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Stasera la luna…

Pensavo – mi ero convinta – che anticipasse più di Nicolas, che è nato a 38+2 settimane.

Sono a 38+4 e non ho alcun tipo di segnale, se non che improvvisamente due giorni fa mi è scesa la pancia. Non sono in ansia per il suo arrivo, sono in ansia per un miliardo di cose che contornano quest’attesa. Ho mille pensieri, che più o meno è normale, ma più che altro non riesco a decidermi se vorrei partorire subito o se invece forse preferirei che mi lasciasse ancora qualche giorno.

Tutti gli esami che ho fatto, ultimi compresi, non mi hanno rassicurata. Anzi, l’elettrocardiogramma mi ha mandata in paranoia. Era completamente sballato, ma mi hanno congedata con un “vabbè è a posto perchè hai la pancia che schiaccia” che non mi tranquillizza per niente. Per quale motivo farmi fare un elettrocardiogramma prima del parto se poi c’è qualcosa che non va ma non importa? Allora tanto valeva non farlo. Perchè le scritte su quel foglio sono brutte, e con brutte intendo brutte che spaventano. Che forse due paroline in più la dottoressa di turno poteva dirmele – e io che ho sempre fatto mille domande qui mi freno.

E poi di nuovo lo streptococco, e il fatto che partorirò in un ospedale che non conosco, dove forse c’è più assistenza e forse è proprio quest’assistenza in più che mi spaventa. Io sono abituata a partorire assistita dal mio ginecologo e poi ad essere lasciata a me stessa. Che è orripilante per tutto ma è la realtà che conosco e che quindi mi rende sicura. Essere lasciata sola con Emmaluna, a gestirmi i cambi, i pannolini, i pianti e l’allattamento.

E’ la terza figlia, non mi spaventa il suo arrivo, più o meno so a cosa vado incontro. E ho un grosso desiderio di stare sola con lei, per godermi quei momenti che in gravidanza un po’ mi sono mancati.

Settimana scorsa, in una buffa conversazione a due notturna, accarezzandomi la pancia le ho chiesto per favore di aspettare un attimo, che volevo fare l’inserimento alla materna di Nicolas e vedere la loro prima lezione di piscina (ne ho viste un miliardo, Nicolas è in acqua da quando aveva quattro mesi, ma è una cosa che amo, che mi diverte, che mi rende felice). Lei mi ha ascoltata, così come quando qualche giorno dopo le ho chiesto di darmi un segnale, che volendo poteva uscire, Salvo era lì accanto a me nel letto e aveva tempo fino alle sei del mattino per farmi capire se c’era. Si è fatta sentire per qualche ora ma quando mio marito s’è svegliato è ammutolita. Però la pancia era scesa.

Da quel momento sono passati due giorni e due notti, una visita in consultorio che non mi ha lasciato niente e… mi è tornata l’ansia. Ansia di andare oltre al termine e dover rivivere un parto indotto, ansia che nasca e io non sono pronta. In fondo il pancione non mi dà alcun fastidio, non mi limita, non mi impedisce di continuare a fare la mia vita come prima di avere la bimba dentro di me. Non sento il peso della gravidanza. Ho un’enorme voglia di conoscerla, questo sì. Ma ho un’enorme paura di non riuscire a fare tutto in tempo.

Perchè mai dovrei poi?

Fare tutto in tempo?

Potrei semplicemente lasciarmi andare e viverla così, come viene.

Ma che maniaca del controllo sarei se non impazzissi di fronte all’imprevedibilità della Natura?

Oggi è luna nuova.

Piove che sembra autunno.

Salvo ha il giorno libero perchè il suo capo sta cercando di organizzargli i turni in modo da riuscire a coprire la panetteria anche se lui dovesse correre via all’improvviso, e la domenica non sarebbe possibile. Sarebbe perfetto.

Ma piove e sembra autunno e i miei bimbi sono nati tutti col sole.

Anche se lei si chiamerà Emmaluna.

E’ la terza figlia che metto al mondo eppure non cambia niente: arrivi al nono mese ed è tutto un vivere attimo per attimo un’attesa che è dolce e snervante allo stesso tempo, un’attesa che è… lunga quanto tutti i nove mesi di gravidanza messi assieme.

Emmaluna un mese fa

Emmaluna un mese fa

 

Si muove tantissimo

Si muove tantissimo. Costantemente direi. Quasi a volermi ricordare che c’è anche lei, ehi sono qui, sembra voler gridare, giorno e notte, senza un attimo di tregua. 

