Un inizio e… una fine.

Ho (ri)cominciato a scrivere questo blog nel lontano 2008, mi ero trasferita in Sicilia da un paio di anni e avevo perso il lavoro in concomitanza col matrimonio (strano). Mi sentivo sola. Scrivere mi faceva bene: era uno sfogo, era una riflessione, era un modo di comunicare con amici e parenti lontani. In effetti quando rileggo le prime pagine di questo blog rivedo tutta la confusione dei miei venticinque anni, il tumulto che avevo in testa. Persino la gravidanza di Nicole, quel poco che è durata, è raccontata con superficialità e quasi fastidio (con lei le nausee sono state tremende, ma l’amavo e l’avevo desiderata da quando avevo poco più di vent’anni).

Poi l’ho persa e, volente o nolente, sono dovuta passare attraverso l’incubo dell’aborto terapeutico.

Sono cresciuta. Da allora, dal momento in cui tutto girava intorno a me, la vita ha preso una piega diametralmente opposta: tutto gira intorno all’essere mamma e quindi ai figli. All’epoca era lei, che non c’era più, e adesso sono Noemi, Nicolas e Emmaluna.

Io ci sono ma solo in parte. Non mi sento annullata, anzi. Mi sento viva.

Molte cose sono cambiate: la città, il lavoro di Salvo, le distanze, i sogni, gli impegni. La mia mente è cambiata. Sono una donna ora. 

Non è il tempo che mi manca per scrivere, è l’esigenza. Non ho più bisogno di raccontarmi per stare bene o per cercare conforto. Quelle cose ormai le trovo in me, o nei miei figli, nella vita piena di sorrisi che mi regalano.

Questo spazio rimarrà comunque aperto perchè molte donne e madri mi cercano per il loro conforto, per condividere con me l’esperienza dell’aborto terapeutico e ricevere in cambio qualche parola, che forse non fa la differenza ma penso possa scaldare il cuore e aiutare a sentirsi meno sole.

Per questo io ora passo e chiudo.

Grazie a tutti voi che siete passati, che avete condiviso con me, che mi avete abbracciata anche solo virtualmente. 

Un abbraccio a tutti voi,

Claudia

Vale la pena vivere

 

 

… mi chiederai, sì ma perchè?

 

 

Ed è quello che mi chiedo io quando mi guardo intorno e mi viene da pensare se la vita che ho donato ai miei figli sia stato un regalo a loro o a me. Io amo il mestiere di mamma (e questo si è capito) ma ogni tanto il dubbio mi viene.

Stragi, guerre, uomini cosiddetti civilizzati che trucidano balene e altri animali, ragazzi indottrinati di non si sa quale religione che si fanno saltare in aria massacrando centinaia di persone, violenza, violenza ovunque.

Mi spaventa la violenza.

A volte mi fermo senza respiro a guardare quello che mi succede intorno e mi chiedo, avrò fatto bene?

L’altro giorno, frastornata dai fatti di Parigi, mi sono detta, basta, basta. Se avevo qualche incertezza di fronte al fatto che Emmaluna sarà la mia ultima figlia, ecco, in quel momento ho semplicemente pensato, basta. Basta figli.

Ieri sera mio marito leggeva una fiaba ai bimbi di là in camera e io avevo la piccola sulla pancia, seduta. Mi guardava coi suoi occhioni stralunati  e rideva, e io la guardavo e mi chiedevo se avevo fatto bene a farla venire al mondo.

A questo mondo. 

Ma cosa ci sta succedendo?

Siamo veramente degni di essere chiamati umani?

Come sarà la loro vita? E se scoppierà la terza guerra mondiale? E se si troveranno faccia a faccia con il terrore? E se dovranno anche loro vivere quello che troppi, troppi bambini vivono nel mondo? E se un giorno anche loro dovranno scappare su un barcone?

Sono consapevole che sono pensieri di una mamma occidentale, abituata a stare bene, forse pensieri anche un po’ stupidi di fronte a chi le tragedie le vive quotidianamente e non solo attraverso il tran tran delle notizie.

