se non siamo presenti. Più o meno le mie regole sono tutte qua.

Non sono perfetta, specialmente in quest’ultimo periodo. Sbaglio, sbaglio da morire: sbaglio sul cibo, sbaglio su certi rimproveri esagerati quando sono stanca, sbaglio in millemila cose.

Ma su una cosa non mi sbagliavo: non è vero che i bambini non condividono. E non parlo solo dei miei figli.

Ieri eravamo al parco con la nostra palla blu. Non c’è stato nessuno fino a quando sono spuntati tre bimbi con il loro papà da dietro il cancelletto. Noemi mi ha lasciato lì, in mezzo all’erba, ed è corsa da loro, che pure avevano una bella palla, ha fermato il bimbo più vicino alla sua età, gli ha lanciato la palla e gli ha detto, dai vieni a giocare con la mia palla blu! E venti minuti dopo, poco prima che ce ne andassimo, lo stesso bimbo – con cui Noemi ha socializzato in tempo da record, cosa che mai mi sarei aspettata – le ha fatto provare la sua maschera da Incredibile Hulk. Noemi ha detto grazie ed è venuta via con me, tutta contenta.

I bambini condividono. I bambini non sono violenti.

Non per caratteristica innata, sicuramente.

 

Il meglio deve ancora venire.

L’altro giorno mi sono imbattuta abbastanza per caso sulla milionesima replica della Storia Infinita, film che ho capito quasi un decennio dopo averlo visto la prima volta. Mi sembra molto azzeccato in questo nostro periodo storico, mi sembra che il Nulla sia un’entità che esiste veramente e che stia mangiando intere fette di ciò che siamo, di ciò che proviamo, di ciò di cui – mentalmente – ci nutriamo.

Se mi guardo intorno, e nell’ultimo periodo l’ho fatto spesso, non vedo niente.

Sento miliardi di parole che non fanno che irritarmi, sento lamentele e scuse e rabbia e non sento sogni ma solo cose che non vanno.

La mia vita non sta proprio andando come avevo sognato, anzi forse s’è proprio letteralmente capovolta. Non è rimasto niente del mio progetto, forse una briciola. Forse quella briciola che ridarà vita a Fantasia, e alla fine basta urlare un nome, un nome solo.

Cosa posso insegnare ai miei figli se non credo più a niente?

No, no, eccome se credo io! Credo in un miliardo di cose ma soprattutto in una che è molto banale e insieme molto intensa. Che prende spunto da una canzone ma che è sempre stato il mio pensiero.

Credo che il meglio deve ancora venire.

Credo che la vita sia dentro non fuori di noi.

Credo che diecimila euro di stipendio non valgano il primo sorriso di tuo figlio.

Credo che quando finisce un sogno è solo perchè ne deve iniziare uno più grande.

Credo che l’Amore sia complicato ma che esista veramente.

Credo che il sole ci vuole e ci vuole forte.

Credo che niente sia come affacciarsi su un enorme prato verde e stendere sui fili fuori.

Credo che da una briciola possa rinascere tutto.

E di briciole ne sono rimaste tante.

Credo che lamentarsi sia inutile se non si ha un piano B da inseguire.

Credo che la rabbia sia importante se la si sa trasformare in energia creativa e non distruttiva.

Credo che se prendi in mano la plastilina e hai trent’anni e pensi di non avere più fantasia… bè. Rimarrai stupito.

plastilina

 

Fatti, non pugnette!

Siccome sono brutta e cattiva stupida e ingenua, ieri ho passato la mattina a raccogliere i vestiti dismessi dei miei bimbi e i giochi che non usano più per portarli alla Caritas di Ragusa, che sia via email sia per telefono mi ha confermato che sarebbero andati ai bimbi che stanno sbarcando sulle nostre coste.

A quelli che ci arrivano vivi.

Ho cercato di non parlare, di non arrabbiarmi come mio solito, ho cercato di pensare che prima o poi la gente avrebbe capito, ma alla fine ho ceduto. Ve lo dico sinceramente e senza mezzi termini, e non mi interessano nemmeno le risposte perchè sono così certa di quello che penso che niente potrebbe scalfire il mio stato d’animo. Io penso che siamo un Paese di sbruffoni razzisti.

Penso che ci siamo dimenticati la vera povertà e non facciamo che passare le nostre giornate a lamentarci che non arriviamo a fine mese, quando poi i nostri bambini crescono nello spreco e nello sfarzo. Di vestiti, di giochi, di mobili.

Non tutti. Sono sinceramente convinta che chi veramente non arriva a fine mese non va in giro a sbandierarlo ai quattro venti, perchè probabilmente, come la signora che stamattina ritirava la pasta al banco alimentare della Caritas, se ne vergogna.

E non dovrebbe.

Dovremmo vergognarci noi tutti.

Sempre bravi a lamentarci, sempre bravi a parole. Mai a fatti.

Ho recuperato tre scatoloni di vestiti e un sacco di giochi. Li guardavo, mentre li sistemavo, e mi chiedevo se tenerlo o no quel giacchino tanto grazioso che Noemi aveva usato una volta a un mese. Se tenere quella felpina che mi ha regalato tizio. O quelle scarpine tanto carine.

Alla fine ho smesso di guardare. Cercano roba invernale. Tutto l’invernale, tutto, l’ho sbattuto dentro, piegato, pulito. Da qualche parte c’è un bimbo piccolo che ha attraversato il Mediterraneo per scappare alla fame – quella vera. E che si merita quel giacchino, e quella felpina, e quelle scarpine. E molto altro.

Si merita un’infanzia.

Giochi

Prima di decidermi a darle via avevo pensato di regalarle ad amici o conoscenti con bimbi piccoli o in arrivo.

