Storia di una scelta

Questa settimana cade il quinto anniversario del mio aborto. La vita è corsa in avanti nel frattempo, è corsa così veloce che forse sono un po’ rimasta indietro. Non mi sembra più ieri quando l’ho dovuta abbandonare su quel lettino, non mi sembra ieri quando ho dovuto scegliere di porre fine alla sua vita. Non mi sembra ieri. Mi sembra sia passata un’eternità.

Sono passati due figli, un terreno, la costruzione di una casa, un trasloco e una decisione drastica che riguarda le vite di tutti noi.

È passata un’eternità.

È passata un’eternità e a volte mi sento in colpa per non averla più così tanto nella mia vita come invece dovrei. Anche il tatuaggio sulla caviglia a giorni sembra non esserci più, un po’ perché è inverno ed è sempre coperto, un po’ perché è parte di me, un po’ perché è passato tanto tempo e il tempo cura il dolore meglio di ogni altra medicina.

A settembre sono finalmente riuscita a sistemare la sua tomba come volevo, per cui in qualche modo è come se l’avessi lasciata andare. Come se mi fossi lasciata andare anch’io. Lei è volata lassù, dove stanno le persone che abbiamo perso, e io sono tornata qua, a vivere la mia vita pienamente, con nel cuore una bimba che non c’è più ma senza quel senso di colpa che non mi porta da nessuna parte.

Lei c’è nella madre che tento di essere. Lei c’è nella donna che sono diventata – perché sono diventata donna nel momento esatto in cui ho sentito la sua testa fra le mie gambe. Lei c’è nelle scelte che ho preso in seguito. Lei c’è nella volontà di non far naufragare un rapporto alla prima crisi. Lei c’è nella dolcezza di Noemi, nel suo essere una bambina diversa, come se in qualche modo portasse con sé l’eredità di una vita che non c’è stata. Lo so che è un discorso tra il mistico e lo spirituale, e io non sono nessuno dei due, ma è così che sento Noemi ogni tanto. Perché non so se lei ci sarebbe stata se tutto fosse andato bene, e questo mi riempie d’angoscia al solo pensiero. Non so come potrebbe essere la mia vita senza Noemi, quindi non posso permettermi di avere sensi di colpa per ciò che ho dovuto decidere prima di lei.

Cinque anni sono un’eternità e non sono niente. A volte ho paura che fra vent’anni l’avrò dimenticata e sarà semplicemente una bambina che ho perso. In realtà in un angolo del mio cuore, ogni volta che penserò a lei avrò un battito in meno, una lacrima che scende e un nodo in gola.

Sembra passata un’eternità ma ricordo ogni singolo istante del momento in cui abbiamo ricevuto la notizia. Ricordo ogni singolo istante della morfologica, quando ancora il mio ginecologo non aveva voluto dirmi chiaramente cosa c’era che non andava. Eppure l’avevo capito. Ricordo l’esatto momento in cui l’ho capito. Ricordo la rabbia di Salvo che non voleva accettare nemmeno lontanamente l’ipotesi. Ricordo quel guizzo nella pancia sentito un’unica volta pochi giorni prima del ricovero. Ricordo che Salvo era riuscito a farmi pensare che sarebbe andato tutto bene e quando l’altro medico ci ha detto che no, non andava bene, ero così paralizzata da non riuscire nemmeno a respirare. Sentivo le lacrime scendere ma non respiravo più, non parlavo più. Ricordo Salvo che alla notizia s’è accasciato sulla sedia, incapace di stare in piedi oltre. Ricordo il discorso del medico, la possibilità di abortire che nemmeno conoscevo, ricordo la sua telefonata al ginecologo confermando ciò che aveva sospettato pochi giorni prima e che io avevo capito. Avevo capito non dalle sue parole ma dalla sua stretta di mano, dalla sua mano che teneva forte la mia mentre mi diceva di stare tranquilla. Avevo già capito. Ricordo delle telefonate confuse che Salvo faceva per capire se dovevamo sentire un altro parere, l’appuntamento preso e poi cancellato. Non ricordo però cos’ho fatto nei due giorni che sono passati prima del ricovero. Li ho cancellati, non ho idea. Ricordo solo di essere andata il mercoledì sera dal ginecologo, arrabbiata e confusa, ma di non essere riuscita a chiedergli niente perché pareva non fosse opportuno parlare di questo di fronte alla sua assistente incinta, ironia della sorte, di poche settimane più di me. Ricordo il prericovero, l’infermiera che mi ha chiesto come mai non mi fossi accorta di essere incinta e non sapevo proprio come risponderle, non aveva nemmeno letto la cartella. Ricordo il giorno del ricovero accasciata contro il muro della maternità mentre gli altri bimbi piangevano e non sentivo più la mia. Non sentivo più la vita che avevo dentro e mi stringevo la pancia pensando solo a quando sarebbe finito tutto. Ricordo di aver voluto parlare con il mio ginecologo, di averlo preteso perché altrimenti non avrei preso alcun ovulo. Ricordo di essere stata arrabbiata con lui e invece di aver scoperto la persona che in quel periodo più di ogni altra, con i gesti più piccoli e più grandi allo stesso tempo, mi sarebbe stata vicino. Ricordo i primi dolori e la velocità con cui si sono intensificati. Ricordo il panico, le lacrime, il non sapere come resistere. Ricordo il vomito, il silenzio che tenevo, le parole sussurrate che dicevo e che si riducevano solo al “quando esce, quando esce” e ricordo di essermi odiata per questo. Ricordo delle persone accanto a me, mia madre, mia suocera, le ostetriche, Salvo. Ricordo quando mi si sono rotte le acque, la corsa in sala parto. Ricordo il silenzio della sala parto e l’ostetrica – quella che avrei incontrato un anno più tardi al corso preparto di Noemi – che ha spento le luci perché potessi riposarmi. Ricordo la dolcezza di tutte le persone che avevo intorno, anche se poi una di loro era obiettrice e mi ha fatto inserire da sola l’ultimo ovulo. Ricordo comunque i suoi massaggi alla schiena, il suo silenzio che ora capisco. Una donna lacerata come me probabilmente, tra quello che è giusto secondo coscienza e il dolore della persona che si ha di fronte. Ricordo di aver chiamato l’ostetrica che nel suo gabbiotto leggeva quando ho sentito Nicole scendere tra le gambe. Si sono accese le luci e l’ho partorita, sul letto. Erano le 2.45 del 31 gennaio 2009. Diventavo madre per la prima volta. Diventavo madre dando la morte a mia figlia.