Sono pensieri. Giusti sbagliati coerenti o ipocriti. Non lo so.

So che a volte ho paura che i loro sorrisi possano essere spezzati da qualcosa più grande di tutti noi. Ho paura di non poterli proteggere. Ho paura di aver sognato un mondo che non esiste.

Eppure lo so, in fondo al mio cuore, lo so.

Vale la pena vivere.

Perchè se no avrebbero vinto loro.

I cattivi.

E invece, come ha risposto Noemi l’altro giorno al mio tentativo di raccontare la guerra e il terrorismo, i supereroi, lo sai mamma, uccidono i cattivi.

Nuova vita

Post scriptum: Naturalmente con la frase “i supereroi uccidono i cattivi” non intendo alimentare idee di guerra, è solo il concetto semplificato nella mente di una bimba di cinque anni che il bene possa sconfiggere il male. Per quanto mi riguarda, io non permetto loro nemmeno di giocare alla guerra, proprio perchè mi urta profondamente.

 

 

Nata per questo

Probabilmente sono nata per fare la mamma.

Per tanti motivi:

perchè vivo la gravidanza come uno stato di grazia, e non per tirarmela o per dire che non ho avuto nausee o disagi, ma perchè in quei mesi mi sento in pace con me stessa, in comunione con il mondo, mi sento che tutto torna, che in fondo il senso è tutto qui

perchè quando ho un fagottino tra le braccia mi sento la persona più fortunata del mondo e non ci sono problemi e non ci sono questioni da risolvere, io sono piena così, con il calore che quel corpicino mi dà

perchè i miei figli sono tutti diversi e li amo immensamente per tutto quello che mi danno e anche quando sono sfinita e li mando a letto al primo buio fingendo che sia tardi so che quello che mi danno loro non me lo darà mai nessun altro

perchè mi fanno ricordare le cose veramente importanti : un sorriso, un abbraccio, un ti voglio bene sincero, una partita a carte tutti insieme o un disegno che mostra tutto l’amore che c’è

perchè quando i grandi baciano la piccola capisco che non farò mai niente di così grande quanto lo sono loro

perchè amo, amo la vita immensamente e anche se li lascerò liberi di volare nei loro sogni non posso immaginare di separarmi da loro.

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Emmaluna

  
Sei nata esattamente tre settimane fa: ormai ti aspettavo da qualche giorno, ma tu mi davi un segnale e poco dopo quel segnale spariva. Ti eri abbassata dopo una notte di contrazioni preparatorie e poi il silenzio.

Ti ho parlato a un certo punto, proprio come ho fatto cinque anni fa con Noemi. Dicono che il travaglio parta quando anche noi mamme siamo pronte.

Gioia, io sono pronta, ti ho detto quello notte. Il 15 è un numero che mi piace e nella nostra famiglia se nascessi di martedì saremmo tutti nati in giorni diversi. Carino, ho pensato. E poi Salvo oggi avrebbe pomeriggio, quindi perfetto, mi accompagna lui in ospedale.

Sono pronta, dai Emmaluna, fatti sentire.

Ed eccoti: una due tre e molte altre contrazioni “giuste”, come mi piace definirle.

Giuste, ma non regolari. Venti, dieci, otto minuti, poi di nuovo venti, poi il silenzio. Ho accompagnato i bimbi all’asilo e in piedi le contrazioni si facevano sentire. Ma appena mi sedevo tu ti zittivi. Abbiamo passeggiato io e Salvo e insomma tu c’eri. Ogni sette minuti. Sono tornata a casa perchè camminare diventava faticoso, mi sono seduta e di nuovo niente più contrazioni. Ho fatto la doccia, sono tornata a prendere Nicolas che usciva presto, siamo andati da mia mamma, che comunque un giro all’ospedale forse era il caso di farlo.

Mi prendevi in giro. Al terzo parto, non capivo cosa stesse succedendo.

Stavi arrivando oppure no?

Mi sono detta, mangiamo, poi se non parte il travaglio vado a fare una passeggiata, e casomai entro sera vado a farmi visitare.