Sono all’ottavo mese e ancora prendo dentro la pancia negli spigoli perchè mi muovo come se fossi la stessa persona di dieci chili fa. Certi giorni la gente mi sorride e non capisco perchè, o mi tengono l’ascensore al piano anche se devo ancora salire le scale della cantina. Ah certo, ho due bimbi e una panzona (come mi chiamano Salvo e Noemi, e ogni tanto Nicolas). 

Ho sofferto molto il caldo questo mese, non so se sia stata la gravidanza o l’afa milanese (sono più propensa a pensare alla seconda). Mi brucia lo stomaco, mi fanno male le gambe. Ma guido, lavo i bimbi, li prendo in braccio, pulisco le lettiere (e no, non ho fatto la toxoplasmosi e ho sempre pulito lettiere di gatto), rincorro la macchina lungo il tunnel dell’autolavaggio perchè mi sono fermata a fare due chiacchiere e ora è quasi in fondo. 

Martedì a Milano c’erano 40 gradi e io avevo un’ecografia alle due e mezza del pomeriggio poco distante da Porta Garibaldi. Ci sono andata sola, coi mezzi, e ho camminato per dieci minuti sotto il solleone (e ho anche litigato con l’infermiera dell’accettazione ma preferisco dimenticare).

Sono andata a fare la curva glicemica da sola e naturalmente sono quasi svenuta – ero pronta a vomitare, non mi aspettavo di svenire. 

Faccio quasi tutto quello che facevo prima di restare incinta, un po’ perchè non ho scelta e un po’ perchè mi dimentico di avere qualcuno dentro di me. In fondo a Emma Luna piace essere trasportata, sono gli unici momenti in cui non la sento. 

Ho avuto una battuta d’arresto solo con le nausee ma per fortuna, per quanto intense, sono durate poco.

Noemi parla abitualmente con lei, Nicolas di meno, dà un po’ l’impressione di essere combattuto tra la gelosia e la curiosità. D’altronde fino all’arrivo della panza è stato lui il piccolo di casa. Noemi abbraccia il pancione, chiede “c’è qualcuno?” e sua sorella risponde. La riconosce, ne sono sicura. Riconosce la manina di Noemi, la sua voce, scalcia esattamente nel punto in cui arriva lo stimolo. 

Sembra che abbiano già un legame ed è un qualcosa che mi scalda il cuore. Comunicano.

Forse più di quanto io comunichi con la bimba che scalcia in continuazione. 

Non ho ancora preparato il borsone, non ho nemmeno tutto quello che serve. Non so nemmeno cosa serva esattamente in un ospedale del Nord. Per certo so che non devo portare pannolini. 

Lo so che ci sei, Emma. Ti sento e ti aspetto. Sto cercando di capire come ci organizzeremo quando sarai qui, anche tu a condividere l’unica camera da letto che abbiamo, dove a malapena entrerà la carrozzina (per cui ti prego, non fare come i tuoi fratelli, cerca di dormirci dentro, almeno qualche notte). Sto cercando di capire se sarò in grado di fare tutto (e saprò farlo, ma speriamo che quest’autunno piova poco). Sto cercando casa, sto cercando di chiarire quello che voglio, sto cercando di fare pace con la mia eterna inquietudine, sto cercando di fare spazio, a te e a tutto quello che verrà.

Ti sento, ovvio che ti sento. E ti aspetto, aspetto di nuovo quella scarica ormonale di quando sarai tra le mie braccia, quella sensazione di avere di nuovo trovato un senso a tutto.

Ti aspetto, Emma Luna, e ti sento.

Ti sento forte e chiaro ma ora non ho il tempo di fermarmi.

Noi abbiamo un bambino nella pancia

Avevo detto “gravidanza tranquilla”!

