Funeral blues #3

(Lettera del 22 maggio 2014)

Eccomi a casa, di ritorno dal tuo funerale. Ti scrivo come se potessi ancora sentirmi, ti scrivo qui perché non ho avuto il coraggio di salire sul pulpito come le altre persone e lasciare poi le mie parole nelle mani di tuo figlio e di tuo marito. Me ne sono stata lì, in piedi in fondo alla chiesa, in uno stato di semi-coscienza perché non riesco ad accettare che ci fossi veramente tu in quella bara davanti a noi.

Come si può immaginare morta una persona così viva come eri tu?

Io non ci riesco.

Non credo nella vita dopo la morte, io non credo nemmeno in Dio. Vorrei, ma ho smesso di farlo da un po’. Era anche di questo che spesso avrei voluto parlarti quando ancora piccolina ho iniziato ad avere degli attacchi di panico – che ora riconosco come tali ma a undici anni mi veniva un po’ complicato definirli. Avevo paura di morire già allora e comprenderai come mi viene impossibile accettare che tu te ne sia andata per sempre.

Ho incontrato i miei vecchi professori, non tutti, molti. Le parole della prof di lettere, entrando in chiesa di fianco a noi, senza forse nemmeno riconoscerci bene, sono state, mosse di commozione, ha sofferto così tanto! e a me queste parole sono arrivate dritte dritte come un coltello nel petto. Non ti posso immaginare sofferente. Il mio cuore è in grado di vedere solo i tuoi sorrisi, ed è un bene perché hai detto che è così che vuoi essere ricordata.

Fuori, quando la cerimonia era finita, la prof di matematica ci ha raccontato qualcosa del tuo calvario – qualcosa la sapevo, qualcosa no. Sono le cose che si dicono sempre poi, le parole piene di rabbia perché tu eri buona, tu eri splendida, e fuori il mondo è pieno di merda e pensa, io queste cose le dico anche a Noemi che ha solo quattro anni. E dette da una persona sempre composta fanno effetto, significa che lei il tuo dolore l’ha vissuto, cosa che io vigliaccamente mi sono astenuta dal fare e adesso vorrei esserci stata, almeno un po’. Avrei dovuto passare. Non ti posso pensare sofferente. Ci ha spiegato un po’, e con le solite parole ha detto che hai smesso di soffrire, altra frase che io odio eppure è stato così, lo dicono tutti anche se tutti ti vorrebbero ancora qui con noi, in carne ed ossa e non solo in spirito.

Dopo qualche minuto i sorrisi che abbiamo cercato di tenere si sono un po’ rotti e le lacrime, chi prima chi dopo, sono scese a tutti. Mi ha colpito particolarmente la lettera di tuo marito. Ora che sono grande e che ho un marito anch’io e che ho dei figli anch’io, non oso immaginare il dolore di questa separazione.

Non li ho avvicinati all’uscita della chiesa. Quando mi hai parlato di loro l’hai fatto con così tanto amore che non ho voluto intromettermi nel loro dolore privato, così dignitoso, così composto, così sicuramente incommensurabile. Tuo figlio è stato così gentile ad aggiornare la tua pagina fb, ad accogliere i nostri ultimi saluti, a comunicare subito quando ci sarebbe stato il tuo funerale. Si vedeva che ci teneva che ci fossimo tutti, e c’eravamo in tanti sai?

Ti ricordi quando avevo perso la bimba e ti avevo chiesto una cosa stupida, ma l’avevo chiesta a te perché sapevo che avresti colto il dolore in quella mia domanda? Ti avevo chiesto com’era avere un figlio maschio perché avevo perso una bambina e io mi ero sempre immaginata con una femmina e non sapevo cos’avrei provato se avessi avuto un maschio. Nella mia famiglia siamo quasi tutte femmine e non lo sapevo e chiedevo a te che sprizzavi amore per tuo figlio da chilometri di distanza. Mi avevi risposto invece, non avevi pensato alla stupidità apparente della domanda che ti avevo fatto. Mi avevi detto che è splendido essere mamma di un maschio e ora che sono mamma di un maschio anch’io posso capirlo. Un po’, per ora, che Nicolas ha solo due anni. E alla fine non cambia niente, i figli sono figli e punto ma io in quel momento soffrivo perché non avevo più la mia bambina e la rivolevo indietro e basta.

Ci hai chiesto di ricordare solo i tuoi sorrisi, di vivere la vita con meno egoismo, ci hai salutato anche se non hai fatto in tempo. Avevi un sacco di amici e l’insegnamento ti ha fatto entrare nel cuore di molti di noi.

Hai sofferto tanto, sapevi che avresti perso questa battaglia alla fine.

Io in fondo non facevo parte della tua vita, ci siamo scritte ogni tanto, viste pochissimo perché poi io vivo lontano. Eppure faccio fatica a darmi pace.

Io non lo so se mi leggono le persone che a te sono più vicine, ma voglio abbracciarle come non ho fatto oggi, per pudore, per rispetto del dolore, per la mia incapacità di riconoscere la morte. Voglio dir loro che so che il vuoto che lascerai sarà incolmabile, ma gli insegnamenti, ma quel tuo sorriso, quella tua forza d’animo, hanno realmente fatto breccia nelle vite di moltissimi di noi e la fortuna che hanno avuto ad incontrarti, ad averti quotidianamente nella loro vita, è enormemente più grande di ogni altra cosa.

Io sono felice di averti conosciuto, di aver per un breve tratto di tempo camminato insieme a te.

Mi piacerebbe incontrarti di nuovo, ma questo è il sogno di chi ha fede. Io mi tengo il tuo sorriso stretto al cuore. Mi tengo la tua forza. Mi tengo la tua energia. Mi tengo la tua determinazione. Mi tengo il bellissimo augurio di ormai diciassette anni fa.

Buon viaggio, prof. Che tu possa brillare nel tuo angolo di cielo per l’eternità.

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