Non faccio in tempo a finire la pasta che mi hai dato un segnale così forte che pensavo di partorirti in casa, lì, a quella contrazione. E altre tre, che a quel punto la paura di non arrivare in ospedale s’è fatta seria.

E invece ci siamo arrivati, e mezz’ora dopo eri sulla mia pancia.

Niente lacerazione, niente punti. 

Tu sei così, silenziosa, delicata, come consapevole di essere la terza e di doverti in qualche modo adattare. Il tuo primo sorriso l’hai regalato a Noemi, a poche ore dal parto. L’hai riconosciuta dalla voce, come già la riconoscevi da dentro di me. Ti fai accarezzare dai tuoi fratelli, non piangi se non raramente, vieni con noi ovunque.

E hai un nome che ogni volta che pronuncio sembra sempre più disegnato per te.

Benvenuta, dolce Emmaluna.

Stasera la luna…

Pensavo – mi ero convinta – che anticipasse più di Nicolas, che è nato a 38+2 settimane.

Sono a 38+4 e non ho alcun tipo di segnale, se non che improvvisamente due giorni fa mi è scesa la pancia. Non sono in ansia per il suo arrivo, sono in ansia per un miliardo di cose che contornano quest’attesa. Ho mille pensieri, che più o meno è normale, ma più che altro non riesco a decidermi se vorrei partorire subito o se invece forse preferirei che mi lasciasse ancora qualche giorno.

Tutti gli esami che ho fatto, ultimi compresi, non mi hanno rassicurata. Anzi, l’elettrocardiogramma mi ha mandata in paranoia. Era completamente sballato, ma mi hanno congedata con un “vabbè è a posto perchè hai la pancia che schiaccia” che non mi tranquillizza per niente. Per quale motivo farmi fare un elettrocardiogramma prima del parto se poi c’è qualcosa che non va ma non importa? Allora tanto valeva non farlo. Perchè le scritte su quel foglio sono brutte, e con brutte intendo brutte che spaventano. Che forse due paroline in più la dottoressa di turno poteva dirmele – e io che ho sempre fatto mille domande qui mi freno.

E poi di nuovo lo streptococco, e il fatto che partorirò in un ospedale che non conosco, dove forse c’è più assistenza e forse è proprio quest’assistenza in più che mi spaventa. Io sono abituata a partorire assistita dal mio ginecologo e poi ad essere lasciata a me stessa. Che è orripilante per tutto ma è la realtà che conosco e che quindi mi rende sicura. Essere lasciata sola con Emmaluna, a gestirmi i cambi, i pannolini, i pianti e l’allattamento.

E’ la terza figlia, non mi spaventa il suo arrivo, più o meno so a cosa vado incontro. E ho un grosso desiderio di stare sola con lei, per godermi quei momenti che in gravidanza un po’ mi sono mancati.

Settimana scorsa, in una buffa conversazione a due notturna, accarezzandomi la pancia le ho chiesto per favore di aspettare un attimo, che volevo fare l’inserimento alla materna di Nicolas e vedere la loro prima lezione di piscina (ne ho viste un miliardo, Nicolas è in acqua da quando aveva quattro mesi, ma è una cosa che amo, che mi diverte, che mi rende felice). Lei mi ha ascoltata, così come quando qualche giorno dopo le ho chiesto di darmi un segnale, che volendo poteva uscire, Salvo era lì accanto a me nel letto e aveva tempo fino alle sei del mattino per farmi capire se c’era. Si è fatta sentire per qualche ora ma quando mio marito s’è svegliato è ammutolita. Però la pancia era scesa.

Da quel momento sono passati due giorni e due notti, una visita in consultorio che non mi ha lasciato niente e… mi è tornata l’ansia. Ansia di andare oltre al termine e dover rivivere un parto indotto, ansia che nasca e io non sono pronta. In fondo il pancione non mi dà alcun fastidio, non mi limita, non mi impedisce di continuare a fare la mia vita come prima di avere la bimba dentro di me. Non sento il peso della gravidanza. Ho un’enorme voglia di conoscerla, questo sì. Ma ho un’enorme paura di non riuscire a fare tutto in tempo.