Emma Luna sta bene. Io sto bene. Stiamo tutti bene.
Però.
Ricordo di aver detto chiaramente all’ostetrica del consultorio che avrei voluto una gravidanza serena e non medicalizzata, a meno che non ce ne fosse bisogno, e che rifiutavo ogni tipo di ecografia di secondo livello e ogni controllo invasivo, nonchè ho barrato una bella casella in cui sotto la mia responsabilità rifiutavo la possibilità di fare diagnosi prenatale.
In poche parole, avrei voluto le tre classiche ecografie passate dal SSN e sottopormi ai soli esami di routine, molti dei quali tra l’altro non sono più in esenzione.
Non mi sono bevuta il cervello.
E nessuno, come successo durante una discussione con la ginecologa, può accusarmi di non interessarmi al mio feto a mia figlia.
Semplicemente, conscia di quello che ho passato, ma anche consapevole di avere gravidanze fisiologiche e assolutamente senza problemi, volevo godermi il dono di un altro figlio in santa pace.
E soprattutto, anche se molti hanno strabuzzato gli occhi quando l’ho detto apertamente, ho abortito una volta, ho avuto un lutto difficile, pesante e lungo svariati mesi – mesi in cui l’unico scopo della giornata era respirare per arrivare a sera – e di certo, se anche Emma fosse risultata malata, non avrei voluto ripetere l’esperienza.
Sono passati sei anni da allora, sono cresciuta, maturata, sono diventata madre. La mia scelta di allora era giusta per la Claudia di allora, non sarei stata in grado di assistere Nicole, mi avrebbe ucciso (e lei, mi hanno confermato svariati medici anche qui, non ce l’avrebbe comunque fatta). Ora forse non sarei più brava di prima ma sarei più forte.
O forse semplicemente rifiuto l’ipotesi che possa succedere ancora.
Emma sta bene.
E io voglio, volevo, vivere una gravidanza spensierata.
Spensierata, non scellerata.
Tutta questa premessa per arrivare a un punto: la mia volontà non è stata rispettata ed essendomi affidata al SSN il tutto è soltanto diventato un grande, un enorme, stress.
Dalla morfologica, fatta un mese fa, ho dovuto fare, nell’ordine: visita ginecologica al consultorio, toxo test e urine al centro prelievi convenzionato in cui vado da febbraio, ecografia di controllo all’ospedale di Saronno (dove vorrei partorire), prenotazione di persona di tampone e curva glicemica – il che ha significato perdere un’intera mattinata per indicazioni sbagliate prima e perchè nel primo ospedale in cui sono andata non ho nemmeno trovato il CUP, tampone ieri e stamattina avrei dovuto fare la curva glicemica ma non sono riuscita ad alzarmi dal letto. Domani ecocardiografia con una dottoressa guru nel settore dall’altra parte di Milano.
(Il tutto condito da: cambio residenza, scelta del medico, ricerca di una nuova casa, scadenza assicurazione della macchina, matrimonio e partenza di mia sorella per gli States, riunioni all’asilo, problemi con l’estinzione del mutuo, dichiarazione dei redditi, e vabbè… se non è tutto insieme non siamo felici.)
E, ripeto, Emma sta bene.
Ma.
Avendo io la storia che ho, alla morfologica la dottoressa scrupolosa ha visto un difetto nella valvola aortica che non c’era.
Quindi mi ha inserito, gentilmente e amorevolmente per l’amor del cielo, in Patologia della Gravidanza, con tutto quello che ne consegue.
Ora, il mio vecchio ginecologo in meno di dieci minuti ha con sicurezza escluso ogni tipo di problema e s’è felicitato con me di questa gravidanza.
Felicitato.
Gioia.
Sorrisi.
Emma mostrata anche nel suo semplice essere bimba nella pancia, e non feto da analizzare nel dettaglio.
Al controllo di settimana scorsa, la dottoressa di turno mi ha confermato, dopo un’ecografia di un’ora e il consulto con una sua collega, che mia figlia sta bene e non ha alcun tipo di difetto, però per sicurezza, mi dice, facciamo lo stesso anche l’ecocardio.
Per sicurezza.
Di chi?
Emma sta bene.
Io sto bene.
Perchè nessuno può semplicemente dirmi questo?
Confermare quella sensazione che io ho dal 13 gennaio, giorno in cui il test è risultato positivo?
Stiamo bene.
Lasciateci godere questo miracolo.

Com’è strana questa gravidanza…

Non riesco a parlarne più di tanto, e ora che ha fatto caldo e che vuoi o non vuoi la pancia ha fatto capolino non mi piace nemmeno rispondere alla curiosità delle persone.

