Appiccicosa domenica di luglio

Nottata folle tra caldo afoso – condizionatore – gattino rompiscatole.
Mi alzo e sono più stanca di prima. Ho sete, mio marito non ha messo acqua in frigo, ma nel freezer, dove mai e poi mai io potrò berla. Fame è improbabile averne: fa veramente troppo caldo. Quaranta gradi e sono solo le nove del mattino.
Persino l’ultraleggera maglietta che indosso mi dà fastidio. Sento il sudore colare di sotto.
Più tardi si va al mare, ma si esce da un forno per entrare direttamente nella pentola dell’acqua bollente.
No, non mi lamento. Pensando al caldo non penso a tutto il resto.
La gente mi chiede spesso come sto, alludendo forse a una possibile gravidanza.
Beati coloro che non sanno.
Se sapessero eviterebbero di chiedere. Davvero, metterebbero da parte la loro curiosità morbosa, o da sensi di colpa, e starebbero zitti. Mi chiederebbero solo come sto. Non, allora? Allora niente. Ufficialmente io manco lo sto cercando un bambino. Mi devo riprendere da gennaio, no? Non sarebbe giusto così? Riprendersi?
E non è che non rimango incinta facilmente. E’ tutto quello che gira intorno al rimanere incinta facilmente.
E’ sempre questa la storia. Cadere. Rialzarsi. Cadere. Magari fermarsi a guardare quanto si è in basso. Rialzarsi.
Tingersi i capelli.
Tatuarsi un nome all’interno del piede.
Un nome che nessuno ha realmente capito cosa significhi per me.
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