Il settimo anno è quello della crisi

Già. Sono quasi sette anni che mi sono trasferita qui, in Sicilia. Prima dello scorso novembre non mi sono mai posta la semplice, banale, sprecata domanda chi me l’ha fatto fare?

Per sette lunghi anni ci ho provato. Ci ho provato a non pentirmi.

Sono arrivata qui con l’entusiasmo di chi sta finalmente cambiando vita, l’entusiasmo di chi sta chiudendo una porta dietro di sè, pronta a scoprire un nuovo modo di vivere, pronta a lasciarsi tutto alle spalle. Ho lasciato un posto (quasi) fisso, ho zittito chi mi diceva che ero pazza a venire nel Sud, peggio ancora in Sicilia, ho affrontato tutto con gioia ed emozione, tutto mi sembrava migliore. Migliore di Milano.

Ero giovane – ebbene sì, eccomi arrivata al fatidico momento del “ero giovane” – innamorata, entusiasta. Stavo chiudendo un orribile capitolo della mia vita e stavo finalmente andando via.

032.Marinai!!!

Ho trovato lavoro subito. Avevamo una casa disponibile.

Avevamo progetti e voglia di vivere.

E mese dopo mese, anno dopo anno, cara Sicilia mia vostra, mi hai tolto tutto. L’entusiasmo, i progetti, la voglia di continuare a provarci.

Primo anno. Il lavoro è stato un inferno. Sottopagato e sottovalutato. Non ho mai detto di essere un genio ma ho sempre imparato in fretta. Se qualcuno mi avesse insegnato. Se qualcuno mi avesse dimostrato di credere – almeno un po’ – nel fatto che se anche sono donna ho un cervello anch’io. Mi veniva la morte ogni volta che abbassavo la maniglia della porta per entrare. Ho passato pomeriggi a piangere di nascosto relegata in un ufficio nello scantinato. E nemmeno chi avevo seguito per amore riusciva a capire.

Tutti mi dicevano, è così, non si possono cambiare le cose (in Sicilia, aggiungo io).

Per chi mi conosce un minimo sa che per me tutto si può cambiare. Basta iniziare.

Secondo anno. Licenziata perchè mi stavo sposando (ovviamente non è quello che mi hanno detto ma basta fare due conti). Volevo un bambino e Salvo no. Finito quello del lavoro, è iniziato il calvario dei vicini maleducati di casa. Perchè mai abbassare il volume dello stereo se con un unico apparecchio si può tenere sveglio un intero quartiere?

Terzo anno. Salvo si convince, rimango incinta al primo mese di tentativi. Cinque mesi dopo mi diagnosticano una grave malformazione cardiaca della bimba. Devo abortire. Nel frattempo, giusto perchè non sono in pieno esaurimento nervoso, il solito vicino fa precipitare la situazione. Alla fine di una lotta estenuante si convince che forse è il caso di evitare che io ricorra agli avvocati. O forse è la madre che si convince che suo figlio è un po’ fuori controllo. Ma poi, in tutto questo, io ho perso mia figlia.

Quarto anno. Cerchiamo disperatamente una gravidanza che arriva soltanto dopo dieci mesi di estenuanti tentativi. Dieci mesi sono pochi per chi non ha vissuto il dramma di perdere un figlio. Ma sono un’eternità se vivi con l’unico scopo di riuscire a diventare madre di nuovo. Riusciamo intanto a comprare il terreno che avevamo visto il giorno prima di venire a conoscenza della malformazione della piccola. Pensiamo di aver raggiunto la felicità.

Ovviamente, ne siamo ben lontani.

Gli ultimi anni li riassumo brevemente: ho a che fare con l’arroganza e la maleducazione di molti, non riesco a creare rapporti d’amicizia come dico io, per costruire casa non basta essere in regola ma ci vuole un doppio fegato, abbiamo problemi con tutti gli enti a cui ci siamo rivolti, la gioventù moderna spara petardi a raffica sotto le mie finestre, la gente inizia a starmi sulle palle a priori (e questo purtroppo finisce per essere l’unico vero tasto dolente) e nonostante due gravidanze splendide e due figli che adoro, nonostante il rapporto con mio marito cresca e si rafforzi, nonostante la casa nuova e il trasloco, io arrivo e mi chiedo

perchè mai sono venuta a vivere qui?