Perchè mai dovrei poi?

Fare tutto in tempo?

Potrei semplicemente lasciarmi andare e viverla così, come viene.

Ma che maniaca del controllo sarei se non impazzissi di fronte all’imprevedibilità della Natura?

Oggi è luna nuova.

Piove che sembra autunno.

Salvo ha il giorno libero perchè il suo capo sta cercando di organizzargli i turni in modo da riuscire a coprire la panetteria anche se lui dovesse correre via all’improvviso, e la domenica non sarebbe possibile. Sarebbe perfetto.

Ma piove e sembra autunno e i miei bimbi sono nati tutti col sole.

Anche se lei si chiamerà Emmaluna.

E’ la terza figlia che metto al mondo eppure non cambia niente: arrivi al nono mese ed è tutto un vivere attimo per attimo un’attesa che è dolce e snervante allo stesso tempo, un’attesa che è… lunga quanto tutti i nove mesi di gravidanza messi assieme.

Emmaluna un mese fa

Emmaluna un mese fa

 

Caro Amico ti scrivo…

Com’è stato questo primo anno senza di te?

Non lo so, Piero. Ho spesso dovuto sopprimere l’istinto di scriverti su whatsapp, incapace di accettare la tua morte. Ora da qualche settimana, il tuo contatto whatsapp è sparito, sparito come sei sparito tu. 

L’anno scorso, esattamente in questi giorni, stavo completando l’aborto che mi aveva risucchiato gran parte delle energie di un agosto pieno di aspettative, ansie, gioie e paure. 

La sera in cui pare tu sia morto avevo appena pubblicato un articolo qui sopra e tu avevi postato le foto del tuo gatto con le orecchie stropicciate (tanto tipico tuo, ridere di queste cose) su facebook. Avevo sperato che mi chiamassi o che mi scrivessi per chiedermi come stavo. Non sapevo che appena riagganciato il telefono con la tua ragazza ti avrebbe colto un infarto.

Non lo sapevo, non era nemmeno il mio più remoto pensiero, quello di perderti.

Ci eravamo sentiti a fine luglio, eri arrabbiato, volevi cambiare la tua vita. 

Pensavo che ci saremmo rivisti a ottobre, quando anche Salvo sarebbe salito con me. 

Sapevi che desideravo un altro figlio e avevamo scherzato sul farlo contemporaneamente, ora che almeno alcune cose della tua vita si erano concluse.

Invece sono dovuta venire al tuo funerale.

Com’è stato quest’anno senza di te?

Non lo so, Piero. Non lo so perchè ancora fatico a credere che sia vero. 

Qualche volta ti ho sognato, una di queste volte ci parlavamo e ci salutavamo perchè sapevi che stavi morendo. L’ultima volta eri ubriaco fradicio e io ti aiutavo a nasconderti. 

Ho perso un amico. 

Non ho idea di quante persone capiscano il lutto che mi porto dentro, quel dolore sordo che tento di soffocare ma che mi rendo conto essere ancora fresco. 

Era tanto che non eravamo più l’uno nel quotidiano dell’altra ma eri quella persona su cui sapevo di poter sempre contare, quella persona in grado di dirmi apertamente (ma con un sorriso e un abbraccio) che stavo dicendo una marea di cazzate. Eri quella persona che sapeva contenermi e ridimensionare le mie ansie o le mie rabbie. Eri quella persona che sapeva volermi bene incondizionatamente, anche se dicono che non esista l’amicizia incondizionata.

Io ce l’avevo.

E non ce l’ho più.

Il tuo cuore grande è scoppiato.

Nessuno sa perchè.

O di cosa.

Io so solo che ti ho perso e mi manchi come solo un amico vero può fare.

Orgoglio, questo mio peccato capitale

Non sono sempre stata così, orgogliosa intendo.

