Bambino io, bambino tu.

Quando sono stata l’ultima volta dal mio ginecologo, lui s’è preso l’ovetto in cui stava Nicolas e se l’è piazzato sulla scrivania, di fronte a sè. L’ha guardato con un’intensità che dubito di essere in grado di descrivere. E mi ha detto una frase all’apparenza banale.

“Claudia, quando si diventa grandi, i bambini assumono un significato diverso, più profondo. Li guardiamo in modo diverso.”

E lui in effetti guardava Nicolas con un tipo di amore che non avevo mai visto negli occhi di una persona che in fondo non ha legami con lui, se non l’averlo aiutato a nascere. Ma in fondo, chi lo fa di professione forse poi alla fine si perde il senso.

Al di là di questo, della sua professione e del ruolo che ha avuto nella mia vita negli ultimi tre – quasi quattro – anni, quella frase ha lasciato un profondo segno nel mio animo. Ci penso un giorno sì e uno no.

Io ho rivalutato il ruolo dei bambini. Non li ho mai sopportati troppo, non li ho mai amati, non li ho mai capiti, mi hanno sempre messa in imbarazzo.

Poi ho perso Nicole.

E i bambini hanno improvvisamente assunto quel significato di cui parlava il mio ginecologo. La vita, il mistero, la magia, l’inizio e la fine.

Li guardo spesso, Noemi e Nicolas, e rifletto sulla loro presenza.

Non sono solo bimbi ai miei occhi. Sono l’essenza del miracolo dell’universo.

In ogni caso, non amo particolarmente i luoghi affollati di bimbi. Posso essere una madre splendida, ma non sono una grande intrattenitrice. I bimbi degli altri continuano a mettermi in imbarazzo. Non so mai come comportarmi con loro. So benissimo come comportarmi con i miei, ma non con i figli degli altri. Mi sento a disagio. Dico sempre che io detesto i bambini. In realtà detesto i genitori che crescono i bambini maleducati.

Io sono quella che corre in spiaggia, noncurante di quello che pensa la gente, solo perchè mi piace veder sorridere Noemi. Sono quella che parla con Nicolas per strada e gli racconta tutto quello che le passa per la testa. Sono quella che si china in un punto qualsiasi e allarga le braccia perchè so che se faccio così, ovunque sia e qualunque cosa stia facendo, Noemi corre ad abbracciarmi. A prendersi il mio abbraccio.

L’altro giorno lo stavo facendo in spiaggia, per richiamarla vicino a me, e quando lei è uscita dall’abbraccio per tornare lontana e correre di nuovo verso di me, una bimba più piccola di lei s’è infilata al suo posto e senza timidezza mi ha preso la mano.

Ho sorriso ma quel gesto mi ha scaldato il cuore.

I bimbi vedono nel nostro animo. I bimbi sanno. I bimbi conoscono tutto meglio di noi, perchè non hanno inibizioni, perchè non hanno paura a chiedere, non hanno paura a fare. I bambini sono più grandi di noi.

E’ questo il significato delle parole del mio ginecologo.

In realtà noi nasciamo perfetti, onnipotenti, in grado di vivere la nostra vita nel migliore dei modi. E per strada perdiamo ogni nostra capacità.

Lo so, lo vedo in Noemi. Nella sua splendida voglia di imparare, di guardare.

Noi non guardiamo più.

Il pomeriggio dopo mi sono messa a correre con lei sulla spiaggia. Correvo ed ero una bimba di due anni anch’io. E in men che non si dica è arrivata una bimba di su per giù cinque anni che s’è messa a ridere e rincorrermi come faceva Noemi. E rideva, e rideva.

Il padre era imbarazzato, io invece mi sono sentita “scelta”.

E’ una cosa strana, una sensazione indescrivibile.

Non è come quando un ragazzo ti si avvicina per parlare, magari gli piaci, magari no. Magari ci prova così, per passare il tempo.

I bimbi sanno chi scegliere.

E il fatto che abbiano scelto me mi ha fatto riflettere ancor più profondamente.

Ho passato gli ultimi mesi a preoccuparmi di cose troppo materiali per essere degne di entrare nei miei pensieri. Ho passato gli ultimi anni, gli ultimi dieci anni praticamente, a covare una rabbia cieca, a cercare significati, soluzioni, perchè e per come.

E alla fine è tutto qui: in una corsa sulla spiaggia.

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Una risposta a “Bambino io, bambino tu.

  1. Brava

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