Funeral Blues #4

Non ha senso. Continuo a ripetermi che non ha senso. Continuo a sentire la tua voce che mi dice quelle parole, quelle parole di amicizia e di vicinanza che sentivo anche a millecinquecento chilometri. Sento la tua voce attraverso il ricevitore del telefono, sento gli abbracci veri che solo tu sapevi darmi, sento quella risata a scoppio che nessun altro aveva. Sento il tono serio di quando ci raccontavamo veramente e l’inevitabile risata che solo con te riuscivo a incastrare perfettamente nella serietà del discorso. Sento le tue grida a bordo campo di quando ancora non mi fidavo di me stessa. Sento il tuo sguardo sulle mie ossa di quando non mangiavo e le tue domande senza filtro di chi non prova imbarazzo nè paura ma vuole solo e sinceramente capire il modo di interrompere l’autodistruzione che ti sta consumando. Sento il rimprovero di quando hai scoperto che usavo il dolcificante al posto dello zucchero e sento il sorriso di quando insieme a te provavo a mangiare qualcosa. Sento il dolore di quando hai capito che non potevi fare niente e la gioia di quando mi hai ritrovata dieci chili in più e piena di voglia di vivere. Sento la comprensione che avevi quando Salvo era geloso di noi perchè non riusciva a capire come potesse essere che un ragazzo e una ragazza erano così amici senza che ci fosse niente. Sento il tuo “non preoccuparti” quando ti ho detto che non potevo invitarti al matrimonio ed era sincero, così come lo è stato il mio quando la situazione s’è ribaltata. Sento la tua carezza leggera di quando ho perso la bimba e ridevo ma ero a pezzi dentro. Sento la tua voce al telefono, rotta dalle gallerie di quando viaggiavi, e sento la tua frustrazione di quando hai capito che la tua fiducia e i tuoi progetti erano crollati. Sento che mi dici “Ora divento uno stronzo anch’io” e che ti arrabbi perchè rido e ti dico che non credo, sei troppo buono. Sento che mi dici, tu lo sai vero? Tu lo sai che io per te ci sono sempre. E ti sento così tanto che non ricordo se me l’hai detto uno o cento anni fa. Sento la tua voce cambiare tono quando mi dici che hai incontrato una persona e che però ci vuoi andare cauto e meno di sei mesi dopo me la presenti e in brodo di giuggiole mi chiedi, ti piace? con quel sorriso imbarazzato che solo chi è innamorato ha. Come se cercassi la mia approvazione, chissà. Ti sento gridare Babbazza! dall’altro lato del telefono e fare finta di prendermi a sberle quando ti tiro le mie frecciatine.

Ti sento.

Accarezzavo la bara nella speranza di poterti sentire. Ma lì dentro non ti sentivo. Non riuscivo a capacitarmi di come tu, così vivo, potessi essere là dentro. Morto. Accarezzavo la bara e non è un gesto che mi appartiene. Non potevo staccarmi da quel guscio di legno in cui eri chiuso. Volevo che tu mi sentissi così come ti sento io.

Sono arrivata a Catanzaro alle quattro meno dieci, dopo che un’ora di coda al casello di Messina mi aveva mandato nel panico totale. C’era sciopero, Piero, hanno chiuso le barriere. Vedevo passare le volanti della polizia e non capivo e volevo, volevo farla furba e passare in corsia di emergenza e potevamo fermarmi, potevano dirmi quello che volevano e io avrei risposto che dovevo andare al funerale del mio migliore amico e non mi avrebbe certo fermato una multa. Ma non l’ho fatto. Stavo lì, nel panico totale, a piangere con Salvo al telefono e a gridare che ero una stupida, che dovevo partire prima, che calcolare due sole ore di ritardo quando è fine agosto e la gente rientra è stupido, è maledettamente stupido. Ero ferma, ferma a motore spento a tre chilometri dalla barriera e non capivo. Salvo intanto guardava la webcam del traghetto per capire che cosa avrei trovato e per fortuna non c’erano attese, se non quelle dell’imbarco. Piangevo e mi odiavo e a un tratto i motori si sono accesi e siamo passati, sbarre alzate e nessun pedaggio, la polizia aveva sbloccato i caselli.

Ho corso per Messina che neanche un messinese e in meno di un’ora ero dall’altra parte. Senza bere senza mangiare, con la tua voce che mi diceva, non importa non ti preoccupare, tu sei pazza!

Ma a me importava.