Noi, tanto poveri italiani, messi da parte dalle istituzioni, che non arriviamo a fine mese, quei giochi e quei vestiti li abbiamo scartati, perchè i nostri bimbi devono avere solo giochi nuovi e solo vestiti nuovi.

Noi, italiani poveri che ci piangiamo sempre addosso, non abbiamo bisogno della tua carità.

Ma loro sì. Loro hanno veramente fame. Fame di vita.

Non come noi, bravi solo ad autocommiserarci e giudicare il diverso perchè ha di più.

Non solo.

Ho dato l’euro del carrello, e lo farò ogni volta che lo rivedrò, a quel ragazzo di colore che da un mese ormai sta fuori dal supermercato e aiuta le signore a mettere la spesa in macchina. Quelle che riesce, perchè giustamente noi italiani abbiamo lo schifo di farci aiutare – figurati se chi ci aiuta è nero. E magari poi dobbiamo pure lasciargli un euro.

Lo dico onestamente, in passato gliel’avevo rifiutato quell’euro. Ma lui non è lì con i bambini, seduto a pregarti o maledirti a seconda della tua risposta. Lui è lì fuori, solo, pronto a portare le confezioni d’acqua alle vecchiette, o le borse alle signore. E non te lo chiede l’euro. Non te lo chiede, aspetta che sia tu a darglielo.

Forse perchè ne ha davvero bisogno, e come tutti quelli che hanno davvero bisogno, non parla.

Questo è il mio finto buonismo, per quelli che preferiscono pensarla così. Per quelli che gli immigrati sono solo degli usurpatori. Per quelli che quasi 400 morti in mare non sono niente. Per quelli che parlano, ma poi alla fine a raccogliere i pomodori mica ci vanno.

Cosa significa lutto nazionale?

Non volevo parlarne, perchè non so parlarne.

Non volevo parlarne, per non fare stupida retorica.

Non volevo parlarne, perchè lo fanno tutti, spinti dall’onda della tragedia.

Non volevo parlarne, perchè ora è troppo facile farlo.

Non volevo parlarne, per rispetto delle loro vite, tragicamente finite.

Ma il fegato non mi regge più la bile.

Ma gli occhi non mi tengono più le lacrime.

Sono furiosa.

Non lo so perchè, ma io mi sento così vicina a quello che accade – e accade ogni anno, ogni primavera, ogni estate. Non ci sono stati solo i pochi sbarchi che hanno fatto notizia quest’anno, quest’anno sono arrivate donne e bambini, e ne sono arrivati tanti. Ma tanti.

Questo significa che le cose stanno peggiorando. E che fino a ieri la politica è stata a guardare.

A cosa serve il lutto nazionale adesso? A cosa serve il rimpallo delle responsabilità – mia tua sua?

Solo pochi giorni fa erano morti altri tredici immigrati, in spiaggia, nella spiaggia dove io e Salvo abbiamo trascorso la maggior parte delle nostre estati. Sono morti perchè i soccorsi sono arrivati un’ora e mezzo dopo. Un’ora e mezzo dopo.

Un bagnante, quasi per scusarsi, ha detto che loro ci hanno provato, ci hanno provato a far loro la respirazione bocca a bocca, per liberare i polmoni, ma non sapevano, ma non sapevano come si faceva e loro erano ancora vivi, e loro ci hanno provato. Ci hanno provato ma forse “abbiamo sbagliato qualcosa, perchè non sappiamo come si fa la respirazione bocca a bocca”.

E tredici persone sono morte a un passo dalla libertà.

Perchè le ambulanze non sono arrivate.

Ora lo so che fare polemica è semplice. Ma sono morte centinaia di persone, chissà quanti bambini.

Mi chiedo a cosa serve il lutto nazionale. Tutto qui.

Me lo chiedo a ogni sbarco.

Me lo chiedo ricordando gli occhi delle ragazze che passeggiavano a Pozzallo quest’estate.

Me lo chiedo perchè sono mamma ora, e non ho idea di che coraggio ci voglia per salire con un figlio piccolo su uno di quei barconi. Me lo chiedo perchè se una mamma rischia la vita del proprio figlio, allora la situazione è molto peggio di quello che vogliono farci credere.

E il lutto nazionale non serve.

E nemmeno le parole.

Per questo non volevo parlarne. Perchè non so come farlo.

 

Chi vuole decidere per me.

Chi vuole decidere per me.

Chi pensa di sapere di me.

Chi si arroga il diritto di dare consigli.

Chi giudica dalle apparenze.

Chi commenta dietro falso nome.

Chi pensa di avermi conosciuto per una manciata di ore passate insieme.

Chi pensa che io sia una cattiva persona.

Chi pensa che io sputtani il posto dove vivo.

Chi dice che i miei figli risentono del mio carattere.

Chi sostiene che io abbia grossi problemi.

Chi sente un dolore che non ho.

Chi avevo pensato amico.

Chi si nasconde dietro un dito.

Chi non risponde al cellulare e ti accusa di non avere le palle di affrontare le situazioni.

Chi mi consiglia di andare via.

Chi diceva di ammirare la mia forza e il mio coraggio.

Chi si complimentava con me per l’essere in grado di fare tutto da sola.

Chi parla male dei suoi colleghi e poi confabula con loro per parlare di me.

Chi mi conosce così bene che non ha mai capito un cazzo.

Chi si crede superiore perchè è in gruppo.

Chi mi consiglia di cambiare.

Chi vuole spegnere i miei bollenti spiriti.

Chi mi vuole uguale al resto della massa.

Chi mi insulta perchè non ha altro da dire.

Chi mi dice “Vattene”.

La mia risposta?

Dove vado sono affari miei, dove andate voi ve lo dico io.

Con tanto di nome e cognome.

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(Ma non vi vergognate?)