Con la morfologica il mese prossimo e la nostra storia alle spalle, non mi sento sicura ad annunciare l’arrivo di un terzo figlio. Ne sono ovviamente felice, cercato lui o lei come tutti gli altri, ma non mi va di esternare più di tanto la sua presenza. C’è, lo so io, lo sanno le persone a cui vogliamo bene, basta così. Ma certo, la pancia c’è e si nota. E in linea di massima chi sa che ho già due figli non sa nemmeno bene come commentare la cosa – non che mi interessi: io sono sicura di questa scelta e non ho paure di alcun genere. Insomma, per ora il mio atteggiamento è anche ambivalente, mettiamoci poi che sono in una cittadina nuova in cui nessuno sa che la mia prima morfologica è finita con un durissimo aborto terapeutico. Quando lascio trasparire la mia ansia (poca, ma c’è) la risposta automatica è “Ma a quanto sei? Quarto mese? Ma allora vai tranquilla, il peggio è passato”. E no, io so che il peggio potrebbe ancora venire, e non solo alla morfologica. Purtroppo il peggio l’hanno visto in tanti intorno a me, oltre a me.

Eppure questa gravidanza non è strana per la paura. Paura non ne ho troppa, è più legata al fatto che non mi va di aprirmi agli altri. La stranezza sta nel fatto che sono quasi alla fine del quarto mese e fatico a entrare in connessione con l’esserino che mi abita. Lo sento anche muoversi, per questo. Noemi impazzisce per lui (lei è convinta che sia maschio, io ho più sensazioni sulla femmina), a volte si appoggia sulla pancia con l’0recchio per sentirlo, mi accarezza, mi studia con entusiasmo. Vuole altri due fratelli, non uno. E’ contenta, contenta davvero. Nicolas capisce che c’è un bimbo nella mia pancia ma per lui è tutto nuovo, e forse sarà più difficile, essendo abituato ad essere il piccolino.

Non riesco a sentirmi davvero incinta. E lo sono, il corp0 me lo ricorda in ogni suo sintomo.

Non riesco perchè abbiamo troppe cose in ballo, perchè io stessa ho troppe cose in ballo, perchè sono piena di pensieri, piena di cose da fare, piena della necessità di progettare ancora un futuro e di farlo nel più breve tempo possibile, perchè in fondo il tutto o niente mi appartiene e il niente mi terrorizza.

Fatico a vivere nel qui e ora, stiamo cercando casa nei dintorni (ma anche un po’ più in là) ma mi ancoro forte all’idea che fra qualche anno torneremo a vivere in campagna, non troppo lontani dal mare che ci manca tanto. E manca anche ai bambini, non solo a noi. Fatico a crearmi un progetto concreto, a capire io Claudia cosa voglio oltre ai figli. Perchè è vero, sono mamma e lo sono a tempo pieno e per ora è questo che voglio, ma inizio lentamente a sentire l’esigenza di riemergere e di crearmi un mio piccolo mondo, non necessariamente un lavoro, ma un qualcosa che appartenga a me e solo me.

Mi hanno detto, in uno scoppio di risa, che sono una vagabonda e sì, lo sono.

Anche nei pensieri.

(Ma io ti voglio, tu che stai laggiù e cresci dentro me, io ti voglio come ti ho voluto quando ancora non c’eri, e sono sicura che quando arriverai ti amerò immensamente come immensamente amo i miei altri bimbi.)

Ci sono due manine e due piedini

E tante domande di Noemi, che questo bimbo nella pancia lo adora già, lo sente, vuole sapere tutto. Ero abbastanza sicura che ne sarebbe stata contenta ma mai mi sarei aspettata la sua reazione quando le ho raccontato il mio segreto.

Ha sgranato gli occhi in un sorriso incredulo e, come una donna matura, mi ha abbracciata forte.

Da allora si cura di come sto: durante le nausee é venuta spesso a farmi le coccole – la mattina si svegliava e mi chiedeva come stavo oggi, se avevo ancora il vomito. Ora mi viene vicina, mi sorride e mi chiede se mi sono accorta che mi é cresciuta la pancia.

Avevo paura a dirglielo così presto, poteva finire, poteva non esserci battito. Ma non riuscivo a mentirle, mi sentivo che la stavo privando di qualcosa che invece era in grado di capire. Le ho anche accennato al fatto che non tutti i bimbi riescono a rimanere nella pancia della mamma e lei semplicemente mi aveva risposto, sì lo so.

Mi é spiaciuto non portarla con me all’ecografia.

Ci sono andata sola e ormai sapevo che c’era e che viveva. L’ho sentito. Quei movimenti leggeri che alla quarta gravidanza riconosci.

Ho visto le sue manine e i suoi piedini e si muoveva tanto. Ma a chi mi ha fatto l’ecografia interessavano solo le misure, non mi ha mostrato niente, non ha nemmeno sorriso di fronte al battito. Ho visto tutto da sola.

Esiste, ho detto a mezza voce.

Esiste, ha ripetuto distrattamente.