Sono stata insicura, mi è mancata l’autostima, mi sono odiata al punto di volermi annientare con le mie stesse mani. A un certo punto ho persino pensato che non sarei stata in grado di concludere niente e che forse anche la vita stessa aveva un po’ perso il suo senso.

Poi no. Poi è successo qualcosa che nel bene o nel male mi ha fatto uscire da quel circolo vizioso che la mia depressione era diventata: è successo che mi sono guardata intorno e ho creduto di aver tanto da dare, da fare, da ricevere. E lentamente, ma forse neanche troppo, sono risorta dalle mie ceneri.

Questa resurrezione, chiamiamola così, ha portato un grosso cambiamento nel mio modo di essere: mi ha reso orgogliosa, appunto. Orgogliosa di me.

Ha trasformato la mia rabbia in energia e forse ho anche un po’ peccato di presunzione credendo di poter fare tutto da sola, ma alla fine dei fatti direi che mi preferisco così. Non so gli altri, ma io finalmente mi piaccio. Mi stimo. Mi ammiro anche, per certe cose.

E quindi va da sè che se qualcuno si intromette in qualcosa che ho ottenuto, magari sudandomela, magari lottando contro burocrazia favoritismi e monopoli vari, io non ce la faccio – esplodo. Divento anche arrogante, pur di difendere quella che è stata una fatica mia e non un regalo piovuto dal cielo.

Sono fottutamente orgogliosa.

Vivo in casa di mia nonna da un anno e mezzo, non pago niente, mi adatto alle restrizioni di un appartamento in cui il sole arriva solo nei pomeriggi estivi e le cui dimensioni mi obbligano a condividere ogni singola cosa con gli altri membri della famiglia. Viviamo con tre scatole e un mobiletto di giochi in salotto, con meno di due metri quadrati per muoversi; dormiamo in quattro (fra poco cinque) in una camera matrimoniale; non abbiamo una cucina abitabile e la carta da parati è così vecchia che ha iniziato a fare la muffa. Nonostante questo, non mi lamento nè mi approfitto della situazione: continuo a fare la lavatrice e passare l’aspirapolvere dopo le sette di sera, a tenere il riscaldamento sui venti gradi per non ricevere bollette esagerate, a chiudere il rubinetto dell’acqua (e farlo chiudere ai bimbi) mentre mi lavo i denti. Il risultato è che le bollette della luce sono quasi invariate rispetto a quando ci viveva solo mia nonna e il gas mi pare sia circa la metà di quello che una normale famiglia consuma nei mesi invernali.

Non sono un parassita nè un’approfittatrice.

Però sì, mi scoccia dover rinunciare alle agevolazioni per l’arrivo di un nuovo bebè solo perchè faccio parte dello stato di famiglia di mia nonna.

Fino al mese scorso ho pagato il mutuo sulla mia casa, ho pagato le mie bollette, ho pagato le mie tasse (tutte, canone rai compreso), ho pagato l’assicurazione e il bollo della mia macchina, ho pagato la mia spesa, ho pagato la mia benzina, ho pagato il meccanico e il cambio gomme, ho pagato i miei cellulari (ci siamo addirittura concessi un extra di nove euro mensili per avere internet sull’ipad, perchè no, non abbiamo internet a casa), ho pagato l’asilo di mia figlia e via dicendo.

Non vivo di rendita nè mi crogiolo nella ricchezza. Non mi vanto ma non voglio essere sminuita.

Abbiamo venduto casa e quindi da due mesi siamo senza spese (anzi, veramente a fine giugno abbiamo pagato la tasi come tutti), ma stiamo cercandone un’altra e nel mezzo viviamo da mia nonna.

E’ vero, i miei ci hanno aiutato nell’acquisto del terreno e a risolvere un debito che qualche persona di basso livello ha pretesto di chiudere prima del previsto, persona che tra l’altro adesso ci deve circa tremila euro in più di quello che era il nostro debito allora.

Ma è anche vero che se i miei avessero necessità di riavere indietro i soldi, potremmo restituirglieli tutti. Adesso. Senza rateizzare.

E potremmo comunque continuare a cercare una casa, perchè avremmo ancora dei risparmi per permetterci un’offerta.

