Metterci la faccia

Ok. Questo è un argomento delicato. Non ho mai amato espormi, ma l’ho sempre fatto. E ho sempre pianto, e me la sono sempre presa con me stessa per averlo fatto e per non aver capito che sarebbe stato meglio stare zitta nel proprio angolino. Non ho mai amato essere giudicata, ma ho sempre dato modo di farlo. Perchè ho sempre detto quello che mi veniva dalla pancia. Sempre, a proposito e a sproposito.

Ora la situazione è questa. Ho un blog, un blog che (ri)nasce per caso vari anni fa –  ne avevo anche uno precedente che ho cancellato in seguito a un enorme misunderstanding – e che certo non nasce per trattare temi così importanti.

Ma sapete com’è. Nella vita le cose accadono.

E accadono pesanti.

Dopo aver lottato per anni contro una depressione (leggesi: anoressia, bulimia, autolesionismo e qualcuno ha parlato di borderline ma borderline non era) che mi stava succhiando via la vita dalle vene, ne esco vincente. E che vincente.

Da quel bozzolo esce una farfalla splendida, delicata, ma consapevole. E la consapevolezza – come dico sempre – è la base di tutto.

Ho chiuso così le sedute dal mio psicologo: “Ho dato un senso a tutto, ora posso permettermi di fare cose senza senso”.

Le cose senza senso sono amare, andare di pancia, permettermi di seguire più l’istinto della ragione. Non chiedermi sempre il perchè delle cose, ma farle. E vedere come va.

A volte va bene, a volte va male.

Ma com’è: sono sempre qua. Forte, debole di nervi forse, ma forte in ciò che conta. So capire quando sto male, e so capire quanto sto male. So capire se posso essere d’aiuto e so capire se devo stare zitta.

Una cosa però non è mai cambiata: so che per le grandi battaglie è necessario esporsi.

Non sono così coraggiosa da espormi a discapito della mia vita o di quella della mia famiglia (nè d’altronde m’è mai successo di doverlo fare), ma sono abbastanza coraggiosa da metterci la faccia se si parla di qualcosa che ho vissuto e che non va come dovrebbe andare.

Mi espongo e mi sono esposta per quanto riguarda i disturbi alimentari, sono stata in Rai tre volte, ci ho messo la faccia, ci ho messo la pancia. E sto cercando di espormi per quanto riguarda l’aborto terapeutico (e la tutela della 194 in generale). Non sono una giurista e non sono mai scesa in piazza, questo no (ma mai è capitata l’occasione). Ci metto la faccia con la mia storia, il mio nome, la mia rabbia.

Forse non è molto e forse è abbastanza. Non lo so.

So che l’unico posto dove ormai si riesce a raggiungere tutti è la rete, e io lì mi sto buttando.

Faccio bene o male, non mi importa. Io faccio.

Mi sono imbattuta solo un paio di volte in persone così dette pro-life e onestamente li vedo così ipocriti e fasulli che non mi è rimasta grande memoria delle nostre discussioni. Leggo le leggi morali che loro riportano come dettate da Dio e mi viene da ridere, non per Dio in sè ma perchè onestamente mi sembra un po’ poco.

Ho detto un miliardo di volte che non sono pro-aborto ma sono per la libertà di scelta di ognuna di noi. Io non sceglierei di abortire se dovessi rimanere incinta “per caso” (virgolette doverose, perdonatemi) ma non è giusto che una mia scelta morale del tutto personale vada a influire su una legge di uno Stato (laico?) e soprattutto sul diritto di una donna di autodeterminarsi (ossia: fare un po’ quel che je pare – la mia libertà finisce quando inizia la tua). Non si arriva a certe scelte con leggerezza, o meglio, c’è sicuramente chi lo fa e credo sia sbagliato, ma io non sono Dio e non ho il diritto di giudicare nessuno. O posso giudicare, ma non posso decidere io per la vita di qualcun altro (anche qui il discorso è ampio, ma noi genitori in maniere più o meno esplicite e in cose più o meno importanti decidiamo sempre per i nostri figli). In poche parole, il tutto nella vicenda si riassume con due semplici parole: secondo coscienza. Non “secondo religione” o “secondo morale comune”. Secondo la propria coscienza.

Io ho abortito, vero. Non lo considero un vero e proprio aborto volontario anche se in cartella viene trascritto come IVG. Perchè sei tu che vuoi, non è che ti capita che lo perdi.

