Quando la solidarietà diventa l’eccezione

Queste immagini sono apparse un po’ su tutti i tg, ieri.

Noi che viviamo nel Sud della Sicilia siamo ormai abituati a vedere sbarchi – che c’erano anche quando Berlusconi diceva di averli fermati. Siamo abituati ai centri di prima accoglienza pieni; ai ragazzi di colore che camminano sulla spiaggia, con lo sguardo pieno di quella traversata; ai commenti della gente che li sbatterebbe fuori; alla propaganda elettorale di questo o quel partito; agli immigrati (clandestini e no) fermi agli incroci in attesa di qualcuno che li tiri su per andare a raccogliere pomodori o arance, a seconda della stagione.

Non voglio entrare nel merito della questione. Dico solo che io potrei essere una di quelle persone che, l’altro giorno, ha deciso di buttarsi in acqua per soccorrerli. Sono uomini come noi, sono migranti come noi. Perchè gli italiani emigrano da sempre, e forse qualcuno se l’è dimenticato.

Comunque.

La prima volta che ho visto queste immagini – il primo tg che vedo in un paio di mesi o più – mi sono salite le lacrime agli occhi. Stamattina in radio hanno ricordato l’episodio, e sotto gli occhiali da sole, ho pianto ancora.

E ho pensato, vedi te com’è strano il mondo, siamo così abituati alle immagini di guerra, alla violenza, al sangue, agli omicidi, alle rapine, all’arroganza, alla sopraffazione, che poi vedo sento queste immagini e mi commuovo.

Penso a cosa prova un migrante che ha affrontato una traversata in quelle condizioni a poter ricordare – come prima immagine del suo sbarco – una catena di uomini che gli corre incontro per aiutarlo.

Migliaia di migranti ricorderanno divise, insulti, pullman, sovraffollamento, sirene. Questi uomini (e donne, e bambini) ricorderanno un gruppo di bagnanti che correva loro incontro, non per scacciarli, ma per accoglierli.

Per come la vedo io, dovrebbe essere normale, ma nel 2013 la solidarietà è un’eccezione.

E a me… commuove.

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