Alle quattro meno dieci sono arrivata alla chiesa dove tu già ci aspettavi. Sudata, con il cuore in gola e le gambe tremanti. Sono entrata e non conoscevo nessuno. In quindici anni di amicizia siamo sempre stati io e te, forse non è mai capitata l’occasione, forse quando ci sarebbe stata io mi sono trasferita. Non sapevo riconoscere nemmeno i tuoi genitori. Ho abbracciato forte la tua ragazza e mi sono messa in un angolo lì vicino. Quando la cerimonia è cominciata il cuore ha iniziato a saltarmi in petto, sentivo le gambe cedermi e la testa farsi leggera. Ho avuto paura di svenire. Continuavo a guardarti e a scuotere la testa. Non sei lì dentro. Non siamo qui per il tuo funerale.

Sono uscita perchè mi sentivo male. Ho iniziato a preoccuparmi di come tornare indietro, altre cinque ore di macchina e il traghetto. Quando la funzione è finita e la gente è uscita sono rientrata e mi sono seduta ad aspettare il tuo passaggio, convinta che no, non sarei venuta al cimitero, non c’entravo niente, non conoscevo nessuno, mi sentivo un’intrusa. Tipico mio, avrai pensato. Tu che mi hai conosciuta proprio perchè stavo sempre in un angolino e mi sentivo fuori dal mondo.

La bara è passata e ti ho accarezzato per la seconda volta e solo lì ho pianto un po’. Ti ho applaudito mentre il mio cuore mancava dei colpi. Sono uscita dietro al carro funebre, non avevo idea di dove fosse il cimitero e il cellulare con il navigatore si stava scaricando. Ti seguivo senza volontà, era come se un filo mi tirasse a te. E così ho capito, ho sfidato le paure come mi ha avevi insegnato a fare che ero poco più di una bambina e ho seguito il corteo fin lassù al cimitero. Io dovevo esserci. Gli amici ci sono, sempre. Anche ora che non posso più fare niente per te.

Sono rimasta fuori dalla cappella, non capendo che fare, e una tua parente, una zia  forse, mi ha spinto dentro. Andate voi che siete gli amici, lui vi avrebbe voluto.

E così mi sono ritrovata dentro ad accarezzare la bara e a guardarti chiedendomi se fossi veramente lì dentro. A chiedermi come diavolo può un infarto arrivare così all’improvviso a quarant’anni e portare via tutto.

La tua ragazza mi ha accompagnata dai tuoi, tua madre aveva lo sguardo vitreo eppure una dolcezza impressionante. Ha capito chi ero, mi ha accarezzata e ringraziata come fossi sua figlia. Tuo padre soffriva più visibilmente ma mi ha abbracciata e mi ha detto grazie e mi ha presentato un tuo cugino, orgoglioso che in tanti amici avessimo fatto tutti quei chilometri solo per te. Tua sorella mi ha abbracciata forte, lei sapeva chi ero anche se non ci eravamo mai viste prima. Mi hanno detto di non tornare a Modica, di rimanere che un posto per dormire lo trovavano, ma ho i bambini ho detto e mi sono decisa a venire via.

Ho lavato la faccia a una fontanella e mi sono rimessa in macchina. Mi sembrava di aver vissuto una giornata in una vita parallela. Non era il tuo funerale, non eri tu là dentro.

Sono arrivata a casa per inerzia, che quando sono scesa dalla macchina cinque ore dopo (a Villa San Giovanni non ho aspettato nemmeno un quarto d’ora: parcheggiata l’auto sul traghetto hanno chiuso i battenti e siamo andati) non sentivo più le gambe e mi tremavano persino le mani.

Una sola frase mi ha accompagnata per tutte le tredici ore di viaggio.

No, Piero. No.

 

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13 risposte a “Funeral Blues #4

  1. Pingback: Caro Amico ti scrivo… | Claudia's blog

  2. Mi hai fatto rivivere il funerale di Pamela…
    Anche lei di notte torna a trovarmi..ormai anche dopo cinque anni…

  3. Quanta sofferenza….
    Un abbraccio

  4. Un abbraccio forte.
    So perfettamente cosa si prova, ci sono passata 13 anni fa quando per colpa del cancro il mio compagno di giochi è venuto a mancare a soli 29 anni.
    Ancora oggi non riesco ad andare a trovarlo al cimitero perchè lui non si trova lì ma è con me ogni giorno e con il mio piccolo al quale ho dato il suo nome.
    Claudia

    • Io sono ancora nel limbo… riesco a capire che non c’è più solo di notte, nel silenzio dei pensieri. Lo sento così vicino, così vivo.
      Grazie delle tue parole, ricambio l’abbraccio.

  5. ti abbraccio. deve essere terribile…solo a leggerti e a pensarci mi vengono i brividi.
    mi spiace tanto…

    ma no, lui non è là dentro.

    • Grazie… é strano, rifiuto così tanto questo dolore che solo scrivendone riesco a capire che é vero. Perché poi riesco solo a pensare che non sia possibile.

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