Riposo

A Villa Margherita mettevano un foglio bianco con la scritta rossa “Riposo assoluto” a chi era iperattiva.

Per un certo periodo l’ho avuta anch’io, ma in fondo c’era sempre gente che andava e veniva dalla mia stanza. Persone che a giorni mi mancano, persone che condividevano con me tutto, che sapevano che non ero pazza, che mi apprezzavano, che spesso parlavano della luce intrappolata nei miei occhi.

Per questo, una settimana fa, quando il ginecologo mi ha messa a riposo per il rischio concreto di un parto pretermine (e più che altro per la mancata disponibilità di termoculle in un raggio di circa 300 km, nonchè l’impossibilità, nel caso, di essere ricoverata e partorire a Modica) il primo istinto è stato quello di ridere.

Gli ho sorriso, pensando ingenuamente che fosse come per Noemi: alla 34° settimana ero dilatata di un centimetro e il collo dell’utero era già accorciato. Mi aveva detto di riposarmi ma non mi aveva impedito di uscire di casa nè di fare le piccole cose di ogni giorno.

Però Nicolas è, oggi, a 33 settimane.

Cosa intende per “riposo”? gli ho chiesto allora.

Intendo, coricata.

Ho riso.

Coricata, io?

Allora mi ha fatto tutto il discorso sull’assenza di un reparto di terapia intensiva neonatale a Modica, sul fatto che ora come ora c’è disponibilità di termoculle solo a Caltanissetta, o Messina.

Sorridevo ancora. Ebete.

Eppure l’ho sentito Nicolas che si incanalava. Ho visto la pancia scendere improvvisamente. Ho percepito chiaramente tutto il suo peso “cadere” verso il basso. Ho spesso la sensazione di averlo, come dire, tra le gambe.

E non ricordo questa cosa con Noemi.

Ci ho messo un po’ a capire che forse il dottore stava parlando seriamente. Ci ho messo un po’ a convincermi che devo stare a riposo, anche se mi sembra una tortura. Anche se non capisco come fare con una bimba di quasi due anni. Anche se lei piange e mi vuole e vuole essere presa in braccio e non capisce perchè non posso.

O capisce ma non lo accetta?

Un po’ come me.

Lo capisco, ma non lo accetto.

Lei vede la pancia, mi solleva la maglia, accarezza il “mimmo” che c’è dentro, poi abbassa la maglia e gli dice “Tau tau”. Come per distorgliere la mia attenzione da lui. Una piccola forma di gelosia prenatale, la chiamerei.

E mi ricordo quella scritta “Riposo assoluto” che pendeva sui letti di tre o quattro di noi.

E come non la capivo allora, non voglio capire adesso.

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