É una vita che nasce per la miseria! Non ci stupiamo nemmeno più di fronte a questo?

Non doveva succedere

Sono furiosa.

Ho dentro di me un tornado di emozioni che non so nemmeno bene definire.

Non so nemmeno dire perchè. Come se fosse (ri)successo a me.

Non doveva succedere. Non lo so, a me forse “doveva” succedere, perchè da quel momento in poi è cambiato tutto per paradosso in meglio. Ma non è così per tutti. E soprattutto, non è una consolazione.

Perdere un bambino, non è una consolazione. Niente di tutto quello che ci gira intorno potrà mai essere una consolazione.

Perchè se anche noi abbiamo imparato molto dall’esperienza che ci siamo trovati a vivere, ciò non toglie che questo non debba succedere.

A nessuno.

E invece succede.

Sempre.

E sono stanca, stanca di asciugare lacrime. Di asciugare le mie lacrime. Di asciugare le lacrime degli altri.

Mettiamo anche che il dolore esista, che la felicità eterna sia un’utopia.

Ma non doveva succedere. Non questa volta. Non un’altra vittima innocente.

Sono nera.

Sono furiosa.

Con la vita.

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Che fretta che hai avuto già…

Bè.

Sapevo che avrei avuto un parto veloce. Sapevo che non sarebbe arrivato alla 40° settimana. Sapevo che non avrei sentito lo stesso tipo di dolore dei parti precedenti.

Ma, cavolo! Che fretta piccolo mio!

Dunque, ho perso il tappo mucoso intorno al primo maggio se non ricordo male: quello strappo e il dubbio, la visita dal dottore del mercoledì successivo e le sue parole: “Claudia, partorirai in questi giorni”.

Da allora l’ansia costante che sarebbe potuto avvenire in qualsiasi momento, a 37 settimane e qualcosa. Le perdite ma nient’altro in realtà. Il controllo in ospedale il venerdì, con un tracciato decisamente piatto, e il secondo controllo la domenica, con 4 cm di dilatazione. Un altro tracciato con qualche contrazione, ma non sentivo niente. Sono tornata a casa con doloretti, anzi, fastidi, ogni dieci minuti, ogni tanto cinque, ma io e Salvo abbiamo deciso di andare lo stesso da mia cognata a vedere il derby perchè non so, mi sembrava strano non sentire dolore. Finita la partita sarei dovuta andare in ospedale ma ho deciso di far dormire Noemi e di aspettare l’indomani mattina.

La delusione del giorno dopo, quando dopo una notte di piccole contrazioni sempre non dolorose la dilatazione era sempre ferma a 4 cm.

La stranezza di questo travaglio che era partito ma non si faceva sentire. L’agitazione di Nicolas in pancia.

Il dubbio che forse alla fine di tutto sarei arrivata a termine.

Dopo aver lasciato il foglio del pronto soccorso a Salvo ho incontrato il mio ginecologo che arrivava per un parto. Quando mi ha vista lì mi ha detto di tornare la sera stessa, che sarebbe sicuramente cambiato qualcosa. Nel frattempo gli ho chiesto se potevo camminare un po’ per velocizzare la cosa e la risposta è stata un sorriso “Cammina, cammina”.

E così ho fatto: ho camminato e fatto le scale, mi sono stancata da morire ma niente, io contrazioni non ne ho sentite per tutta la giornata.

E siamo quindi alla sera di lunedì 7 maggio.

Ho il controllo alle 20.30, durante il turno notturno del mio dottore.

Chiudo la portiera della macchina dopo aver preso l’ultima pastiglia di eritromicina della giornata e…

… una contrazione! Una contrazione vera!

Quando arrivo in reparto il ginecologo mi raccoglie subito e mi porta in sala visite, sono a 6 cm, mi deve ricoverare. Nel frattempo qualche dolore inizia a farsi sentire, sono in piedi di fianco a lui che ha recuperato una cartella da riempire quando mi guarda a mi dice, Claudia questa è una contrazione. Gli rispondo allora che sì, inizio ad avvertirne qualcuna.

Compiliamo una parte della cartella e poi sparisce, forse al pronto soccorso, mentre continua un’ostetrica tirocinante.

Quando finisce anche lei mi lasciano sola ad aspettarlo, e mentre i dolori tornano mi viene il sospetto che siano più ravvicinati di quello che mi sembra. Tra l’altro sono abbastanza forti. In realtà mi rendo conto di sopportarli benissimo.