Io e Salvo abbiamo mille difetti, abbiamo avuto mille problemi, e abbiamo anche avuto molto aiuto – è innegabile. Ma quello che abbiamo fatto, l’abbiamo sempre portato avanti contando solo sulle nostre forze. Abbiamo risparmiato per nove anni, più o meno da quando ci siamo messi insieme. Non abbiamo ceduto a sfizi, abbiamo allontanato le tentazioni, abbiamo rinunciato a vacanze costose rimanendo nelle nostre spiagge per quasi tutte le otto estati passate a Modica.

Non abbiamo vissuto da eremiti, anzi. Abbiamo imparato a godere di altro, invece che delle cose materiali.

Orgogliosamente davanti alla nuova porta di casa nostra

Orgogliosamente davanti alla nuova porta di casa nostra – A.D. 2012

Abbiamo costruito casa nostra dal niente.

Abbiamo rischiato l’ulcera per mille cose, non abbiamo mai mollato.

Abbiamo dovuto vendere, siamo dovuti venire qui.

E’ vero, ci hanno prestato dei soldi (che non hanno voluto indietro) e al momento ne aspettiamo altri, i nostri, che corrispondono a un terzo sul totale di quello che ci hanno prestato. Non briciole, propriamente.

Eppure viviamo serenamente con due figli e una in arrivo.

Non abbiamo vizi, non abbiamo grandi svaghi, ma ci divertiamo e non sentiamo la mancanza di pressochè nulla.

Questo non significa che io non debba sentirmi in diritto di chiedere le agevolazioni fiscali che mi spettano. Salvo non ha un reddito alto, tutt’altro. Mia nonna non mi mantiene e se mi chiedesse l’affitto sarei in grado di pagarlo senza rinunce.

Io sono orgogliosa di quello che ho fatto. Molto orgogliosa.

E detesto che qualcuno si limiti a vedere l’anno e mezzo passato, quello in cui ho vissuto a casa di mia nonna.

Voglio vedere quanti di voi riuscirebbero a vivere in quattro in quarantacinque metri quadrati di casa. Senza internet e senza sky. E in inverno, pure senza sole.

Quindi sì, pecco di orgoglio. E molto.

E odio che mi si dica, eh però i tuoi ti hanno aiutata.

La fatica di lasciar andare

Credo sia a causa della fretta, o del poco tempo che ci separa dalla nascita di Emma Luna.

O forse è il desiderio di (ri)avere una casa nostra.

O forse sono i dubbi che ci assalgono ogni volta che vediamo una casa e che vorremmo comprarla.

Comunque, di fatto, l’anno prossimo rimarremo qui, per dare la possibilità a Noemi di finire l’asilo con i suoi amici e per inserire Nicolas, così abituato a stare solo con me e poche altre persone, in un ambiente che conosce, un ambiente rassicurante dopo tutto questo girovagare che c’è stato da quando è nato.

Dobbiamo comprare casa entro maggio, per non dover restituire la differenza dell’IVA al 4%, e vorremmo cambiare residenza entro novanta giorni dalla nascita della bimba, per poterci togliere dallo stato di famiglia di mia nonna e usufruire di quello che lo Stato offre per le famiglie a basso reddito. Niente giri strani, vorremmo semplicemente che le tasse che noi abbiamo sempre pagato regolarmente ci possano in qualche modo tornare indietro. 

Ci manca il tempo.

Ci manca la sicurezza di quello che vogliamo per i prossimi cinque anni. 

Forse ci manca anche un po’ di coraggio, di lanciarci e semplicemente abbandonare questa regione che amiamo così poco. Ma come si fa, quando tuo marito ha ottenuto quel posto di lavoro sicuro e tu aspetti la terza figlia? 

In fondo non possiamo nemmeno dire di trovarci male qui. È che non è la nostra vita.

E poi, non so, io in questi giorni ho quest’immagine in testa, e il rammarico che al posto mio ci siano altri a goderne.

