Succede che.

Passano anni e riesci a incontrare una persona fuori dall’ambito in cui vi siete conosciuti. Lo aspettavi da tempo, in alcuni casi da quasi un decennio. Mi è successo molte volte da quando ho finito il liceo. Io volevo spostare tutto su un altro piano. Lo volevo con tutta me stessa, ne avevo bisogno, avevo bisogno di capire la relazione che si era instaurata, avevo bisogno di capire perchè e avevo bisogno di capire chi veramente avessi di fronte. Una prof, una zia, un’amica, un medico, uno psicologo, un uomo o una chimera.

Mi succede da quando ho memoria. Mi affeziono a persone irraggiungibili, che non fanno parte della mia sfera, nè per età nè per status.

Quest’inverno ho incontrato una persona dopo dieci anni, ed è stato molto strano, non deludente ma neanche del tutto appagante. E infatti, da buona testarda che sono, ho deciso che una volta non basta per capire. Una volta mi serve giusto per annusare l’intento. E l’intento c’era, ma non c’era il modo.

Questa primavera ho perso una persona che ho aspettato troppo ad incontrare e di lei mi rimangono solo una foto, un messaggio su facebook e due email che per fortuna avevo stampato. Bè, mi rimane molto più di questo ma non so farmi una ragione per aver rimandato tanto. Questa persona, in eredità, mi ha lasciato un’altra persona che non mi farò sfuggire. E no. Non ho intenzione di aspettare altri quindici anni.

Quest’estate mi ha regalato l’incontro che tanto avevo aspettato, ma purtroppo non è andata come volevo. Una persona normale lascerebbe perdere ma io no, io che mi descrivo tanto asociale, le persone non sono in grado di lasciarle perdere se non c’è un motivo che sia vero e che sia soprattutto chiaro. Chiaro perchè a volte si pensano cose che sono solo nella nostra testa, per paura, per rabbia, per modestia. Io finchè non me lo sbattono in faccia che sono una seccatura, non ci voglio credere. E finora è successo una volta sola, ed è stato brutto, ma non è stato vero, tant’è che ci siamo in qualche modo ritrovati.

Non sono rimasta delusa, no. E’ stato imbarazzante, sì.

Non avevo parole, non mi venivano. Mi sentivo fuori luogo, mi sentivo in un posto che non mi apparteneva e quindi scivolavo in un terreno sconosciuto. Io non sono una che fa domande, so essere curiosa da morire ma non faccio domande. Anche perchè, diciamocelo, molte delle persone a cui poi mi affeziono le mie domande le evitano. Sono in una posizione di superiorità, fosse anche solo per l’età, ma di solito è per il ruolo. Certo che mi interessa come stanno! Ma non riesco a chiederlo perchè temo sempre di essere invadente, di infilarmi in qualcosa che non mi appartiene. Come appunto è successo qualche giorno fa. Lo volevo, lo desideravo, ma quand’ero lì ho capito che era il posto sbagliato. E il momento sbagliato. E alla fine ne è uscito solo un grande silenzio. O meglio, alla fine abbiamo parlato d’altro, e nemmeno noi due.

Io sono brava a scrivere, non sono brava a parlare. Molti mi accusano di essere superba e invece io provo un enorme senso di inferiorità con le persone a cui tengo. Con le persone che scelgo.

E’ tanto che non frequento persone che sono, per dirla nuda e cruda, più di me: più intelligenti, più acculturate, più decise, più testarde, più sicure, più… più. Frequento persone come me. Frequento persone meno di me. Ma ho bisogno di persone più di me. Che mi facciano sentire che ho molto da imparare. Che mi tirino fuori quelle cose che mi tiravano fuori a loro tempo altre persone.

Quando andavo in piscina mi sentivo così. Di fronte alla passione, alla determinazione, al carattere della titolare io riuscivo a tirare fuori da me quelle cose che ho lasciato assopire negli anni siciliani. Non so se mi leggi ma sì, è questo. E credo che l’avessi anche capito. Poi è successo tutto e di nuovo mi sono fermata.