Tiro fuori il cellulare e avverto Salvo del ricovero, lui mi aspetta con la bimba mentre deve arrivare mia suocera (per fortuna l’ha chiamata subito!). Voglio Noemi fuori dalla sala parto, a tutti i costi. La voglio con me tanto quanto voglio Salvo in sala parto.

Allora inizio a cronometrare, il dottore ancora non arriva.

21.09 – 21.14 – 21.19 – 21.22

Mi alzo dalla sedia per paura che mi si rompano le acque, per paura di sporcare.

Trovo l’ostetrica che mi ha fatto partorire Noemi, la stessa del tracciato di domenica con cui avevo chiacchierato un po’. Sono felice ci sia lei: mi piace molto.

Le dico che ho contrazioni ogni tre minuti e mi sento che mi si stanno per rompere le membrane. Sento una pressione fortissima dove Nicolas ha la testolina ben incanalata.

Mi porta di corsa in camera, e di corsa vanno a recuperare il dottore non so dove.

Mi metto la camicia da notte al volo e torno in sala visite: 8 cm. Il ginecologo mi rompe le acque (non che ce ne fosse un reale bisogno, sono sicura che mi si sarebbero rotte di lì a pochi… secondi). Le contrazioni sono forti ora, ma sorrido mentre mi fa i complimenti per l’autocontrollo e aspetta che mi passi per visitarmi.

C’è da muoversi!

Di nuovo in camera, giusto il tempo di mettermi sul letto e volare in sala travaglio. Sento che devo spingere.

Sento-che-devo-spingere.

Che bella sensazione. Con Noemi ero stata nel panico totale per via del ricordo di Nicole. Ora invece vivo tutto.

Vivo-tutto.

Fuori dalla sala parto è deserto. Ma dov’è Salvo? Ma dov’è mia suocera?

Volano a recuperarli perchè se ne accorgono anche loro: è imminente e non riesco a resistere.

Nicolas deve nascere.

Sono le dieci meno dieci.

Mi attaccano un tracciato e la flebo.

Il dottore entra a chiedere all’ostetrica che panino vuole per cena. Io un po’ rido un po’ respiro. Non ho paura.

Non-ho-paura.

Arriva Salvo che mi prende la mano e mi fa una battuta che mi fa ridere.

Mi portano in sala parto e la cosa più difficile è salire sul lettino nel mezzo delle contrazioni finali. Menomale che mio marito è un bell’omone!

Sento il dottore che raccomanda all’ostetrica un parto il più naturale possibile, e dentro il cuore mi sale una fitta di gratitudine per essersi ricordato di questo mio desiderio, che pure non ero riuscita a esprimergli nelle ultime visite.

E poi succede, il parto lo conduco io.

Lancio un urlo e spingo e improvvisamente so quello che devo fare.

So-quello-che-devo-fare.

Il ginecologo cerca di non farmi spingere se non ho contrazioni, perchè l’impulso comunque è quello. Mi appoggia un braccio sulla pancia e lo respingo malamente. Salvo mi dice che è lì, che si vede la testa. E io urlo e spingo ancora.

Mi fermo un attimo e sento il dottore che mi si avvicina e con tono paterno mi dice, Claudia, io ora quando hai una contrazione metto un braccio sulla pancia per aiutarti, ma tranquilla, non ti farò male.

Arriva, arriva arriva! Lo dico perchè sono io a decidere ora.

Urlo e spingo.

Spingo con una forza che non so nemmeno da dove mi arriva.

E lui esce.

E vomita.

E piange.

E urla.

E io rido.

Sono le 22.05.

E penso, oddio mi sono uscite le emorroidi!

E penso, sono pronta per un secondo figlio?

Lo lavano.

Salvo va con l’ostetrica, torna e mi dice che ha il naso di mio padre.

Rido. Poverino.

Il ginecologo mi dice che è bellissimo e allora penso che forse lo dice sempre. A tutti.

Voglio vederlo. Voglio riposarmi. Voglio dormire.

Ma arriva il momento dei punti. Sarebbe stato troppo bello non lacerarsi nemmeno un pochino.

Forse in questo momento provo davvero dolore. Tremo, mi viene da ridere, vorrei non dover passare attraverso questa tortura. Il dottore cerca di farmi appoggiare il sedere ma non ci riesco. Tremo e sono tesa come una corda di violino. Rido. Dottore, non ci riesco.

Insomma, alla fine esco e Salvo mi porta Nicolas.

Amorerra, mi sussurra, stavolta ci è venuto un po’ bruttino.