  
Per cui mi sono fissata sull’unica casa che abbiamo visto che ha un panorama simile fuori dalla finestra (escludendo il mare). Mi sono fissata sull’unica casa che abbiamo visto che rendeva l’idea di quello che vorremmo: una casa di campagna in città – se così si può chiamare un paese di nemmeno cinquemila abitanti nell’alta Brianza che confina con la provincia di Lecco.

Una casa non male, non perfetta, ma non male, secondo i miei canoni estetici e quel poco che ne capisco del resto. Ma Salvo arredava case di professione e vede difetti ovunque, perchè è vero, costruttori e negozianti spesso si approfittano di chi non è del mestiere. Difetti che sono disposta a mettere di lato, pur di poter dare ai miei figli una camera grande e una vita dove l’aria è un poco più pulita, intanto che mio marito lavora in quel posto sicuro e vogliamo riservarci la possibilità di un trasferimento per il futuro, quando saremo più certi di quello che vogliamo.

Noemi mi chiede insistentemente la casa al mare, assecondando la mia idea che alla fin fine, se la famiglia è felice, ci si può spostare senza creare traumi. 

Ed ecco, non è che non siamo felici, è che ci manca qualcosa. Qualcosa che faceva parte di noi e che fatichiamo a lasciar andare.

E che inseguiremo, va da sè.

Ma per ora abbiamo fretta, perchè Emma sta arrivando e viviamo in una casa buia e minuscola, senza cameretta e con il comò ai piedi del letto, perchè dove era prima abbiamo dovuto incastrare il letto a castello dei bimbi. E se la piccola non vorrà stare nella carrozzina ci ritroveremo prigionieri di un co-sleeping forzato. E a noi le forzature non piacciono.

E abbiamo fretta perchè lo Stato italiano è una gigantesca macchina lenta e ingrippata, ma quando si tratta di ricevere pretende tutto e subito, ed entro dicembre non lo so, ma la vedo dura riuscire a fare tutto.

Per una maniacale del controllo come me, questa situazione è dura, è stressante. Per certi versi, estenuante.

Per cui mi sveglio la notte e inizio a calcolare i metri quadrati della piccola camera matrimoniale che ci rimarrebbe, lasciando la camera grande ai (tre) bimbi, e arredandola mentalmente perdendo preziose ore di sonno e pensando che noi, in fondo, una casa ce l’avevamo. Ed era bella, e non era grande ma era perfetta.

E sì, in questo mi sento derubata. 

Derubata da chi avrebbe dovuto dare e invece ha costantemente, lentamente e inesorabilmente, tolto.

Si muove tantissimo

Si muove tantissimo. Costantemente direi. Quasi a volermi ricordare che c’è anche lei, ehi sono qui, sembra voler gridare, giorno e notte, senza un attimo di tregua. 

Sono all’ottavo mese e ancora prendo dentro la pancia negli spigoli perchè mi muovo come se fossi la stessa persona di dieci chili fa. Certi giorni la gente mi sorride e non capisco perchè, o mi tengono l’ascensore al piano anche se devo ancora salire le scale della cantina. Ah certo, ho due bimbi e una panzona (come mi chiamano Salvo e Noemi, e ogni tanto Nicolas). 

Ho sofferto molto il caldo questo mese, non so se sia stata la gravidanza o l’afa milanese (sono più propensa a pensare alla seconda). Mi brucia lo stomaco, mi fanno male le gambe. Ma guido, lavo i bimbi, li prendo in braccio, pulisco le lettiere (e no, non ho fatto la toxoplasmosi e ho sempre pulito lettiere di gatto), rincorro la macchina lungo il tunnel dell’autolavaggio perchè mi sono fermata a fare due chiacchiere e ora è quasi in fondo. 

Martedì a Milano c’erano 40 gradi e io avevo un’ecografia alle due e mezza del pomeriggio poco distante da Porta Garibaldi. Ci sono andata sola, coi mezzi, e ho camminato per dieci minuti sotto il solleone (e ho anche litigato con l’infermiera dell’accettazione ma preferisco dimenticare).

