Le persone non lo sanno…

… ma quando incrocio un bimbo con una qualche disabilità, il mio cuore affonda.

Al contrario di quanto si possa pensare, l’aver scelto l’aborto terapeutico anzichè proseguire una gravidanza complicata, non mi rende insensibile verso il tema ma anzi, ne acuisce il dolore.

Ognuno di noi di fronte a un handicap più o meno vistoso ha molte reazioni: pena, compassione, ribrezzo (c’è anche questo al mondo), tenerezza, amore o paura.

Quello che provavo io era molto simile alle sensazioni che ho appena elencato. In generale però sono sempre stata una persona che si imbarazzava e girava lo sguardo dall’altra parte. Non per cattiveria, solo perchè mi impauriva il non sapere cosa fare. E sì che esperienze con handicap gravi ne ho avute nella vita. Non dirette, ma per esempio alle medie avevo in classe un ragazzino con grossi problemi mentali. Come tutti gli altri bambini, cercavo di evitarlo perchè non sapevo cosa fare, come comportarmi. Ma poi alla fine io evitavo anche i neonati e i bimbi più piccoli per lo stesso motivo. Quindi forse era più dovuto a una mia forma di timidezza, che tra l’altro è stato un mio cruccio per anni.

(Come sia completamente sparita a volte non me lo spiego!)

Quello che provo ora è molto diverso. Provo vergogna e imbarazzo, guardo invece di girarmi dall’altra parte, osservo i genitori, osservo la parte di vita che mi offre quel piccolo spazio temporale. Quando in alcune occasioni un ragazzo down ha mostrato molta simpatia nei miei confronti mi sono sentita a disagio. Nella mia testa pensavo, guarda che io mia figlia non l’ho fatta nascere, non hai di fronte la persona che credi.

Se non si è provato l’aborto, in questo senso credo sia difficile comprendere quello che sto scrivendo.

Non provo pena verso di loro, provo grande ammirazione per i loro genitori e mi sento un po’ in colpa verso di loro, che tra l’altro con la mia vita e con le mie scelte non c’entrano niente.

E neanche posso dirmi pentita di quello che ho fatto, perchè sono decisioni così grandi – in un senso come nell’altro – che non credo esista qualcuno privo di dubbi e incertezze a riguardo. E’ un tema importante, che fingiamo di non vedere o mascheriamo con una finta compassione che non abbiamo, perchè comunque la realtà è che nessuno di noi lo vorrebbe un figlio malato. Di qualunque malattia: cervello, cuore, fisico.

Ma quando capita?

Io l’ho saputo al quinto mese di gravidanza, alcuni genitori lo scoprono al quinto mese di vita.

Ci ho pensato spesso. Io Nicole ho scelto di non farla nascere – scelta che può piacere o meno, ma è mia, e soltanto io posso fare i conti con la mia coscienza e con il mio dolore. Comunque ho perso una figlia – e l’avrei persa lo stesso, forse non nei primi anni di vita, ma non penso mi abbiano voluto mentire quando mi hanno detto che alle elementari non sarebbe mai arrivata – ed è giusto che la mia sofferenza venga rispettata e non passata al setaccio.

A 25 anni non eravamo pronti e non avevamo i mezzi per affrontare il percorso disabilità. E’ facile dall’esterno dire che ce l’avremmo fatta lo stesso, che l’amore guarisce tutto e via dicendo. Ma io non ero pronta a vederla morire al di fuori di me. E non ero pronta, forse, ad amarla senza rabbia. Non rabbia verso di lei, ben inteso, ma rabbia verso una vita che non mi ha mai regalato niente.

A 25 anni non mi sentivo in grado di affrontare una situazione così grande, in un paese così piccolo.

Piccolo di mentalità, piccolo di aiuti, piccolo di sensibilità.

Forse ora sì. Forse solo cinque anni più tardi qualcosa in me è cambiato, perchè in qualche modo mi sento mamma di una bimba disabile anch’io. Non ho affrontato cure, terapie, successi e fallimenti. Non ho affrontato i no dei medici, la disperazione di non trovare sostegno, non ho affrontato gli stronzi che parcheggiano sulle strisce gialle. Non ho affrontato gli sguardi – diretti, ho affrontato quelli indiretti, subdoli, di chi conosce quello che pensa di sapere e giudica quello che non ha il diritto di giudicare. Non ho affrontato niente.

Ma ho affrontato la perdita di mia figlia.

E questo è qualcosa che cambia completamente il modo di vedere. E di sentire.

E di (non) giudicare.

Addio, bambina.

SAM_1540

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6 risposte a “Le persone non lo sanno…

  1. Hai perso una bimba, nn importa il perchè e il per come, l’hai persa e basta. I motivi x i quali hai fatto una scelta così difficile possono essere discussi, ma poi chi ha vissuto il tutto sei stata tu. Giudicare da fuori è sempre semplice, viverle le cose è tutta un’altra storia.

    • E’ proprio vero, come in tutte le cose poi. Ogni tanto le riflessioni vengono, e voglio condividerle perchè là fuori ci sono mille mila persone che forse provano quello che provo io ma si sentono sole e appunto, giudicate.

  2. Allafinearrivamamma

    Nessuno può giudicare queste scelte e nessuna donna dovrebbe provare l’aborto. E’ innaturale, e’ questo che non si riesce a dimenticare : l’innaturalita’ di questo atto , che sia volontario o no. Chi non sa parla, ma tu ti devi discostare da chi non sa.

    • Oh sì, ormai mi sono abituata alle persone che non sanno e parlano. E non è che ci faccio tanto caso: capita ogni tanto che mi dia fastidio ma è più per qualcosa che io sento con me stessa che non per quello che loro dicono…

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