In effetti è rosso e gonfio, ed è di 38 settimane, quindi la pelle non è liscia. Ma ha gli occhi spalancati e mi cerca. E sono blu come il mare. Blu come gli occhi di Noemi appena nata.

Noemi.

Non vedo l’ora di vederla, fuori dalla sala parto. Usciamo e la sento che grida “Bimbo bimbo!”

E mi rendo conto di amarla alla follia.

E amo Salvo alla follia. In sala parto è stato semplicemente grande.

E ora Nicolas è qui.

E finalmente il resto non conta più.

Riposo

A Villa Margherita mettevano un foglio bianco con la scritta rossa “Riposo assoluto” a chi era iperattiva.

Per un certo periodo l’ho avuta anch’io, ma in fondo c’era sempre gente che andava e veniva dalla mia stanza. Persone che a giorni mi mancano, persone che condividevano con me tutto, che sapevano che non ero pazza, che mi apprezzavano, che spesso parlavano della luce intrappolata nei miei occhi.

Per questo, una settimana fa, quando il ginecologo mi ha messa a riposo per il rischio concreto di un parto pretermine (e più che altro per la mancata disponibilità di termoculle in un raggio di circa 300 km, nonchè l’impossibilità, nel caso, di essere ricoverata e partorire a Modica) il primo istinto è stato quello di ridere.

Gli ho sorriso, pensando ingenuamente che fosse come per Noemi: alla 34° settimana ero dilatata di un centimetro e il collo dell’utero era già accorciato. Mi aveva detto di riposarmi ma non mi aveva impedito di uscire di casa nè di fare le piccole cose di ogni giorno.

Però Nicolas è, oggi, a 33 settimane.

Cosa intende per “riposo”? gli ho chiesto allora.

Intendo, coricata.

Ho riso.

Coricata, io?

Allora mi ha fatto tutto il discorso sull’assenza di un reparto di terapia intensiva neonatale a Modica, sul fatto che ora come ora c’è disponibilità di termoculle solo a Caltanissetta, o Messina.

Sorridevo ancora. Ebete.

Eppure l’ho sentito Nicolas che si incanalava. Ho visto la pancia scendere improvvisamente. Ho percepito chiaramente tutto il suo peso “cadere” verso il basso. Ho spesso la sensazione di averlo, come dire, tra le gambe.

E non ricordo questa cosa con Noemi.

Ci ho messo un po’ a capire che forse il dottore stava parlando seriamente. Ci ho messo un po’ a convincermi che devo stare a riposo, anche se mi sembra una tortura. Anche se non capisco come fare con una bimba di quasi due anni. Anche se lei piange e mi vuole e vuole essere presa in braccio e non capisce perchè non posso.

O capisce ma non lo accetta?

Un po’ come me.

Lo capisco, ma non lo accetto.

Lei vede la pancia, mi solleva la maglia, accarezza il “mimmo” che c’è dentro, poi abbassa la maglia e gli dice “Tau tau”. Come per distorgliere la mia attenzione da lui. Una piccola forma di gelosia prenatale, la chiamerei.

E mi ricordo quella scritta “Riposo assoluto” che pendeva sui letti di tre o quattro di noi.

E come non la capivo allora, non voglio capire adesso.

Ottavo

Ottavo.

Ottavo.

Caro Nicolas,

al contrario di Noemi, non sono mai riuscita a scriverti, a entrare in diretto contatto con te. Tutti mi ripetono che non c’è differenza tra primo e secondo figlio, e pensavo fosse così. Invece ho spesso provato un grande senso di colpa nei tuoi confronti, un senso di colpa dato dal fatto che tra tua sorella che cresceva, i problemi che aumentavano a dismisura e la gravidanza che è sempre andata benissimo, non sono mai riuscita a sentirti come sentivo lei. Ora scalci come un matto, anzi, non da ora, è come se avessi cercato di farti sentire sin dal terzo mese, quando riuscivi addirittura a farmi male, nonostante fossi un piccolo embrione ancora. Embrione. Una piccola creatura di neanche 10 cm che scalciava e nuotava e voleva farsi sentire perchè io ero troppo presa da tutto il resto.

Mi perdonerai mai?

In realtà ora ti sento, ho fatto delle piccole scelte che mi permettessero di viverti come avrei dovuto fare già dai primi mesi: ho iscritto Noemi al nido, sono andata in piscina, ho iniziato a parlare di te nel modo in cui tutte le mamme fanno. Ti ho comprato (a dire il vero, la nonna ti ha comprato) un po’ di vestitini, ho guardato le cose che invece potrai prendere da tua sorella. Sto pensando a te, finalmente.

