Sogni di una notte di metà inverno…

Continuo a sognarti. Penso di dimenticarti e invece continui ad apparire, immagine confusa in ricordi sempre più sbiaditi. E ogni volta sembri scusarti, fare finta che niente sia successo, perchè in fondo passano gli anni e cresce la consapevolezza che se qualcuno ha realmente sbagliato, quella non sono io. Sai quanto tempo è che non ci parliamo? Sono quasi quattro anni. Quattro anni di orgoglioso silenzio. E forse tu non mi credevi capace di tanto. So che hai notizie di me, che c’è qualcuno che ti aggiorna, o come pettegolezzo o come morbosa curiosità, voglia di screditarmi, piuttosto che di capire che se mi vedessi non mi riconosceresti neanche più. Stanotte stavi immersa in un labirinto di acquari, ti parlavo di Salvo, mi dicevi – la solita saputella – i nomi latini dei pesci che avevi, e cercavo di smontarti rispondendo che Salvo è al tuo pari. E pensando che i tuoi acquari erano veramente sporchi e fastidiosi alla vista. Ti nascondevi dietro quei vetri, dietro quei pesci. Mi chiedevi cose che non sentivo, rispondevo a domande che non avevi fatto, provocandoti, reggendo io il gioco, stavolta. E tu, bambina, che potevi fare? Che potevi dire? Mi guardavi sorridendo, eri stata tu a chiamarmi quando il mio ginecologo è dovuto scappare in ospedale per un parto e io mi sono messa a urlare con l’assistente che non potevo aspettare, che erano mesi che aspettavo questa tanto attesa morfologica, che no, il 15 febbraio era tardi, sarei stata già a Milano. Tu mi hai chiamata in mezzo alla folla. Tu mi hai chiesto di seguirti. E dopo aver concluso che tanto non sarei riuscita a vedere il ginecologo, oggi, allora ti ho bussato. Stavi con una sconosciuta. In un posto diverso, delle poltroncine scomodissime, ma mi permettevi di prenderne un’altra. Eppure non mi sedevo al tuo fianco, spostavo la seduta al di qua degli acquari. Mi sedevo comoda, borsa e giubbino su uno sgabello altissimo. Comoda. Con aria di sfida. E tu, piccola, tentavi ancora una volta la tua aria sostenuta. Ma non ha funzionato. Una parte di me pretende ancora le tue scuse. Ti dicevo, quando ancora la sconosciuta era al tuo fianco, compilando carte, che non eri più il dottore. Che quando penso al dottore penso al mio psicologo. Il mio psicologo è stato il mio dottore. E la sconosciuta sorrideva di questa mia improvvisa provocazione. Del tuo silenzio. Eppure sorridevi. E quando ti sei allungata tra gli acquari per mostrarmi la tua faccia… Salvo s’è girato nel letto e con un mugugno l’ho maledetto per avermi svegliata. Perchè lo so, stavolta il mio orgoglio è pari al tuo, e se non ho un cenno, non mi farò avanti. Ma tu continui a disturbare il mio sonno, a tentare di placare quel desiderio che ho di cancellare tutto. E la mattina, come questa mattina, mi sveglio.
Confusa.
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