Quando andavo a scuola erano i professori, per lo più donne ad essere onesta. Non erano solo delle figure materne in un momento difficile della mia vita, erano degli stimoli. Alcune di loro lo sono ancora, due di loro fanno proprio parte della mia vita e continuano a darmi molto.

Quando stavo male erano i dottori. Non tutti, solo quelli che io sceglievo. In sei mesi di ricovero non ho fatto altro che raggirare la psicoterapeuta che mi aveva in carico, perchè non l’avevo scelta e perchè non riuscivo a considerarla più di me. Non sapeva tenermi, non sapeva contenermi. E quando l’ultimo incontro prima delle dimissioni gliel’ho detto non so se è stata più la rabbia quello che ha provato o l’amarezza per aver in qualche modo fallito. Purtroppo io le persone le sento e qualcosa non funziona, e non capisco perchè nessuno dell’equipe l’avesse notato, se io capisco la psicoterapeuta e lei non capisce me. Ero io la malata e sono uscita da lì dieci chili in più e progressi zero. Mi ha capito invece lo psicologo che mi ha preso in cura dopo, che ho scelto io, e la psichiatra dell’ospedale che mi è capitata ma è capitata bene.

Sono arrivata qui e pensavo fosse finita quest’epoca di ricerca di persone che potessero ancora farmi sentire piccola, quella buffa sensazione che cerchiamo di scrollarci di dosso non appena andiamo all’asilo e invece poi è così rassicurante, dico, sentirsi così, come se qualcuno potesse per un momento alleviarti il pensiero di avere il mondo sulle tue spalle.

E invece scelgo di abortire e lui, che in tre ecografie aveva forse spiccicato tre parole (non che io cercassi altro), mi ha preso sotto la sua ala e ha deciso di guidarmi in quella scelta e di guidarmi nelle altre due gravidanze. Che significa che ha fatto il suo lavoro ma ha saputo rassicurarmi come solo lui poteva in quel momento, perchè in quel momento solo un dottore poteva dirmi che andava tutto bene e lui l’ha fatto, e io mi sono sentita che non dovevo pensarci, perchè ci pensava lui. E per fortuna, madre Natura è sempre stata dalla mia, perchè poi alla fine sono io che ho partorito, io che non ho mollato, io che ho continuato a sognare.

Affidarsi, è la parola chiave. Io a queste persone mi sono affidata. Qualunque cosa avessero detto o fatto per me sarebbe stata giusta. E’ questo che mi spinge a cercarle anche al di fuori del luogo naturale del nostro incontro.

C’è tanto ancora da dire, tanto ancora non detto, tanto che chissà, forse non diremo mai. Io ho sempre mille domande e forse non ho mai abbastanza risposte. Ma non mi fermo di fronte a un silenzio, io vado oltre, perchè non è vero che sono asociale o superba: io amo le persone e amo imparare da loro. Amo la sensazione di non essere arrivata, anzi, di avere ancora tanto da fare, di avere qualcuno da cui imparare. E amo follemennte coloro che, in un modo o nell’altro, hanno raggiunto uno scopo ma non si siedono, vanno avanti. Perchè nella vita chi si siede è perduto. E in fondo il bello è proprio viaggiare.

E, come dice Gaarder, incontrarsi sulla cima della grande montagna. Ovunque essa sia.

 

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3 risposte a “Succede che.

  1. Ho riletto questo post piu’ volte in questi giorni e avrei sempre voglia di dirti qualcosa ma non so bene cosa.
    Sei fortunata a volere sempre di piu’, e’ un pregio bellissimo.

    • Penso di sì, anche se a volte è faticoso e fa sì che la mente si fissi su una persona e lì rimanga magari per giorni. Ma il volere sempre di più è una spinta e quindi ne sono felice!
      Io intanto ti seguo quotidianamente, non c’è un motivo ma mi sento vicina a te, forse perché io per ora la tua vita la posso solo sognare… ma chissà, il futuro è lungo!! 🙂

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