No, io la volevo. Io la volevo così tanto che già mi ci vedevo con lei, con questa biondina vivace e curiosa, a chiacchierare e a ridere insieme. Io, noi, abbiamo messo gli occhi su questo terreno (ancora non c’era nemmeno una recinzione) pensando alla casa che le avremmo dato, pensando a Nicole che correva sull’erba.

Nicole non avrebbe mai potuto correre. Tanto meno sull’erba.

Nicole sarebbe nata con un cesareo programmato, operata istantaneamente a cuore aperto. C’erano il 50% di possibilità che nascesse viva, e se fosse nata viva, il 50% di possibilità di uscire viva dall’operazione. E in ogni caso, nessuna possibilità che potesse mai arrivare a correre.

Quindi, io ci metto la faccia. Voi scagliate la prima pietra.

claudia

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7 risposte a “Metterci la faccia

  1. Pingback: Il meglio della settimana #53 | ero Lucy

  2. Capisco perfettamente il bisogno di estorsi,di metterci la faccia, il bisogno di gridare per farsi ascoltare da chi non vuol sentire. Lo dico sempre per esporsi ci vuole coraggio e forza e non sempre si riesce a farlo. Cercò, nel mio piccolo, di dare voce a chi non riesce a dire, a farsi sentire. A volte riesco altre no. Credo nel diritto di scelta, e nel dovere di uno stato laico di tutelare tale diritto. Hai dovuto fare una delle scelte più dolorose che possano capitare ad una madre. Io a avrei fatto lo stesso. Grazie di quest bel post.
    Raffaella

    • Grazie a te Raffaella, gli incoraggiamenti servono sempre, perchè ci sono dei momenti in cui uno si chiede “Ma che lo faccio a fare?”… bè: a volte basta sentire un grazie per andare avanti. Per avere ancora più forza e più coraggio.

  3. Credo che chiunque abbia l’idea di scagliarsi contro di te non canti un inno alla vita – come pensa di fare – ma un anto crudele verso di te. Non sono mai pro aborto visto come anticoncezionale, siamo nel 2000 e oltre e occorre pensarci prima, ma chiaramente la tua tragedia, perchè questa è, è storia ben diversa. Ti abbraccio, metterci la faccia in questo mondo di finti perbenisti moralisti scarsamente empatici, non è facile.

    • Grazie Sandra… no non è facile, a volte mi chiedo perchè lo faccio, in fondo all’epoca dei fatti ho dovuto affrontare tutto “quasi” da sola… forse è che sono meno misantropa di quello che credo e penso sia giusto che le cose migliorino da questo punto di vista, per chi – per un motivo o per l’altro – decida di ricorrere all’aborto. In fondo i conti si fanno con la propria coscienza, ogni giorno. Non c’è bisogno, come dici tu, di finti perbenisti nè di falsi moralisti…

  4. Ma per niente, infatti. Solo che credi che certe persone cambieranno mai idea?

    • No. Ma io mi rivolgo a quelli in dubbio. Mi rivolgo a tutte le persone che si guardano bene dall’esporsi, alle persone che preferiscono stare in silenzio, alle persone omertose, a quelle che “tanto non cambierà mai niente”. Mi rivolgo alle persone che non si fanno un’opinione perchè tanto non li riguarda.
      E invece, quando c’è di mezzo una legge dello Stato che tutela chi scaglia la prima pietra e non chi sa di cosa sta parlando, questo riguarda tutti. E tutti, o se non tutti comunque una buona parte, dovrebbero pensarci.
      Io mi rivolgo a loro: a quelli che finora “non ci avevano pensato”.
      A chi mi risponde che Dio tutela la vita in qualunque forma e che per questo non siamo altro che infanticide generalmente sorrido. Sorrido perchè nella Bibbia ci sono vicende atroci, perchè l’uomo ha sempre incasinato tutto. E sorrido perchè a loro non è capitato.
      Invece, mi inchino di fronte a tutte quelle madri che hanno figli disabili, persone che hanno avuto una forza che io non ho. Mai mi sognerei loro di chiedere se non sarebbe stato meglio fare come me, sarebbe una domanda tanto crudele quanto quella che mi si potrebbe fare: “Ti sei mai pentita?”.
      Sono scelte. E con le scelte si fanno i conti allo specchio.
      (Scusa la lungaggine, non so nemmeno se ho risposto o se ci ho solo girato intorno 😉 )

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