È passata un’eternità e se anche dovessi dimenticarmi il dolore, queste sono cose che restano.

La mia vita da allora non è più la stessa.

nicole_tatuaggio

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13 risposte a “Storia di una scelta

  1. Ciao Claudia,sono capitata sul tuo blog per caso o forse no..ho vissuto questo dramma appena 4 mesi fa e continuo a cercare una risposta che ancora non sembra arrivare e forse non arriverà mai. Il tuo blog è stato voluto per condividere o quantomeno leggere chi come me si è trovata ad affrontare quel terribile momento e come ha fatto a continuare ad affrontare la vita di tutti i giorni,a me sembra un’utopia tornare ad essere cosi da toccare il cielo con un dito,tutti mi dicono che arriverà quel momento ma a me sembra lontano..da quel 16 aprile in me tutto è cambiato. Te ho letto ora hai due bimbi,che sicuramente ti riempono le giornate e non penso arriverai a scodare chi per la prima volta ti ha reso Donna con la D maiuscola,chi per la prima volta ironia del destino ti ha reso Mamma..
    Ti abbraccio e i tuoi bimbi fortunati di avere una mamma come te.

    • Cara Federica, intanto ti abbraccio sperando che tu possa lentamente tornare a sorridere. Quattro mesi sono pochi per poter dare un senso alle cose (ma per quello non basta una vita) e soprattutto sono pochi per pensare di poter tornare ad essere felici. Succederà ma ora é il tempo del dolore. A me c’è voluto quasi un anno… poi finalmente é arrivata Noemi. Lei mi ha aiutato ad essere di nuovo felice, sola forse non ce l’avrei fatta.
      Sii forte. Piangi tutte le lacrime che hai. E solo quando avrai finito potrai ricominciare, un piccolo passo alla volta. Ti abbraccio ancora!

      • Ciao Claudia
        Dai tuoi racconti ho avuto modo di vedere quanta forza ti può dare un’altra lieta notizia ma anche quanto dolore devi affrontare prima..le lacrime..vorrei tanto finissero ma poi penso non siano abbastanza per lei quel piccolo angelo a cui ho dovuto dire addio..
        Grazie comunque per condividere le tue esperienze e poter dar modo ad altre di ritrovarcisi e avere uno spunto per pensare..un abbraccio

      • Le lacrime sono tante e solo il tempo le asciugherà. Ne verserai ancora anche a distanza di anni, in fondo il dolore non muore mai veramente.
        Sí voglio parlarne perché io di tutto ricordo la solitudine, il bisogno di condividere… quindi anche solo virtualmente voglio esserci per tutte le donne che come noi hanno sofferto questa decisione. Un abbraccio!

  2. grazie Claudia e Salvo.
    grazie per aver delicatamente steso i vostri ricordi sulle vostre mani aperte, grazie per averle mantenute tese verso l’esterno e per averle anche risparmiate per tutto l’amore che è venuto dopo.
    i ricordi sono strane creature…riescono ad essere un pò come i sogni…assumono le forme che noi inconsapevolmente scegliamo.. il tuo ricordo ha tutte le forme di un amore indicibile, di quelli che non moriranno mai. quel volo di farfalla non lo scorderai perchè ti ha spinto fin qui.. noi non lo scorderemo con te.

  3. Non ho parole che possano. ………
    ma ti abbraccio stretta

  4. Claudia……mi lacera il cuore pensare al tuo dolore. Ti abbraccio, in silenzio

  5. Già..la vita non è più la stessa, ma comunque è più piena.
    In quante cose mi rivedo nel tuo racconto, persino l’unico movimento poco prima del ricovero, per me proprio nella notte che l’ha preceduto. Uno strazio a cui sono sopravvissuta per forza, ma a pensarci dopo è stato il suo modo di salutarmi.
    Per me sono passati quattro anni questo Natale.
    Ah…anche io l’ovulo l’ho messo da sola.
    Un abbraccio e una carezza in particolare a Noemi, come sai anche io ho la mia bimba arcobaleno. Preziossima.

    • Mi commuovi Barbara. Mi commuove l’idea della bimba arcobaleno. Mi commuove pensare che dopo cinque anni mi rendo conto di non essere per niente sola. Grazie di aver condiviso con me così tanto. Un abbraccio a te, alla tua bimba arcobaleno e al tuo angelo. (E anche a tutti gli altri altri 🙂 )

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