Il dente avvelenato

Ormai è fatta. Ormai ho il dente avvelenato. Non ci sono condizioni, non ci sono compromessi, qualcosa si è irrimediabilmente rotto.

Non è vero che sono una che non perdona. Non è vero che sono una che non dimentica. Lo dico sempre, come tutti. Ma io nei fatti perdono. E dimentico.

Ma come dire, questa per me è stata la goccia. E lo dimostra il fatto che sono le quattro del mattino (“l’angoscia e un po’ di vino”, cit.) e sto come un’idiota davanti al computer a scrivere.

Mille cose non sono bastate a farmi dire chiaramente che me ne voglio andare. Mille cose non sono bastate, perchè poi alla fine dei conti ne basta una. Ed è arrivata oggi ieri.

Mi ripetono sempre, beata te che la rabbia la sfoghi, io invece accumulo accumulo e poi scoppio. La sfogo un par de balle. Ho mandato giù fin troppi rospi per il mio carattere. Ma questo è grosso, e questo è particolarmente viscido.

E infatti sono le quattro del mattino e appena Salvo è sgusciato fuori dal letto m’è tornato in mente tutto. Non mi sono girata dall’altra parte e non ho ricominciato a dormire come ogni volta che mi lascia per andare a pescare. M’è salito tutto. Ho provato a dirmi che domani mattina sarò stesa e sarò l’unica a dovermi occupare dei bimbi, ma quando qualcosa mi sale dallo stomaco e urla per uscire, io in qualche modo devo farla uscire.

Quando ho saputo che suo zio ha minacciato di licenziarlo (tranne poi aggiungere che non lo farebbe perchè è troppo importante per l’azienda), istintivamente il mio pensiero è stato – andiamocene. Amore andiamocene, prendiamo la palla al balzo e andiamocene. Sono stufa di un’azienda che prende tutto e non dà un cazzo in cambio, sono stufa che per chi vive qui sia normale nascondersi dietro al fatto che non cambierà mai niente, sono stufa di dovermi subire sfoghi che non mi competono, sono stufa di dover pagare io le conseguenze di chi fa male e malvolentieri il proprio lavoro.

Sono stufa della gente. Ci penso e ci ripenso da mesi ormai: non ho niente che mi trattenga qui se non il lavoro di Salvo. E dopo quest’uscita di suo zio l’ho pensato. Lo sto pensando ancora.

Andiamocene.

Andiamocene finchè siamo in tempo.

Sei troppo importante? A me non importa più. Agli altri non importa di noi, dobbiamo smetterla di dare così tanto. Perchè lui è come me, le cose le fa bene. Se le deve fare, le fa bene, non tanto per. Lui non lavora per lo stipendio. Lui fa un lavoro che non gli piace, e che non gli dà niente, ma lo fa bene. Lo fa meglio di chiunque altro là dentro. Lo so perchè lo vedo. Non perchè lo amo. Perchè proprio perchè lo amo sono sempre molto (troppo) onesta con lui e come tutte le persone pignole e perfezioniste tendo sempre a fargli vedere le cose che non fa. Ma sul lavoro fa troppo. Troppo per quello che riceve in cambio. Gliene ho parlato mille volte, mille volte a dirgli che lui deve fare il suo, e basta. Che non è nè socio nè titolare per cui non si deve prendere più responsabilità del dovuto, che non deve lasciare il suo numero di cellulare nemmeno se è in confidenza con un cliente, perchè qui non c’è il rispetto di niente e di nessuno ed è capace che ti chiamino di domenica per sapere se è arrivato un pavimento.

Così continuano a riecheggiare nella mia mente le parole di suo zio e la voglia di non metterci una pietra sopra come mi ha detto lui al telefono (metterci una pietra sopra? Prendertela con l’unico che lavora seriamente e metterci una pietra sopra per non litigare con me?) ma di andarcene.

Piccolo particolare. Piccolo.