Ora ditemi voi che si deve fare quando si arriva a questo punto. Quando non basta più niente a toglierti dalla testa il fatto che te ne vuoi andare, e prima è meglio è. Ovunque, tranne qui.

Non ci sono bimbi che tengano, non c’è amore che tenga. La testa ti tiene qui, l’anima è già altrove.

Ho un solo misero progetto per il mio futuro qui. Ma è un progetto su cui posso vendermi anche altrove.

Appunto.

Altrove.

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5 risposte a “Il settimo anno è quello della crisi

  1. Pingback: Otto mesi in un minuto | Claudia's blog

  2. Sono siciliana e capisco esattamente tutto quello che dici. La gente non ha niente da fare e si fa i fatti altrui, ma devi conoscere il trucco: FREGATENE. Ma fregatene veramente, fino in fondo, con tutta te stessa. Sii orgogliosa delle occhiate che attiri, delle chiacchiere a cui dai adito, dei nemici che ti farai. Molti nemici, molto onore. E vedrai che ci saranno 2 o 3 persone che ti ammireranno, non in pubblico, non in maniera esplicita, ma in privato, fra di voi, ti diranno brava, perché riesci ad esprimere tutto ciò che noi non riusciamo ad esprimere, tu ci dai la forza di sperare che anche noi possiamo farcela. Noi che non abbiamo la forza e il coraggio di sopportare questo inferno in cui tu vivi.
    Ma fallo con il sorriso sulle labbra, con gioia e allegria, non con rabbia, per vendetta, perché altrimenti godranno della tua sofferenza, penseranno che lo fai per atteggiarti, per attirare le attenzioni, perché sei strana. E tireranno fuori vecchie storie, con nuove interpretazioni, che non c’entrano nulla, ma loro ti sommergeranno. Non vacillare mai. E quando cadi, rialzati, sorridi e ricomincia da dove eri caduta.
    Sorridi, sorridi sempre, atteggiati a diversa, strana, ma felice, spensierata e allegra. E non sperare che smetteranno. Non hanno altro da fare.

    • Grazie Ines: tutto questo detto proprio da te ha molto più senso. Alla fine sì, ci sono arrivata a sorridere ed essere felice, so che ci sono persone che mi ammirano e che mi stimano, poche, vero. Ma quando sto proprio giù è da loro che vado, solo per sentirmi dire che vado bene così. Che in fondo è il mondo fuori che non funziona troppo bene…
      Grazie davvero, di cuore.

  3. Premetto che parlo sapendo di te poco o nulla, spero di non essere indelicata. Ti racconto una cosa di mia madre. A Formia, dove era rimasta a vivere da sola dopo la morte di mio padre, le accaddero due-tre episodi da peggiorare la sua ansia, uno dei quali particolarmente serio. Si trasferi’ a vivere da mia sorella ma non sta bene nemmeno li’. Ogni due mesi dice che vorrebbe essere altrove. Qui da me, al mare, nel suo paese di origine. Poi non fa nulla e rimane dov’e’, perche’ il punto vero e’ che non si e’ mai decisa a guardare bene in faccia quei fantasmi che le fanno ballare il cuore, e che – a mio parere, da quel che racconta – furono gli stessi che la spinsero a lasciare la sua terra cinquant’anni fa. Per il resto, mi sembra di leggere quello che mia cugina mi racconta da vent’anni della Sicilia. Lo so. Terra bella e ingrata.

    • Non sei indelicata 🙂
      Diciamo che i miei fantasmi li conosco, se non altro. Infatti so che se anche mai mi trasiferirò, dopo un po’ farò il tempo lo stesso… solo che la Sicilia è tosta, lo è per i siciliani, figurati per me che vengo da un altro mondo… e quest’anno ho davvero raggiunto il limite. Tengo duro, ma sono anche stanca…

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