Sono andata a fare la curva glicemica da sola e naturalmente sono quasi svenuta – ero pronta a vomitare, non mi aspettavo di svenire. 

Faccio quasi tutto quello che facevo prima di restare incinta, un po’ perchè non ho scelta e un po’ perchè mi dimentico di avere qualcuno dentro di me. In fondo a Emma Luna piace essere trasportata, sono gli unici momenti in cui non la sento. 

Ho avuto una battuta d’arresto solo con le nausee ma per fortuna, per quanto intense, sono durate poco.

Noemi parla abitualmente con lei, Nicolas di meno, dà un po’ l’impressione di essere combattuto tra la gelosia e la curiosità. D’altronde fino all’arrivo della panza è stato lui il piccolo di casa. Noemi abbraccia il pancione, chiede “c’è qualcuno?” e sua sorella risponde. La riconosce, ne sono sicura. Riconosce la manina di Noemi, la sua voce, scalcia esattamente nel punto in cui arriva lo stimolo. 

Sembra che abbiano già un legame ed è un qualcosa che mi scalda il cuore. Comunicano.

Forse più di quanto io comunichi con la bimba che scalcia in continuazione. 

Non ho ancora preparato il borsone, non ho nemmeno tutto quello che serve. Non so nemmeno cosa serva esattamente in un ospedale del Nord. Per certo so che non devo portare pannolini. 

Lo so che ci sei, Emma. Ti sento e ti aspetto. Sto cercando di capire come ci organizzeremo quando sarai qui, anche tu a condividere l’unica camera da letto che abbiamo, dove a malapena entrerà la carrozzina (per cui ti prego, non fare come i tuoi fratelli, cerca di dormirci dentro, almeno qualche notte). Sto cercando di capire se sarò in grado di fare tutto (e saprò farlo, ma speriamo che quest’autunno piova poco). Sto cercando casa, sto cercando di chiarire quello che voglio, sto cercando di fare pace con la mia eterna inquietudine, sto cercando di fare spazio, a te e a tutto quello che verrà.

Ti sento, ovvio che ti sento. E ti aspetto, aspetto di nuovo quella scarica ormonale di quando sarai tra le mie braccia, quella sensazione di avere di nuovo trovato un senso a tutto.

Ti aspetto, Emma Luna, e ti sento.

Ti sento forte e chiaro ma ora non ho il tempo di fermarmi.

Noi abbiamo un bambino nella pancia

Il mare che non ho

Sapevo che mi sarebbe mancato, sapevo. Mi mancava in inverno, figuriamoci con trenta gradi la panza del settimo mese e le zanzare tigre.

L’asilo è finito soltanto ieri e già mi sento persa. Siamo qui, io la panza e i bimbi in un minuscolo appartamento con un balconcino che alla fine è più dei gatti che nostro. Qui, a sudare di un caldo che io non ricordavo e loro non conoscevano proprio. A pensare alla casa che abbiamo venduto e che non è più nostra, a chiederci, anzi a chiedermi, come passeremo i prossimi due mesi. 

In realtà dopodomani partiamo per una settimana di mare, anche se (perdonatemi Lignanesi) fatico un po’ a farmi piacere l’idea del mare di Lignano quando io avevo questo:

 
E vabbè. La vita è fatta di scelte, di rinunce e sacrifici che portano avanti. 

Mio marito non ha nemmeno per la testa di tornare in Sicilia, io in effetti ci sto pensando tanto ora che è arrivato il caldo ma poi so che se tornassi là sarei nervosa e stressata come lo sono stata tutta l’estate scorsa – anche se io adesso seleziono i ricordi ed ecco è il mare. Per ora è il mare.

Stiamo cercando casa e abbiamo trovato una zona verde e collinare che ci garba molto. Domani andiamo a vedere due villette a schiera e fino a settembre vorrei poter vedere più case possibile. A settembre arriva Emma Luna e quindi quanto meno mi piacerebbe avere in mano il compromesso.

Non stiamo ancora sognando in grande.

Un passo alla volta e ci arriviamo.

E ci torniamo, mare. 

Ci torniamo, vedrai.