In un certo senso non vedo l’ora di averti qui, di presentarti il tuo papà e la tua sorella più grande, ma sempre piccolina. Non vedo l’ora di portarti con noi nella casa nuova che stiamo costruendo, e che doveva addirittura essere pronta per la nascita (che poi non c’è stata) della sorellina che hai in cielo, e che ora è più piccola di te. Purtroppo gli imprevisti sono stati un milione, e ancora stiamo aspettando il mutuo. Ma presto ci trasferiremo e inizierà una vita nuova per noi, e inizierà la tua vita, con noi.

Ho tante paure nei tuoi riguardi, ma nessuna di questa è per il parto o per l’averti qui.

Intanto sei un maschietto, e non ho grandi esperienze di maschietti, ma sono felice perchè è una sfida, e alla tua mamma le sfide piacciono da morire. Dovrò imparare tutto, dovrò imparare a relazionarmi con un ometto.

Poi sei il mio secondo figlio, e a volte si ha quasi paura che amando così tanto la prima (le prime, nel mio caso), non ci sia abbastanza spazio anche per gli ultimi. Però, già lo so, quando uscirai da me, e ti metteranno sul letto al mio fianco ogni turbamento svanirà, e ti amerò – come per Nicole e Noemi – più della mia stessa vita.

Le altre paure sono più legate alla mia nuova vita con due bambini: il non riuscire a uscire da sola, il non poter fare la spesa tutti insieme, e cose così. Cose molto stupide, lasciamelo dire.

Però ora ti sento: ti fai sentire, eccome! E ti sente anche il tuo papà, e credo che anche Noemi abbia capito che ci sei, e che ci sarai. Spero andrete d’accordo, spero che saremo una nuova famiglia ancora più bella e ancora più felice.

Ora devo solo convincermi a preparare il borsone, perchè piccolo mio, stai arrivando anche tu.

 

Un altro inizio

Oggi conto le settimane e sono sedici. So che sei un maschietto. So che ti chiamerai Nicolas. So che molti non lo sanno ancora. So che è la mia terza gravidanza, ed è tutto diverso.

So che quando ho visto il test positivo mi sono messa a ridere perchè, anche se l’avevo capito da qualche giorno, non me l’aspettavo. Avevo deciso di non perderci la testa un’altra volta: in fondo, avevo appena smesso di allattare Noemi, e il latte non mi aveva ancora abbandonata.

Agosto è stato un mese e difficile per me e per tuo padre, le ferie, il suo tempo libero, la mia richiesta di attenzioni, la tua sorellina che aveva appena compiuto un anno. Non è facile passare così tanto tempo insieme quando in qualche modo ci si è abituati a stare separati per via del lavoro.

Io volevo di più.

Abbiamo avuto un’enorme discussione in cui avevo persino messo in dubbio il fatto di volerti, almeno per il momento. Forse, avevo detto gridando, non era il caso di cercare un altro bimbo, visto che non riuscivamo a trovarci noi due.

Noemi aveva pianto, dietro, nel seggiolino.

Ci siamo dovuti fermare in una piazzola di sosta per cercare di calmarla, perchè per la prima volta aveva capito che stavamo davvero litigando. E la nostra voce non la cullava, ma la spaventava.

E poi il 10 settembre ho comprato il test, indecisa se farlo oppure no.

Una terza gravidanza iniziata in modo diverso dalle altre due. Ma in realtà, ogni mia gravidanza è iniziata in modo diverso.

L’ho fatto.

E improvvisamente quella lineetta s’è portata via tutti i nostri problemi, presunti o reali che fossero. E improvvisamente abbiamo di nuovo avuto un segreto da condividere, una gioia nel cuore più grande ancora. L’ennesima bella sorpresa dopo tutto quel buio.

Ti ho sentito muovere così presto, a metà del terzo mese ti ho sentito scivolare da un punto della mia pancia a un punto poco più in basso. Sapevo che eri tu. Ho sorriso e ho pensato che allora stavi bene.

E per ora stai bene. Le tue misure sono giuste, il tuo cuore è ben sviluppato, e ti muovi tanto nel tuo piccolo grande nido.

Non ho molto tempo di scambiare due chiacchiere con te. Non ho nemmeno tempo per avere paura.

Voglio pensare che andrà tutto bene.

Voglio vivermi una gravidanza spensierata.

Almeno per una volta.