Di tutto questo Salvo è all’oscuro. No, lui sa che voglio andarmene, che ne ho piene le palle (scusate il francesismo), che non ce la faccio più. Ma io so che in qualche modo lui è incollato qui. E che l’idea di trasferirsi lo terrorizza a morte. Da un lato lo vorrebbe, dall’altro capisco che lo farebbe solo per me.

Se posso dire la mia, secondo me sarebbe anche giusto che lo facesse per me. Siamo una coppia no? E nella coppia a volte bisogna seguire l’altro. Io ti ho seguito, ed è andata male. Ora seguimi.

Lui lo farebbe.

Il buffo è che proprio l’altro giorno, mentre tornavamo da Cefalù, pensavo a questo progetto che ho di lavorare con i bambini in piscina, e pensavo che se va in porto potrebbe essere qualcosa che mi fa tornare la voglia di rimanere qui.

Avete presente un castello di carte che cade su se stesso?

Eccolo qui.

Farò il corso per la certificazione, lo farò per me, non perchè ho quasi la certezza di un lavoro. Lavoretto, che con due figli e nessuno che mi aiuti non mi posso nemmeno permettere un lavoro.

Prima mi tenevano qui i bambini, ora un’amica siciliana che s’è trasferita nel mio paese quando eravamo alle elementari (e di cui io ricordavo solo la sua sofferenza) mi ha detto che non tornerebbe mai qui. Mai. Che è vero che ha sofferto ma che non tornerebbe mai a vivere qui. Ha anche aggiunto, Claudia non preoccuparti dei bambini, i bambini li porti dove vuoi. Loro si adattano dappertutto.

Detto da chi ha vissuto quello che io farei vivere a loro non è poco.

Sono piccole cose. Piccole cose che una sull’altra mi fanno riflettere. Mi fanno svegliare alle quattro di notte e perdere completamente il sonno.

Com’è il detto? Non capisci l’importanza di una cosa finchè non l’hai persa.

Qualcuno dovrebbe rifletterci. Perchè se il mondo è crollato per quattro giorni di assenza, figurati se ce ne andiamo in toto.

Cosa mi tiene qui?

Non i bimbi, non Salvo, non il progetto della piscina, non la tomba di mia figlia che non può venire con noi. Mi tiene qui il fatto che ci abbiamo messo quattro anni a costruire questa casa. Che io amo. E’ tutto quello che la circonda che sa di marcio.

E’ che ormai nelle persone non vedo più il lato buono, come insegna il cristianesimo e non so quale altra religione o filosofia. Io nelle persone vedo solo il marcio. Non mi fido più. Prima di dire mezza parola ci penso mille volte. Accumulo. Accumulo.

E ad oggi mi rendo conto di aver accumulato troppo.

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4 risposte a “Il dente avvelenato

  1. Tutto accade per un motivo….spero tanto che tu un giorno possa ringraziare che tutto questo si accaduto..ho letto del piccolo su fb…certo che se le sfighe non arrivassero tutte insieme sarebbe meglio…un abbraccio…silvia

    • Sicuramente un giorno tutto questo mi sarà servito… non lascio mai niente per niente io! Ma ormai mi conosci… e sì, ovviamente succede sempre tutto insieme, per fortuna alla fine al bimbo non è davvero successo niente, presumo avrà una cicatrice ma niente più! Un abbraccio!

  2. Oh Cla, che amarezza. Certo che la prima cosa da cui bisogna partire, per progettare di andarsene, e’ il lavoro, altrimenti altro che castello di carte. Ma sono certa che ne verrete fuori, in un modo o nell’altro. In bocca al lupo.

    • Ho già in mente il piano, è qualcosa da cui penso da molto ormai. Ovviamente scrivo d’impulso ma nella realtà so di avere due bimbi e quindi so che devo progettare tutto molto chiaramente. Ne verremo fuori, ne sono più che sicura… i modi sono molti, ora dobbiamo scegliere il migliore. Grazie per la tua costante presenza…

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